Forse il governo si salva ma a che serve se non sa cambiare l’Italia?

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia, avrebbe detto quella volpe di Giulio Andreotti. Ma trent’anni dopo, quella frase è ormai logorata dal tempo e da una scena politico-sociale che è cambiata profondamente. Per cui ha ragione Nicola Zingaretti: il governo Conte non può tirare a campare. Perché questo non è il tempo in cui è consentito sopravvivere come ai tempi della Dc.

Fuori dal portone di Palazzo Chigi c’è un Paese che ha paura, soffre, non sa che cosa succederà domani e non riesce a immaginare un futuro. Il Covid – ce lo ha spiegato l’ultimo rapporto del Censis – è passato come un carro armato su un corpo con troppe piaghe. Ha fatto aumentare le distanze sociali tra zone diverse dell’Italia, ha fatto allargare in modo drammatico la forbice delle disuguaglianze, ha protetto chi è ricco e ha colpito chi è povero, ha creato nuove miserie, nuove solitudini, nuove disperazioni. Ha mostrato i limiti di un sistema sanitario pubblico che negli anni è stato spolpato e che sta reggendo solo grazie all’abnegazione di medici e infermieri. Ha costretto milioni di ragazze e di ragazzi a rinunciare all’esperienza fondamentale dello stare a scuola, uno accanto all’altro, tra le idee e le passioni che si agitano a quell’età.

E di fronte a tutto questo il governo dovrebbe tirare a campare tra le convulsioni dei Cinque stelle sul Mes o le impuntature di Italia viva sulle aperture e sulle chiusure dei Comuni? O dovrebbe farlo per permettere al presidente del Consiglio di crogiolarsi nella sua smania neocentralista per la quale crede di poter fare e disfare da solo, senza rendere conto?

Non è stagione di piccoli compromessi

Il problema infatti è tutto qui: il rischio che mercoledì, nel voto sulla riforma del Mes, il governo possa cadere credo sia molto ma molto basso. Si troverà sicuramente un piccolo compromesso che consentirà ai grillini di votare a favore mantenendo la loro assurda posizione che recita l’Italia-non-deve-chiederlo-mai. Ma se le cose, come è augurabile, dovessero andare proprio così, la questione di fondo rimane: che ci sta a fare questo governo?

Ecco, appunto: a che serve questa alleanza rosso-gialla? A logorarsi in continue mediazioni? A seminare trabocchetti sulla strada? A giocare a braccio di ferro per vedere se anche i piccoletti hanno le braccia forti? Nessuno può pensare di continuare così. Per cui, in ogni modo, c’è bisogno di una svolta, di uno scatto, di un nuovo patto di governo che invece di pensare agli equilibrismi politici spinga a pensare a che cosa serve al Paese e a che cosa fare per cominciare a sistemare i mattoncini di un’Italia diversa.

Su questo dovrebbe concentrarsi il confronto. I fondi del Next Generation EU non sono bruscolini. E non possono essere buttati via in interventi a pioggia senza un disegno complessivo, come troppo spesso è accaduto. Qualche mese fa, durante la prima ondata della pandemia, si usava una bella espressione: niente potrà essere come prima. Ma se niente dovrà essere come prima, bisogna immaginare il dopo. Per farlo servono progetti, pensieri, idee. Non basta qualche bravo manager a portarci sulla strada giusta. La nostra pubblica amministrazione ha bisogno di essere revisionata in profondità per poter affrontare questa nuova sfida ed essere in grado di gestire i progetti che saranno decisi. Il confronto con il sindacato e con gli imprenditori, come dice giustamente il leader della Cgil Maurizio Landini, non può essere un optional, ma un passaggio fondamentale. Il coinvolgimento delle forze sociali e intellettuali può aiutare il governo a fare le scelte più giuste con il consenso più ampio.

Beni comuni, un progetto di rinascita

Evitiamo di sprecare questa grande occasione. Dalle scelte che faremo dipenderà il futuro del nostro Paese e dei giovani che stanno pagando uno dei prezzi più alti di questo disastro socio-sanitario. Non ci vuole molto a capire in che direzione andare. Ci sono due parole che possono riassumere l’idea di fondo di un progetto di rinascita: beni comuni. Quelli che nel trentennio dell’ubriacatura liberista sono stati massacrati o privatizzati rendendo sempre più fragile il sistema pubblico: la scuola, la sanità, il welfare, la ricerca, la cultura, il sistema infrastrutturale e un assetto digitale che elimini le sacche presenti nel Paese. Solo un sistema pubblico forte può guidare una riconversione industriale che cambi il modello di sviluppo ormai antiquato puntando su innovazione e transizione ecologica. Non serve solo più Stato, serve uno Stato migliore.

A questo deve pensare il governo, e la sinistra che è dentro al governo. Ma per farlo, appunto, non bisogna tirare a campare. C’è bisogno di una coesione politica e progettuale che è cosa ben diversa dallo stare insieme solo per fermare la destra o per difendere gli interessi privati, di partito o di gruppo o per paura di andare alle elezioni. Se non si riesce a fare questo allora, invertendo l’ordine dei fattori del motto andreottiano, meglio tirare le cuoia che tirare a campare.