Regeni 5 anni dopo:
misteri, bugie e gaffe
nel deserto

C’è una una sorta di gaffe nel documento della Procura generale egiziana sul caso Regeni che sbatte la porta in faccia agli inquirenti italiani.E se non è una voce improvvidamente sfuggita dal seno delle gerarchie, potrebbe essere il segnale di un sotterraneo regolamento di conti interno al regime egiziano. Un monolite, visto dall’esterno, ma notoriamente diviso da potenti conflitti che coinvolgono i suoi esponenti politici e gli apparati di sicurezza. Nel condensato di sicumera e sfrontatezza con cui il magistrato Hamada al-Sawi, il massimo esponente degli inquirenti cairoti ha respinto le richieste dei Pm italiani intenzionati a perseguire i quattro ufficiali della National Security Agency indagati per la morte di Giulio, ci sono lacune, contraddizioni, paradossi.

La tesi di fondo è che a uccidere Giulio sarebbero stati cinque “banditi”, morti successivamente in un “conflitto a fuoco” con le forze di polizia – depistaggio già smontato dalle indagini italiane -, ma si attribuisce il delitto a forze “ostili a Italia e Egitto”: dunque cinque criminali di piccolo cabotaggio, per lo più avvezzi a truffe nei confronti di turisti stranieri, avrebbero agevolato intenzioni e ambizioni geopolitiche di qualcuno. Per questo si sarebbero determinati non solo a derubare Giulio ma anche a torturarlo e ucciderlo, gettandone il corpo sulle relazioni diplomatiche che il loro Paese intrattiene con il nostro. Su mandato di chi? Non si dice e non si sa.

A cinque anni esatti dalla morte di Giulio Regeni, un ricercatore trasformato in “spia” dalle allucinazioni di un regime paranoico, il muro di gomma di al -Sisi resiste ma mostra qualche crepa. Fessure appena visibili nel complesso panorama costituito, da una parte, da rimozioni e cooptazioni e, dall’altra, da dichiarazioni ufficiali che, anziché cancellare dubbi e interrogativi, li rafforzano.

La “svista” importante nel documento di Hamada al Sawi ribalta il punto sin qui tenuto fermo dalle autorità egiziane su una parte essenziale della ricostruzione del delitto: il ritrovamento, sinora definito casuale, del corpo martoriato del giovane ricercatore. Il cadavere di Giulio Regeni, fa capire al Sawi, fu fatto ritrovare da chi lo aveva ucciso, semplicemente depositandolo in un luogo con una certa valenza simbolica – vedremo poi quale – dove evidentemente non poteva passare inosservato. E’ questo il pilastro che regge la tesi della provocazione per far litigare Italia ed Egitto. Decisivi, secondo il Procuratore generale, sarebbero stati il luogo e il momento in cui il delitto venne alla luce: “Hanno gettato il suo corpo a lato di una struttura appartenente alla Sicurezza egiziana e in coincidenza con la visita in Egitto di una delegazione economica”. Dunque il corpo di Regeni, nelle intenzioni di chi lo ha eliminato, doveva essere scoperto in un luogo e in un momento precisi. L’esatto contrario di quanto hanno sostenuto l’ex ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar (che lo definì “casuale”in una conferenza stampa) e la National Security Agency (Nsa), il servizio segreto interno, lo stesso a cui appartengono i quattro ufficiali finiti sotto la lente degli investigatori italiani.

Il lavoro del pool interforze

Contro di loro depone l’eccezionale lavoro svolto in cinque anni dal pool interforze spedito in Egitto appena si seppe che Giulio Regeni era stato assassinato. Oggi c’è persino un testimone che dichiara di aver visto il giovane ricercatore italiano in una camera di sicurezza a Razougly, una delle sedi centrali della Nsa. Poteva essere un giorno tra il 27 e il 31 di gennaio. Regeni era a torso nudo, incatenato e delirava per le violenze subite. Un altro testimone avrebbe sentito il maggiore Magdy al Sharif, che spiava lo studioso italiano sin dal dicembre 2015, vantarsi con terze persone di averlo ucciso. Anche per questo le affermazioni di Al Sawi producono una sorta di effetto boomerang, indirizzando i sospetti per la morte di Regeni su altissime gerarchie egiziane. Vediamo come.

Al problema del ritrovamento di Regeni viene dedicato un intero paragrafo del provvedimento firmato dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, titolare delle indagini sul caso Regeni. Il corpo del ricercatore, ovviamente secondo fonti egiziane,viene trovat oalle 10,30 circa del 3 febbraio dai passeggeri (mai identificati, precisa Colaiocco) di un minivan a cui si era forato un pneumatico. La Nsa egiziana riferisce al pool investigativo italiano: “La zona era desertica e non vi erano né telecamere di controllo né ripetitori telefonici”. Come si vedrà, le cose non stavano così.

L’autista del minivan, Khalid Mohamed, è stato ascoltato il 18 febbraio 2016 da investigatori egiziani e italiani. Ha detto di aver rinvenuto il corpo di Regeni sul cavalcavia che immette sulla strada desertica Il Cairo-Alessandria (Alexandria desert road), dove era stato costretto a fermarsi per la foratura di un pneumatico. Dai suoi passeggeri aveva appreso della presenza del corpo che “ad una verifica visiva da parte sua, si presentava in posizione seduta, senza pantaloni e biancheria intima, con la schiena appoggiata al muretto e la testa china su un lato”.

Due possibilità

Il pm Colaiocco spiega: “A favore dell’ipotesi dell’occultamento del corpo, solo casualmente scoperto, deporrebbe il fatto che, trattandosi di una zona desertica, non vi era motivo di fermarsi. “Il corpo era all’interno di un muro di cemento armato non visibile dalla strada e solo due circostanze eccezionali e concomitanti – la foratura di un pneumatico minivan e le necessità fisiologiche di un passeggero – hanno permesso di scoprirlo”.

A favore di un ritrovamento che potremmo definire “voluto” o “pilotato”, sempre secondo il magistrato, deporrebbe invece la circostanza “che sarebbe stato possibile far sparire il corpo in altre zone ed in altri modi, forse più definitivi”.

Il magistrato italiano, almeno per il momento, non sceglie tra le due possibilità. “Al di là delle speculazioni ipotetiche – scrive – non appare possibile trarre, dalle circostanze acquisite, elementi certi in ordine alla reale volontà dei responsabili di far trovare il corpo o, invece, di farlo scomparire”. Per sciogliere il quesito, Colaiocco chiede giustamente di conoscere i tabulati dei telefoni che hanno attivato le celle della zona – quella dove secondo la Nsa non c’erano ripetitori – tra l’ora presunta della morte di Giulio Regeni e quella dell’avvistamento del cadavere. Ma questa e molte altre richieste rimangono inevase dalle autorità egiziane.

1 – continua