Gli italiani,
figli di migranti

 

Nel 1938, ottanta anni fa, il governo fascista di Benito Mussolini vara le leggi razziali e vagheggia l’esistenza di una razza italiana pura. Torneremo su quella terribile discriminazione. Ma fermiamoci alla pretesa fascista di descrivere gli italiani come “razza pura”. Un doppio errore.

Intanto perché le razze umane non esistono. Quindi non c’è una razza italiana.   Il secondo errore è (per fortuna) altro che popolazione italica pura: al contrario la nostra varietà genetica è la maggiore d’Europa. C’è più affinità, in media, tra un portoghese e un ungherese o tra uno svedese e un greco che non tra due italiani. Più correttamente, l’analisi del cromosoma maschile Y ci dice che se è 100 la differenza genetica che si osserva in media tra le popolazioni di tutta Europa, nella sola Italia la differenza è 80. Se poi si analizza il DNA mitocondriale, risulta che la diversità media tra gli italiani è uguale se non addirittura superiore alla diversità tra Europei.

Ebbene, in Italia la diversità linguistica è la più grande d’Europa. Nel nostro paese si parlano 35 lingue diverse, esclusi i contributi delle migrazioni più recenti e le diversità dialettali. Più che in Germania (27), Francia (23), Spagna (15) e Regno Unito (13).

Altro che la razza pura vagheggiata dal fascismo: l’antropologia ci dice che la popolazione italiana è il trionfo della diversità. Per il semplice fatto che siamo figli di migranti.

Ovvero il frutto del mescolamento di popolazioni che, in diverse epoche storiche, sono arrivate nella nostra penisola da direzioni, appunto, le più diverse.

I primi Homo sapiens sono giunti in Italia tra 40.000 e 30.000 anni fa. Provenivano dal Medio Oriente, dopo essere usciti dall’Africa. Incontrarono, nella penisola come in Europa, i Neandertal, con cui talvolta si incrociarono. Ma dei primi sapiens giunti in Italia nel nostro DNA v’è solo qualche labile traccia.

Il nostro codice genetico ha invece registrato la seconda, grande ondata migratoria che ha interessato la penisola, tra 25.000 e 20.000 anni fa, nel pieno dell’”ultimo massimo glaciale”, quando l’Europa fu quasi interamente ricoperta dal ghiaccio e le popolazioni di raccoglitori e cacciatori sciamarono da nord verso il più confortevole mezzogiorno continentale. Qui i gruppi di sapiens vissero in maniera relativamente isolata fino a quando durò la glaciazione. Gli italiani sono in parte figli di questi migranti giunti dal nord.

Una seconda ondata migratoria che ha lasciato tracce nel nostro DNA è avvenuta intorno a 8.000 anni fa. I migranti arrivarono questa volta dal Sud della penisola: erano allevatori e agricoltori provenienti dall’Anatolia. Questi nuovi (e culturalmente più evoluti) migranti hanno impiegato circa 1.500 anni per risalire in maniera significativa la penisola e mischiarsi con le antiche popolazioni. Questa diffusione ha contribuito non poco a creare il gradiente di caratteristiche genetiche della popolazione attuale della penisola. La notevole diversità genetica che si osserva oggi nel cromosoma Y delle popolazioni del Nord Ovest (dalla Toscana al Piemonte) e di quelle del Sud Est (Calabria e Sicilia) è dovuta in buona parte a questa “transizione del neolitico”. In soldoni: nel Nord del paese c’è una maggiore impronta dei migranti settentrionali del paleolitico e in quelle del Sud del paese una maggiore impronta dei migranti orientali del neolitico.

Una terza ondata migratoria forse di minore portata di cui comunque, soprattutto al Sud, portiamo traccia è quella dei coloni greci giunti in Italia a partire dall’VIII secolo.

I flussi migratori sono continuati anche in epoca storica. Tutti a scuola abbiamo studiato l’arrivo dei “barbari” prima, durante e dopo la fine dell’Impero Romano. Tuttavia di queste invasioni ci sono tracce genetiche piccole (ma non nulle). Più significative (ma pur sempre inferiori alle tre precedenti) è la variabilità genetica che possiamo associare all’arrivo degli Arabi e poi dei Normanni nell’Italia meridionale.

Ecco chi siamo, dunque, noi italiani: figli di migranti. Frutto di tante infinite storie di migrazioni, piccole e grandi, che hanno interessato nel corso del tempo profondo la nostra penisola. Storie diverse, ma con un tratto in comune: l’accogliente ambiente della nostra penisola.