La grande crescita degli ecoprofughi

Anni fa eravamo proprio in pochi a riflettere sulle migrazioni forzate per la sopraggiunta inospitalità del proprio ambiente. Gli ecoprofughi erano già milioni, perlopiù lontani dal territorio europeo, impegnati in una terribile complicata lotta per la sopravvivenza, in movimento speranzoso per una ricollocazione, con poco dietro e molta incertezza davanti. Ogni tanto vi erano articoli allarmati sugli organi d’informazione, soprattutto nel corso delle varie emergenze; quasi nessuno si è occupato di che fine hanno fatto “dopo”, quei fortunati che sono riusciti a rientrare nelle aree dove vivevano, quelli “spiazzati” rimasti comunque all’interno del proprio paese, quanti hanno continuato a vagare, errare, migrare più o meno assistiti, giungendo infine a una frontiera internazionale e in nuovi contesti istituzionali.

Oggi è una questione all’ordine del giorno di molti programmi dei governi in carica, per la prevenzione oltre che per la protezione civile. E svariate discipline fanno il punto su dati e prospettive all’interno dei propri confini semantici. Sono stato invitato a parlarne in vari appuntamenti, tenterò di darne via via conto.
A fine settembre si è svolto a Chieti l’XI° convegno dei sociologi dell’ambiente, con la direzione scientifica di Alfredo Agustoni e Mara Maretti. L’argomento indicato nel titolo generale (“Mutamenti ambientali, territori e dinamiche migratorie”) aveva agganci in quasi tutte le sei specifiche sessioni, in particolare la quarta sui “rifugiati ambientali”.

In vista della manifestazione sono stati presentati vari studi in corso, alcuni dei quali poi discussi fra i partecipanti. Distinguerei alcuni filoni trasversali su cui ho raccolto materiali e spunti: il recente iter emergenziale e securitario delle popolazioni sfollate a causa di “disastri”, soprattutto dai terremoti negli Appennini; i milioni di persone in fuga a causa degli effetti del climate change in specifiche aree del pianeta, soprattutto per l’ingiustizia sociale di subire conseguenze di modelli produttivi e consumistici realizzatisi altrove; le ipotesi per un riconoscimento giuridico e una protezione internazionale, in un’era ormai definibile come Antropocene ove molti comunque viaggiano anche per turismo; il possibile ruolo dei migranti nei territori d’arrivo, soprattutto di immigrati che potrebbero risiedere nelle fragili aree interne collinari e montane.


Frequente è stata la sottolineatura di un approccio separato fra i particolari case studies e gli abbozzi di sistemazione teorica organica. E, tuttavia, una prospettiva scientifica evoluzionistica fatica a essere percepita come utile alla “sociologia”: l’impronta umana sull’ambiente e la sociologia del territorio iniziano almeno dalla rivoluzione agricola migliaia di anni fa (appunto il Neocene-Neolitico), non sono appannaggio del capitalismo. Homo sapiens si rivelato capace di restare l’unica specie umana e di adattarsi in ogni ecosistema.

Anche per questo vanno distinti i migranti che affinano capacità e libertà di migrare (le esplorazioni e le scelte di vita) e i migranti forzati (da guerre e violenze istituzionali o sociali, da clima e logica capitalistica predatoria sull’ambiente). Studi di storia moderna e contemporanea hanno mostrato che nei secoli scorsi vi è sempre stata una migrazione volitiva che ha riguardato minoranze di ogni comunità organizzata o statuale, un poco più del 3 per cento all’inizio del Novecento (circa il 3 secondo l’Onu-UNDP all’inizio di questo millennio), ovviamente con forti diseguaglianze interne e fra paese e paese, ma non permanentemente fra le stesse aree e gli stessi paesi. Queste “libere” migrazioni sono bidirezionali e hanno molte mete, favorite o scoraggiate dalle politiche migratorie sia di uscita che d’entrata. Se si rispetta il diritto di restare dove si è nati e cresciuti, in pochi emigrano e quei pochi non producono pericoli e danni per le economie e le società da cui partono.