Casellati alla prova
del governo

Non è andata. Non è stata risolutiva la prima giornata del mandato esplorativo assegnato dal presidente della Repubblica alla seconda carica dello Stato, Elisabetta Alberti Casellati. Forse senza delusioni perché nessuno dei protagonisti credeva che sarebbe bastato un primo incontro per verificare la disponibilità da parte delle forze politiche a trovare una soluzione il più possibile condivisa al rebus uscito dalle urne il 4 marzo scorso.

Sul divano del saloncino di Palazzo Giustiniani si sono succeduti tutti i vincitori parziali delle elezioni, i Cinque Stelle e la coalizione di centrodestra di nuovo in ordine sparso e per quanto riguarda la Lega anche senza leader che ha scelto di andarsene a Catania, per “impegni precedenti”. Tutti a insistere sulle loro posizioni, sui loro veti, sulle loro rivendicazioni contribuendo con atteggiamenti diversamente distruttivi a mandare in fumo il primo giorno dei due concessi da Mattarella a Casellati per arrivare ad un qualche risultato. Che al momento appare evidente non sarà positivo. E non appare possibile che il secondo giro di incontri possa portare ad un risultato diverso. Anche se il centrodestra si presenterà unito. Alla presidente del Senato è andato l’impegno gravoso del primo approccio fuori dell’istituzionalità massima dello studio alla Vetrata. A lei è toccato l’amara gestione di una situazione di stallo che appare senza soluzione davanti agli opposti veti resi sempre più espliciti nel corso di colloqui tanto lunghi rispetto alla prassi quanto inutili nel risultato. Ma sono tempi in cui certificare le situazioni è necessario.

Non appena la presidente del Senato “entro venerdì” renderà conto al Capo dello Stato del fallimento del suo tentativo toccherà di nuovo a Mattarella trovare un’altra strada per dare agli italiani un governo nella pienezza dei suoi poteri. E dal Colle potrebbe arrivare l’invito a esplorare la possibilità di giungere ad un esecutivo alla terza carica dello Stato, a Roberto Fico cui è presumibile verrebbero messi paletti diversi rispetto a quelli dati a Casellati che ha avuto il compito di verificare la fattibilità di un governo di semi vincitori. Un fallimento, almeno al momento, per un intrecciarsi di petulanti posizioni: Di Maio che non vuole Berlusconi e definisce la coalizione di centrodestra “un artifizio elettorale” però con un Salvini che non ha intenzione di abbandonare l’alleato per mettersi a governare con “uno che si sente il centro dell’Universo”. Mentre il leader grillino a Palazzo Chigi non ci vuole proprio rinunciare e punta i piedi.

Toccherà allora al presidente della Camera verificare quanto sia possibile, arrivati a questo punto, aprire ad un dialogo tra i Cinque Stelle e il Pd, non coinvolto negli incontri di Palazzo Giustiniani. Una conseguenza logica che discende dalla chiusura del forno leghista ribadita da Di Maio con un vero e proprio ultimatum. E ripetuta davanti ai suoi eletti tutti schierati, nessuno escluso almeno ufficialmente, in difesa della sua leadership. E potrebbe proprio essere Fico a rivelarsi il jolly capace di far vincere la partita del governo al Paese. Un bel risultato, quanto gradito al suo partito tutto da verificare, a cominciare dal leader di esso che dovrebbe sacrificare le sue velleità sull’altare dell’interesse collettivo. E’ abbastanza difficile immaginare un presidente Cinque Stelle che apre la strada di Palazzo Chigi a un pentastellato. Ci anno abituati all’accaparramento delle poltrone ma questa volta ci sarebbe l’ostacolo di Mattarella.

Se non dovesse esserci l’incarico a Fico o se una volta avutolo fallisse, al presidente della Repubblica restano aperte due strade. Un pre-incarico ad uno dei due vincitori, quello di una coalizione, Salvini, quello col suo partito, Di Maio. Se avverrà sarà sicuramente sulla base dei risultati dei colloqui con i vertici dello Stato. Andrà a chi nelle segrete stanze avrà raccolto più consensi. E poi c’è la terza via, quella del governo del presidente che vede Mattarella in versione decisionista, chiamare una personalità di spicco e indiscutibile, un esponente della cosiddetta riserva della Repubblica, un politico o un costituzionalista che sia, per cercare di uscire da quella situazione di stallo che in un minuto e mezzo di discorso, alla fine del secondo round di consultazioni, il Capo dello Stato ha stigmatizzato per due volte. Un governissimo aperto alle forze politiche consapevoli della necessità che il Paese ha necessità di essere governato. Un ritorno alle urne per il Quirinale resta ancora l’estrema ratio.