Giustizia a orologeria: la guerra della politica contro la magistratura

Premessa: i magistrati sono persone come tutte le altre. Ci sono quelli bravi, quelli nullafacenti, quelli maturi, quelli immaturi, quelli faziosi, quelli qualunquisti, quelli che hanno opinioni politiche di vario genere. In ogni caso il loro mestiere – esercitato in nome del popolo italiano per principio costituzionale – consiste nell’indagare o nel giudicare, a seconda dei ruoli. Seconda ovvia premessa: nessuno è colpevole fino alla sentenza definitiva.

Detto questo, i magistrati fanno il loro mestiere dedicandosi anche a coloro che hanno ottenuto incarichi pubblici: tramite elezioni, concorsi, carriere, cooptazioni, lottizzazioni, raccomandazioni, parentele. Certo, rompono le scatole a chi è impegnato nella realizzazione delle sue ambizioni o vocazioni politiche. Tanto più in un Paese in cui si vota ogni 12 mesi (e in cui ogni tre giorni chi ci governa, a prescindere dalle maggioranze, dice che siamo sul punto di svolte epocali che non si possono intralciare). Cosicché la giustizia rischia di apparire – a chi ha le leve del potere o cerca di conquistarle – sempre “a orologeria”. 

Espressione coniata nei primi anni dell’inchiesta di Mani pulite, oltre un quarto di secolo fa, quando i vip e minivip finiti man mano sotto inchiesta agitavano lo spettro del “giudice di parte”, colluso con lo schieramento rivale. Negli ultimi decenni hanno messo sotto accusa la magistratura anche Craxi, Forlani, D’Alema, Andreotti, Formigoni, Berlusconi, Bossi ecc ecc.

Il fatto è che – nonostante sia passato tantissimo tempo e i partiti abbiamo cambiato quasi tutti nome e “ragione sociale” – tuttora, quando un politico viene sfiorato da un’inchiesta giudiziaria, c’è chi grida quasi sempre al complotto dei giudici.

Gli esempi delle ultime 48 ore? I pentastellati, nati sull’onda di un giustizialismo senza riserve, hanno sbarrato la strada, con uno strumento tipico delle caste politiche di tutti i tempi (l’autorizzazione a procedere negata) alla legittima inchiesta della magistratura catanese: aveva chiesto l’autorizzazione a giudicare il loro ingombrante alleato, il ministro dell’Interno e vicepremier leghista Matteo Salvini, indagato per il sequestro dei migranti sulla nave militare Diciotti. Niente da fare, quei “giudici a orologeria” – non in armonia con le esigenze del governo pentaleghista – sono stati, salvo colpi di scena, stoppati.

Altro esempio attuale? L’ex segretario del Pd, nonché ex premier, Matteo Renzi ha commentato così gli arresti domiciliari stabiliti dalla magistratura nei confronti dei suoi genitori, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, sospettati di aver trafficato con 700 mila euro di fatture false o gonfiate: “Se non avessi fatto politica la mia famiglia non sarebbe sommersa dal fango… Se qualcuno pensa che si possa utilizzare la strategia giudiziaria per eliminare un avversario dalla competizione politica sappia che sta sbagliando persona”.

Una battuta renziana così old style che Silvio Berlusconi si è commosso e ha colto la palla al balzo per dire: “Questa cosa dolorosa non sarebbe accaduta se anche la sinistra avesse accettato di realizzare la nostra riforma della giustizia, con separazione dei giudici dai pm, che devono avere una carriera diversa”. Traduzione: bisogna mettere la pubblica accusa sotto il controllo dell’esecutivo, infrangendo un altro principio costituzionale, quello dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Quindi, come al solito, si continua a spostare l’attenzione verso il presunto complotto delle toghe. Sorprende molto che – dopo 27 anni trascorsi dall’avvio dell’inchiesta su Tangentopoli (che non è il Vangelo e ha avuto le sue contraddizioni, ma qualcosa ha pur fatto emergere sugli usi e costumi della politica nostrana) – non sia cambiato nulla per quel che riguarda la ricerca dell’alibi “persecutorio”.

Certo, il passaggio dei grillini dal giustizialismo anti-casta partitica al giustificazionismo pro-casta pentaleghista è ciò che colpisce di più. Da parte del M5s, campione interplanetario di gogne mediatiche (e contemporaneamente impalatore di giornalisti), non si può sentire dire che Salvini è una vittima; come qualche tempo non si poteva sentire affermare che contro la giunta pentastellata di Roma c’era un complotto giudiziario. Dalle disavventure giudiziarie della sindaca di Roma in poi, la sedicente morale grillina, più elastica di un camera d’aria bucata, mostra una concezione della politica che fa rabbrividire, tanto più se propalata da un movimento immobile che si è spacciato per liquidatore del vecchio sistema. Però anche le affermazioni messe per iscritto da Renzi sembrano qualcosa di simile a un dejavu. 

In realtà è il sistema politico italiano ad essere “ad orologeria”. Imploso negli anni Novanta, senza riuscire a rinnovarsi conservando il meglio del proprio passato, oggi appare formato soprattutto da partiti che sono comitati elettorali e/o monarchie velate dall’esercizio truffaldino di una inesistente “democrazia diretta”.

Anche l’amministrazione della giustizia può essere vittima o strumento di questo sistema. Però i magistrati hanno ancora un compito preciso: applicare le leggi volute dalla politica. Troppo comodo pretendere che provino a risolvere per via giudiziaria i problemi reali che il mondo politico non può o non vuole affrontare. Troppo comodo definirli “bombaroli” allorché mettono – nel corso di un procedimento giudiziario – un po’ di sabbia negli ingranaggi della macchina del consenso. In realtà è stata la politica italiana a confezionare la sua “bomba a orologeria”. La magistratura, nella maggior parte dei casi, si limita a tenere in carica quell’orologio.