Giulio Regeni, 17mila ore senza verità

Forse non vale solo per noi, ma talvolta penso che la storia italiana degli ultimi decenni è fatta di verità che mancano. Lutti e verità che mancano. Verità che mancano, lutti ancora più dolorosi. La verità sulla morte di Giulio Regeni, che avrebbe compiuto trent’anni lo scorso 15 gennaio, manca a questo punto da due anni esatti.

Per vedere meglio l’entità del tempo che è passato, dirò così: manca da settecentotrenta giorni, che pesano come macigni sulle spalle dei suoi genitori, sulle spalle di chi l’ha amato, ma anche sulle spalle di milioni di italiani che trovano inaccettabile la tragedia quanto la verità negata. Un giovane studioso arriva in Egitto, al Cairo per fare ricerca. La svolge nell’ambito di un dottorato a Cambridge. È incuriosito dai cambiamenti civili e politici determinati dalla primavere arabe. Parla, domanda, osserva, scrive. Cerca di capire. Come ha raccontato il “New York Times”, «passava ore a intervistare gli ambulanti di Heliopolis e del piccolo mercato dietro la stazione Ramses. Per conquistare la loro fiducia, mangiava nelle stesse sudicie bancarelle. Il suo tutor all’università lo aveva avvertito che rischiava un’intossicazione alimentare, ma a lui non importava: scivolava per le vie del Cairo con tranquilla determinazione».

La sua tranquilla determinazione, la sua voglia di capire – e di vivere – sono state brutalmente fermate nel gennaio di due anni fa. Da allora, da quando il corpo di Giulio – reso irriconoscibile dalle torture – è stato ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo, le indagini non hanno fatto grandi passi avanti. L’unica certezza è che sono state depistate e compromesse. Depistate dagli apparati di sicurezza del regime egiziano. Compromesse dalla prudenza nei rapporti fra Italia ed Egitto; e da troppi silenzi colpevoli, a Cambridge e non solo.

Ciò che fa rabbia – come in numerosi altri casi di verità negata – è la reticenza, l’impermeabilità contro cui continuano a rimbalzare troppe domande. Ciò che fa rabbia – in un caso come questo – è che a questa verità il nostro Paese non può arrivare da solo. Ha bisogno di altri: della collaborazione dell’università per cui Giulio lavorava – arrivata tardivamente, e con ambiguità; ha bisogno che il governo egiziano non distolga comodamente lo sguardo dalla questione. Il ritorno – assai discutibile – del nostro ambasciatore al Cairo che cosa ha prodotto? Niente. Di sicuro niente di utile.

Settecentotrenta giorni. Qualcosa come 17.500 ore senza verità. I responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni restano impuniti. La verità su questo giovane uomo che non compirà mai trent’anni non è una “questione privata”. E non è nemmeno solo una questione italiana. Non è un incidente. È un’ingiustizia inaccettabile.

Non mi piace sentir parlare di Giulio Regeni come di un simbolo. No, non era un simbolo. Era un ventenne appassionato in cerca di verità. Quella che il mondo, la comunità umana in cui studiava e viaggiava – adesso che non c’è più – deve a lui.