Gli europei? Per il Dna sono tutti immigrati

Svante Pääbo è un genetista svedese specializzato come evoluzionista ed è il padre della paleogenetica, l’insieme di discipline che studiano i primi esseri umani e le popolazioni antiche. Il professor Pääbo e il suo gruppo di ricercatori lavorano al Max Planck Institute, in Germania, a Lipsia, dove sorge il centro per l’antropologia evoluzionaria, fondato nel 1997. Vi sono quattro dipartimenti, quindici gruppi di ricerca, trecentosettanta scienziati di tutto il mondo. Non era facile fino a poco tempo fa capire chi siamo e da dove veniamo noi europei, ma negli ultimi dieci anni è diventato possibile sequenziare il genoma di uomini e donne vissuti decine di migliaia di anni fa. Per avere le informazioni basta un piccolo pezzo di scheletro ben conservato: l’ideale è il frammento di un osso dell’orecchio interno, l’osso petroso, che è molto denso. Oggi non costa più di quattrocento euro un test che ci dica tutto, sul piano fisico, di un essere umano vissuto nel mesolitico, nel neolitico e infine nell’età del bronzo: colore della pelle, degli occhi, dei capelli, la sua provenienza, le molteplici provenienze degli antenati e perfino le intolleranze alimentari.

Le risposte alla domanda su chi siamo noi europei è, principalmente, questa:siamo tutti popoli di immigrati dall’Africa (già quarantacinquemila anni fa), siamo tutti discendenti di agricoltori arrivati ovunque in Europa dalle zone fertili della Turchia (a partire dal 6000 a. C) e, infine, c’è in ognuno di noi l’eredità nomade degli abilissimi cavalieri Yamnaya arrivati dal 2000 a.C. dalle steppe della Russia. Gli Yamnaya introdussero in tutto il continente, e per molto tempo, uno stile di vita mobile e anche loro si spinsero ovunque in Europa.Noi europei, spiegano gli scienziati del Max Planck Institute di Lipsia, abbiamo il DNA di tutti e tre questi gruppi che hanno formatola preistoria del continente.

“Nessuno di noi discende da persone che hanno vissuto nel nostro stesso posto da tanto tempo” – sottolinea lo scienziato David Reich- “non esistono indigeni. Chiunque si richiami al concetto di purezza della razza è contraddetto dalla mancanza di significato di questo concetto”.

Oggi la ricetta genetica di ogni “tipico” europeo, in qualunque Paese si sequenzi la struttura primaria di una molecola di DNA, dà costantemente il medesimo risultato: in noi c’è una parte di cacciatori e raccoglitori africani, una parte di agricoltori dell’Anatolia, una parte di cavalieri nomadi Yamnaya. Inoltre, il 2,6 per cento del genoma degli europei reca anche il DNA dell’uomo di Neanderthal, che sarebbe stato soppiantato dall’homo sapiens. Michael Dannemann e Janet Kelso, del Max Planck, con metodi in parte differenti, hanno esaminato il genoma di cento dodicimila persone, trovando sistematicamente varianti neandertaliane, frutto di accoppiamenti in alcune zone del Nord Europa tra gli ultimi antenati dell’uomo moderno e la specie ormai prevalente. Nessun africano del corrispondente campione invece reca più il DNA dell’uomo di Neanderthal, ma solo del Sapiens. Nel lungo studio condotto dal professor Svante Pääbo e dagli scienziati dell’istituto che dirige, una vera e propria avventura delle origini, non mancano i colpi di scena. Ad esempio, gli studiosi hanno visto che, all’improvviso, cinquemila quattrocento anni fa, cambiò tutto. In Europa gli insediamenti neolitici sparirono: meno reperti, meno segni di popolazioni, meno siti. Solo dopo cinquecento anni il continente si ripopola in modo apprezzabile, ma il DNA è mutato: ora è quello degli Yamnaya delle steppe. La solida civiltà agricola neolitica, che aveva portato la coltivazione del grano, l’allevamento del bestiame e lasciato per sempre a noi una parte del loro DNA non fu spazzata via da una guerra. La spiegazione è, di nuovo, nell’analisi della molecola depositaria dell’informazione genetica. Una ricerca condotta sul materiale tratto dalla dentatura di centodieci cavalieri dà la spiegazione. I nomadi delle steppe, spiega il professor Kristian Kristiansen dell’università di Gothenburg, in Svezia, erano portatori della Yersiniapestis, una forma più antica della peste. Avevano sviluppato per secoli un’immunità o una resistenza, ma la malattia distrusse i villaggi neolitici.È a questo punto della storia, con gli Yamnaia, che inizia ad affermarsi una lingua protoindoeuropea. Si diffonderà nel continente per poi dividersi in centinaia di rivoli, parlate di gruppo o di villaggio che diventeranno lingue.

I paleo genetisti aprono davanti a noi il libro della nostra identità, scritta nelle molecole della vita. Sappiamo già che non sarà sufficiente a contrastare narrazioni “nativiste”, populiste, romanticamente nostalgiche di un’inesistenteepoca d’oro. Il paradigma nazionalista ci spiega che gli europei “veri” sono sempre vissuti qui, e che non possiamo mescolarci con altre popolazioni. La scienza e la storia ci spiegano che ci siamo evoluti proprio perché siamo tutti immigrati: africani, mediorientali, nomadi dell’est e, infine, europei.