Hugo, che la notte pensava ai comunisti
e voleva regalare Corto Maltese all’Unità

Hugo era robusto, pancia solenne, bello, sfuggente come animale da combattimento. Si incrociava Hugo di qui e di là, raramente anche da Paolìn. Ma se ne stava molto per i fatti suoi, o girava il mondo riposando volentieri nella sua casa di Malamocco, quando tornava. Hugo era un conversatore inarrivabile, un ciaciaròn magico, una bomba di senso dell’humour, quando aveva voglia di giocare. Le donne, le signore, se lo sognavano di notte, e lui lo sapeva: era una Ferrari dei filoni. Vicino a lui i mariti si sentivano loden consumati, gli amanti maschietti avvertivano l’insulsaggine del loro inutile mistero, i potenti si sentivano graziati dal fatto che quell’uomo non calcasse la loro stessa scena.

Lui era così

Non sto dando aria ai denti, era così. Hugo, invece, giocava da matti pur con un pensiero costante e sommerso al suo ruolo nella storia del mondo. Gli piaceva telefonare agli amici, non importa a che ora. Così, mi telefonava. In genere tra le quattro e le sei del mattino. Ansia divina. Squilla il telefono – allora niente cellulari –, alla quarta, sconfitto, rispondi e dall’altra parte una voce ti sussurra: “Gnente gnente te gò roto i cojoni, Toni?”, “No, ti schersi, Hugo, tuto ben, cossa nasse?”, “Scolta, gero che me domandavo: ma come sea sta storia dei comunisti?”; Hugo voleva sapere dei comunisti. Sapeva bene che ero uno dell’Unità e pensava che nessuno meglio di me glielo avrebbe saputo spiegare come buttava “sta storia dei comunisti”, alle quattro del mattino. “No so, me par che sia poco ciaro… cioè, el partito cossa vollo da noialtri? Dove vol portarne sto Pci?”, mi faceva morire. “Hugo va in mona, ma ti vol davero che ghe ne parlemo, cussì?”, “E ciò!”. Parlavamo, gli spiegavo quello che non sapevo tanto era uguale, lui commentava come fosse davvero interessato ma credo gli interessasse per niente. Un’ora dopo era tutto finito. Alberta, mia moglie, mamma di Silvia, dal cuscino più in là, sulle prime chiedeva: “Ma chi è questo insonne?”, le rispondevo sibilando: “È Hugo”, lei, che lo conosceva da quando era nata, capiva e riprendeva il sonno. Aveva imparato a dormire durante le chiacchierate delle albe prattiane. Prima di chiudere, magari ci si dava appuntamento in qualche losca locanda, di lì a poche ore, per passarci le informazioni più riservate, “parché no se pol fidarse par telefono de dir certe robe”. Poteva esserci, all’appuntamento, come no. Se lo chiamavi, tanto per scaramanzia, poteva rispondere dal telefono di casa sua: “L’appuntamento? Lascia perdere, no posso dirte gnente, adesso. Robe strane, fìdite…”.

Inventava le ombre

Se il mondo fosse stato una tabula rasa, tutta luce e niente rughe, lui avrebbe inventato le ombre. Se la godeva a popolare di mostri ed eroi senza gloria ogni svolta d’angolo. Non gli importava che l’avventura lo concupisse, se la creava lui e poi ci andava a sbattere come un tir lanciato contro un muro piazzato in mezzo all’autostrada. Un giorno scoprimmo che gli andava di iscriversi alla massoneria. In verità, non abbiamo mai chiarito se la sua adesione alla loggia fosse cosa antica e solo a un certo punto messa sul piatto. “Affari tuoi”, trasferimmo così il messaggio di un collettivo al quale doveva pur rispondere, “ma non ti senti un po’ ridicolo con quei traversini?”, “Ma sé mati? Sé magnifico, tuti col capuccio, i riti, e paroe, tuto magico… me piase massa sta roba. El gran maestro… L’inissiassion… Beissimo… me iscrivo”. Si iscrisse, stregato da questa fenomenologia che lui vedeva dotata della stessa febbre di Robert Louis Stevenson e di Zane Grey.

Il resto, per lui, era fuffa. Come fosse uno shakerato di Venezia, lui che amava questa città come poche altre cose. Proprio perché rappresentava bene la voglia di mistero, il desiderio di un battesimo d’avventura, di una dispersione del corpo nell’avventura. Qualcosa del genere si materializza in una delle sue storie più malinconiche, La laguna dei bei sogni, dove si droga il languido disagio mentale allegato da Thomas Mann al personaggio di Aschenbach e lo si spinge tra i sogni di un ufficiale tedesco immobile e delirante come una corazzata spiaggiata. In una laguna tropicale in cui crescono fiori che sono porte aperte sul delirio. Non era Venezia, ma è come se lo fosse. Hugo avvertiva il sottile potere tossico emanato dalla città d’acqua con l’aiuto di un profumo di fascino denso. Capiva che se non ti ci confronti con lucidità tutti i santi giorni, insomma, se non riesci a vivere, come si diceva, “storicamente”, Venezia rischia di inghiottirti, come personaggio inconscio di un’avventura che non ha bisogno di altri interpreti, oltre a lei.

Scivolare sull’ironia

Che ci sia qualcosa di psicoanalitico in questa visione con radici nel romanticismo più vicino a Coleridge, e in più che si possano operare slittamenti di sensi muovendo da questa immagine verso un quadro psichico in cui governano i buchi della nostra evoluzione, è del tutto, credo, confermabile e autorizzato. Del resto, può sembrare che anche la storia, tutta la storia, non sia altro che l’anamnesi di una formidabile disfunzione di qualcosa che non si sa. Hugo sapeva del trucco, a suo modo cercava di sfuggirgli, di fregarlo, inventando realtà immaginate in cui si stava benissimo e costavano niente. Poi, esisteva Venezia, non era un sogno, era piuttosto una realtà che sognava se stessa, praticamente una divinità che alimenta da sé il suo non-divenire. Noi, le comparse; almeno saperlo, e le fantasmagorie di Hugo non mi sembravano altro che la massima rappresentazione di questa impossibile sfida: gli dei sappiano che ho capito il mio ruolo, e una rotella che sa di essere rotella è una minaccia per l’ordine costituito, per la grande Macchina. O forse no. Il bello con Hugo era che si poteva sfiorare il cielo del pensiero occidentale e anche orientale, certi che prima o poi si sarebbe tornati a terra scivolando sui mille fili dell’ironia, senza danno, senza irrisione per quei pensieri; la stessa sorte dei brutti sogni raccontati dai soldati nel fango delle trincee nelle notti senza luna e in un lampo smontati dalla battuta spiritosa di un commilitone.

“Ho deciso di fare qualcosa per il PCI”

Un’alba come tante, mi svegliò con la voce di uno braccato dai killer: “Bisogna che te parla. Vedèmose. Ae sete al ristorante del porticciolo… ti sa, no serve che te spiega”. Appuntamento non discutibile al Lido, alle sette di sera. Ma in un punto più che appartato del Lido, dove le case finiscono e inizia quella microscopica “tundra” lagunare che si mangerebbe i mattoni se glielo permettessero. Una strada, un piccolo porticciolo per la rimessa delle barche in mezzo al niente. Una cucina, un avventore, una padrona cuoca cameriera, tavolini fuori, squallidi. Massima discrezione, ma mi aveva spiegato che avremmo potuto salutarci, senza troppa enfasi, e sederci assieme, parlando sottovoce. Intanto, Hugo, circospetto. Ordiniamo distrattamente. Viene al dunque, guardandomi negli occhi, con il tono di chi poteva confessarmi di aver ucciso Berlinguer: “Ho deciso di fare qualcosa per il Pci”. “Davvero, Hugo? E cosa?”, “Una storia inedita, nuova, di Corto Maltese, per l’Unità”. Chiedeva una quindicina di milioni, giusto il costo degli inchiostri, dei colori e dei collaboratori, nota spese. Non era un affare, per l’Unità, ma un gigantesco affare, perché quella storia di cui il mondo sapeva nulla sarebbe stata pubblicata a puntate sul quotidiano di Antonio Gramsci. La più celebre saga a fumetti della terra – allora e forse ancora –, con la sua fantasia, la sua creatività, la sua libertà, avrebbe sposato le pagine di un severo quotidiano pazientemente di sinistra. Comunista, italiano. Che ci voleva? Ne parlai con il direttore di allora, molto interessato. Mica tanto. Dopo un paio di mesi – mentre Hugo mi sfiniva di telefonate ansiogene – la direzione mi rispose che non se ne faceva nulla.

Ricordo di non aver saputo tirar su la testa mentre raccontavo al più grande artista a fumetti e non solo del presente che a loro, ai comunisti, “non gli pareva”.

Questo brano è tratto da “Venezia siamo stati noi” di Toni Jop, edito da Città del Sole (256 pagine, 15 euro)

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