Gli allevamenti
dell’influenza

Ora passiamo all’allevamento.

Primo, trova un pollo che ingrassi con la minor quantità di mangime possibile. I muscoli e i tessuti grassi di questo broiler (1) di nuova concezione cresceranno considerevolmente più in fretta delle sue ossa, causando deformazioni e malattie. Dall’uno al quattro per cento dei polli morirà dimenandosi in preda alle convulsioni per la sindrome della morte improvvisa, un disturbo praticamente sconosciuto al di fuori degli allevamenti industriali. Un’altra malattia legata all’allevamento è l’ascite, che porta i liquidi in eccesso a riempire le cavità corporee uccidendo percentuali anche superiori di polli (il cinque per cento del totale). Dei tuoi polli tre su quattro avranno difficoltà di deambulazione, e il buonsenso ci dice che saranno afflitti da dolori cronici. Uno su quattro camminerà con difficoltà tali che sicuramente soffrirà.

Per produrre i tuoi broiler lascia le luci accese quasi ventiquattr’ore al giorno durante la prima settimana di vita dei pulcini. Così li incoraggerai a mangiare di più. Poi spegni un po’ le luce, dando loro, diciamo, quattro ore di buio al giorno, il minimo di sonno perché sopravvivano. Inutile dirlo, stipare uccelli sovradimensionati, imbottiti di farmaci e deformi in una stanza lurida incrostata di escrementi non è molto salubre. Oltre alle deformità, negli allevamenti dilagano danni oculari, cecità, infezioni batteriche alle ossa, spondilolistesi (2), paralisi, emorragie interne, anemia, peròsi (3), malattie respiratorie e indebolimento del sistema immunitario. Gli studi scientifici e la documentazione governativa (statunitense, ndr) indicano che quasi tutti i polli (il 95 per cento) sono contaminati da Escherichia coli (un indicatore di contaminazione delle feci), e tra il 39 e il 75 per cento della carne di pollo che arriva sui banchi dei negozi ne è ancora infetta. L’8 per cento è contaminato da Salmonella. Dal 70 al 90 per cento è affetto da un altro batterio potenzialmente letale, il Campylobarcter. Di regola si usano i bagni di varechina per togliere lerciume, odori e microbi.

Ovvio, i consumatori potrebbero accorgersi che i loro polli non hanno proprio il sapore giusto – quanto può essere buono un animale imbottito di farmaci, infestato di malattie, contaminato di merda? – ma le carni saranno iniettate (o gonfiate) di “brodi” e soluzioni saline per dare loro quello che ormai pensiamo sia il gusto, l’odore e l’aspetto del pollo.

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Concluso l’allevamento è giunto il momento della “lavorazione”.

Primo, ti servirà trovare degli operai per mettere i polli nelle gabbie e ”tenere la linea” che trasformerà gli uccelli interi e vivi in tagli di carne impacchettati nel cellophane. Dovrai trovare di continuo nuovi operai, perché il tasso di turnover annuale supera il cento per cento: Il meglio sono gli stranieri clandestini, ma anche i poveracci immigrati da poco e che parlano male la lingua possono andar bene. Dagli più o meno il minimo salariale per prendere gli uccelli per le zampe, afferrandone cinque per ogni mano, e stiparli nelle gabbie da trasporto. Nessuna legge protegge i polli, ma ovviamente esistono leggi sul trattamento dei lavoratori e questo tipo di operazioni tende a lasciare la gente con dolori che si protraggono per giorni e giorni, quindi, di nuovo, assicurati di assumere persone che non siano nella posizione di lamentarsi.

È il momento di caricare le gabbie sui camion. Fregatene delle condizioni meteorologiche anche estreme e non dare ai polli né cibo né acqua, neppure se l’impianto di lavorazione è a centinaia di chilometri di distanza. Quando arrivano a destinazione, ti servono altri operai per agganciare i polli a testa in giù, appendendoli per le caviglie ai ceppi metallici di una guidovia. Si romperanno altre ossa. Spesso le strada e il frullio delle ali fanno così rumore che gli operai non riescono a sentire il vicino lungo la linea. Spesso i polli defecano per il dolore e la paura.

La guidovia trascina i polli in una vasca d’acqua elettrificata che con ogni probabilità li paralizzerà senza renderli insensibili. Dopo essere passati per il bagno, gli occhi dell’uccello paralizzato possono ancora muoversi. A volte gli uccelli mantengono un controllo sul proprio corpo sufficiente per aprire lentamente il becco, come se cercassero di gridare. La fermata successiva sarà il taglio automatizzato della gola. Avrai bisogno di qualche operaio in più che funga da macellaio di scorta per tagliare la gola dei polli che la macchina ha mancato.

Dopo che testa e zampe sono state rimosse, gli uccelli vengono aperti da una macchina con un’incisione longitudinale per l’eviscerazione. La contaminazione spesso avviene qui, poiché il macchinario, che opera ad alta velocità, squarcia di frequente l’intestino permettendo il travaso delle feci nelle cavità corporee. I polli passano quindi in un enorme vascone d’acqua refrigerata, dove vengono raffreddate anche migliaia di carcasse contemporaneamente. Tom Devine, del Government Accountability Project, ha affermato che “l’acqua in questi vasconi è stata giustappunto soprannominata ‘zuppa di feci’ per lo sporco e i batteri che vi navigano. Immergendo nello stesso vascone carcasse sane e pulite insieme a quelle sporche, in pratica stai garantendo la contaminazione incrociata”.

Più del novantanove per cento dei polli da carne venduti in America vive e muore così.

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Esattamente come il virus della malattia omonima, la parola “influenza” è il frutto di una mutazione. Originariamente il termine influentia, nel latino medievale, si riferiva al potere delle stelle: all’influsso astrale e occulto che poteva esercitarsi su molte persone contemporaneamente. Nel XVI secolo cominciò a riferirsi alle epidemie e alle pandemie influenzali che colpiscono simultaneamente molte comunità diverse (come per effetto di una volontà malevola).

Almeno dal punto di vista etimologico, quando parliamo di influenza parliamo degli influssi che agiscono sul mondo ovunque e contemporaneamente. Oggi i virus dell’influenza suina o quello della spagnola del 1918 non sono l’influenza reale – l’influentia soggiacente – ma solo il sintomo. Pochi ancora credono che le pandemie siano causate da forze occulte. Dovremmo considerare il contributo di cinquanta miliardi di uccelli malaticci e imbottiti di farmaci un’influentia soggiacente che stimola la creazione di nuovi agenti patogeni pronti ad attaccare l’uomo? E che dire dei cinquecento milioni di maiali dal sistema immunitario compromesso chiusi in spazi ristretti?

La prossima volta che un amico ha una cosiddetta “influenza” – quella che la gente chiama erroneamente “influenza intestinale” – fagli qualche domanda. Era una di quelle “influenze di un giorno” che se ne vanno in fretta come sono venute: vomito e diarrea poi tutto a posto? La diagnosi non è proprio così semplice, ma se la risposta alla domanda è sì, è probabile che il tuo amico non abbia avuto affatto un’influenza, ma rientri nei settantasei milioni di casi di malattie di origine alimentare che il CDC (Center for Disease Control degli Stati Uniti) stima ci siano ogni anno nel paese. Più che “prendersi qualcosa” il tuo amico ha mangiato qualcosa: e quel qualcosa proveniva dalla filiera industriale della carne.

E al di là del numero di malattie legate all’allevamento intensivo, sappiamo che l’industria zootecnica contribuisce all’aumento degli agenti patogeni resistenti agli antimicrobici perché ne somministra in grandi quantità. Per ottenere antibiotici e antimicrobici noi dobbiamo andare dal medico: una misura di salute pubblica che serve a limitare la quantità di farmaci di questo tipo assunta dagli esseri umani. Negli allevamenti intensivi gli animali ricevono mangime addizionato con farmaci a ogni pasto.

(Jonathan Safran Foer, “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?”, 2010)

 

(1) Pollo comune allevato esclusivamente per produrre carne.

(2) Spostamento in avanti di una vertebra rispetto alla vertebra sottostante.

(3) In veterinaria, malattia dell’apparato scheletrico dei pulcini, per cui gli animali presentano gambe storte assai deboli, e poggiano a terra non solo il piede ma anche l’articolazione tarsica (è dovuta a una deficienza di manganese nella razione alimentare).