Gli innovatori ripartano dall’Europa unita

Dì una cosa di sinistra: Europa unita, solidale e democratica.

La denominazione “destra” e “sinistra” nasceva in Francia nel maggio 1789 quando il Terzo Stato si divise fra i conservatori a destra del Presidente e i radicali a sinistra, a destra i monarchici e a sinistra i rivoluzionari. Nel maggio 2019 saranno trascorsi 230 anni dalla nascita della contrapposizione fra destra e sinistra, conservatori e rivoluzionari.

In Europa, la bandiera della rivoluzione e cioè del cambiamento radicale è stata issata negli ultimi anni dagli “euro-ostili” che vogliono rovesciare la ragione per cui è nata la Comunità: la disintegrazione al posto dell’integrazione, l’egoismo al posto della solidarietà, i muri al posto dei ponti. Gli “euro-ostili” conquistano il consenso popolare perché l’Unione europea appare inefficace e il ritorno all’Europa degli Stati sembra la soluzione più semplice.

“Per ogni problema complesso – diceva George Bernard Shaw – c’è sempre una soluzione semplice” e aggiungeva “che è sbagliata”. Alla complessità della paralisi europea è sbagliato rispondere con la soluzione semplice del ritorno alle patrie nazionali; serve la soluzione complessa di cambiare radicalmente l’Unione europea.

Diciamo tutti insieme una cosa di sinistra: Europa unita, solidale e democratica!

E’ questa l’essenza del decalogo – radicalmente spinelliano – che centoquaranta ricercatori, associati, ordinari ed emeriti di trenta università italiane hanno scritto insieme al Movimento Europeo e che hanno ora deciso di diffondere in Europa nella convinzione che sia possibile creare una alleanza di innovatori (o se volete: rivoluzionari) per conquistare una maggioranza parlamentare europea nel maggio 2019. Il decalogo declina in dieci punti “di sinistra” l’idea di un “patto per una democrazia partecipativa e di prossimità”.

In primo luogo lo “Stato di diritto” e, come diceva Stefano Rodotà, il diritto di avere diritti. Stato di diritto vuol dire legalità, uguaglianza davanti alla legge, separazione dei poteri e divieto dell’abuso di potere, indipendenza della magistratura, protezione dei diritti fondamentali. Se deve essere democrazia partecipativa lo strumento più adeguato è una iniziativa di cittadini europei (servono un milione di firme in almeno sette paesi europei: cominciamo da Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia, Austria e poi nella Spagna attraversata dagli opposti nazionalismi di Madrid e di Barcellona e infine l’Italia alla vigilia di un voto fondato su una legge elettorale nata dalla stupida arroganza del potere) per obbligare Commissione, Consiglio e Parlamento ad affidare il compito di decidere se siano stati violati diritti fondamentali a giudici che dipendono dalla Legge e non da capi di Stato e di governo paralizzati da veti incrociati.

In secondo luogo la salvaguardia e la valorizzazione delle diversità culturali partendo dalle città (la democrazia di prossimità) “perché è a livello locale che si crea la coesione e l’integrazione o si fallisce” e ciò riguarda in particolare il rapporto tra “noi” e “loro” dove il progresso sta nell’allargamento dello spazio in cui sempre più “loro” diventano “noi”.

E dunque, in terzo luogo, il diritto di asilo e l’accoglienza, rinnovando contemporaneamente la politica di cooperazione con il Mediterraneo e l’Africa con un grande piano di investimenti nel quadro di una politica estera realmente comune.

In quarto luogo la garanzia della sicurezza esterna, dove l’integrazione degli strumenti militari deve essere al servizio della pace, e interna per combattere criminalità, corruzione e terrorismo e cioè per combattere reati “federali”: per ottenere questo risultato serve una Procura “federale” che agisca nel pieno rispetto delle prerogative del PE e dei parlamenti nazionali.

In quinto luogo bisogna sostituire la governance confederale o intergovernativa con un governo economico fondato su istituzioni politiche democratiche superando la distinzione perniciosa tra politica monetaria sovranazionale, politiche economiche centralizzate ma intergovernative e politiche sociali nazionali e rispettando il principio secondo cui se si sta nell’Unione si sta anche nell’Euro.

In sesto luogo un bilancio quinquennale (e cioè per la durata di una legislatura) declinato attraverso leggi di bilancio annuali secondo la doppia regola no taxation without representation e no representation without taxation per dare all’Unione la capacità fiscale necessaria a garantire beni pubblici a dimensione europea.

In settimo luogo la coesione economica, territoriale e sociale con misure efficaci per promuovere la convergenza e un welfare europeo fondato su un pilastro sociale vincolante e su un dialogo sociale rinnovato come elemento caratterizzante di una vera democrazia economica.

In ottavo luogo, l’avvio di una transizione ecologica dando piena attuazione agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile adottati dalle Nazioni Unite nel 2015 e agli accordi di Parigi sottoscritti nel 2016.

In nono luogo, una vera cittadinanza federale, come valore aggiunto rispetto alle cittadinanze nazionali, dotata di un proprio nucleo di diritti individuali e collettivi facendo un primo passo con la creazione di liste transnazionali e la scelta dei candidati alla presidenza della Commissione attraverso primarie di coalizione a condizione che questi candidati si presentino all’elettorato europeo alla testa delle liste transnazionali.

Infine e secondo il principio di George Bernard Shaw secondo cui un problema complesso richiede una soluzione complessa, il “decalogo” propone di eleggere il 26 maggio 2019 – contestualmente al PE –  un “Congresso” con il mandato di elaborare la Legge Fondamentale di una futura Comunità federale (ideale convergenza fra l’intuizione monnettiana del metodo comunitario e l’approccio federale di Altiero Spinelli), una Legge da sottoporre ad un referendum pan-europeo.

Intorno a questo decalogo si può formare una alleanza vincente.

Nel bicentenario della nascita di Karl Marx: innovatori di tutta Europa unitevi!