Giovanna Marini: “Andiamo controvento
per far nascere un’altra umanità”

“Non possiamo arrenderci. Dobbiamo fare qualcosa, anche andando controvento, per evitare il declino e per costruire un’altra umanità”. Nonostante la mattina afosa, Giovanna Marini si concede a una chiacchierata con grande disponibilità su una frequentata spiaggia calabrese. La cantautrice, tra una nuotata e un bagno di sole, non riesce proprio a mandare in vacanza la sua passione civile.

“E come si fa, quando realizzi che è bruciata buona parte della Siberia e dell’Amazzonia, che è caduto un governo e con esso, a terra, rimangono pezzi di umanità tradita, vessata, abusata fisicamente e politicamente?”, commenta.

giovanna mariniQuelle donne e quegli uomini di buona volontà

Giovanna Marini non si rassegna. “Qualcosa è possibile fare, anzi, è urgente che si faccia – continua – Magari azzerando esperienze e metodi, iniziando dal principio e dai princìpi”. Lei non ha dubbi: abbiamo bisogno, spiega, di una “grande ala”, all’ombra della quale ripararci e sentirci al sicuro. La natura infatti ci parla ovunque, lontano o vicino a noi, servendosi delle fiamme, delle alluvioni, delle frane, degli uragani; ci implora di salvarla per poterci salvare. Rivendica ogni volta la mossa estrema, lo scacco matto che può essere solo suo, mai solo nostro. “Ma la natura ci parla anche attraverso donne e uomini di buona volontà – spiega la cantautrice – che con le loro azioni provano a invertire la rotta, camminando controvento e consegnandosi spesso all’incomprensione degli altri”.

Lei pensa ai piccoli gesti, a volte in luoghi periferici o poco noti, alle esperienze con una facciata di normalità che diventano eroiche. Sai suonare la chitarra? Scrivi canzoni di protesta. Sai coltivare la terra? Pianta alberi. Sai scrivere, fotografare, filmare? Decidi di raccontare le periferie del mondo, le microstorie nascoste dentro le tende, al di qua di un muro, su un marciapiede. La quotidianità che si realizza in ogni angolo del nostro pianeta, infatti, è solo una tessera di un mosaico più grande, per il quale ogni essere è vitale.

 

Il messaggio che viene da Riace

Giovanna Marini, che a tratti appare disincantata, riesce invece a individuare e indicare le tappe di quel percorso che conduce verso la sua idea di “grande ala”. E porta come esempio Riace, per la quale, confessa, non riesce quasi più a dormire la notte. Ha visitato questo piccolo paese in Calabria – “chi non è stato a Riace?”, dice – e ne è rimasta segnata: “Ho conosciuto il suo sindaco, Domenico Lucano, e ho apprezzato la sua visionaria bontà. Paradossalmente, chi è contro Riace con ogni probabilità non vi è mai stato. A preoccupare i suoi detrattori è proprio l’idea che sottende, quella di una società e di un’umanità “altra”, afferma.

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“Riace rappresenta il futuro possibile e improcrastinabile dell’umanità”, incalza con forza Marini. E’ chiaro cosa voglia dire: accogliere nel mutualismo, dare dignità all’accoglienza attraverso il lavoro e non l’assistenzialismo, offrire ai bambini l’opportunità dell’inserimento scolastico, riaprire le case abbandonate, diventare meta di artisti. Ecco, tutto questo e molto altro a Riace voleva dire resistere alle tentazioni della criminalità organizzata o, più semplicemente, alla rassegnazione fatalistica di una parte del sud.

Secondo lei, la grande intuizione di Lucano è stata l’ecologia: “Alla domanda inderogabile che chiede “dove stiamo andando?” a Riace si è provato a rispondere con una impostazione ecologica della politica, in cui giustizia sociale e tutela ambientale fossero sinergiche”. Le vecchie e le nuove povertà, infatti, chiamano in causa visioni del mondo, progetti politici ed economici, organizzazioni sociali. Una questione che investe stati occidentali e non, aree urbane ed extraurbane, che rende imprevedibile la mobilità sociale, laddove essa sia presente, e precarie le condizioni dei singoli e dei gruppi. Le migliaia delle vittime silenziose delle guerre in Medio Oriente, dei conflitti intercomunitari in Africa, dell’instabilità politica in molte zone dell’Asia e del continente americano bussano alle porte dei cosiddetti Paesi sviluppati e qui mettono in crisi sistemi decennali di welfare.

L’ecologia è la nostra “grande ala”

Ne scaturisce un nuovo, prepotente dilemma etico: quando le risorse pubbliche non sono sufficienti e le politiche sociali soffrono, aumentano gli esclusi dai diritti. Il diritto alla casa, all’istruzione, alla salute sono quelli che più ne risentono. E allora, che fare? “L’esperienza di Riace, proprio per questo conosciuta e decantata in tutto il mondo – secondo Giovanna Marini – ha provato a coniugare le esigenze degli autoctoni con quelle dei nuovi arrivati”. Il riconoscimento di un diritto comporta la riaffermazione di quello stesso diritto per tutti. Viceversa, l’esclusione da un diritto vuol dire l’indebolimento del tessuto sociale e, più in generale, della tenuta democratica del Paese.

Ha visto bene Giovanna Marini: “Riace e il suo sindaco, così come altre esperienze similari, hanno reso normale ciò che sembrava impossibile, e, quindi, replicabile. L’ecologia è la “grande ala”, la casa comune verso la quale tutto converge”, dice in conclusione. La “grande ala” sotto cui trovino posto solo la politica capace di dirimere le sperequazioni, l’economia che sappia invertire le spinte ultraliberiste e governare i processi di globalizzazione, la finanza che riconquisti la dimensione etica del denaro, la cultura che faccia appello alle sue migliori energie, quelle di comprovata esperienza ma ancora di più quelle giovani, la religione ritornata anch’essa al suo messaggio originario, visione e approdo, linguaggio di pace, unione simbiotica dell’uomo con l’universo. Questa, in fondo, è la sfida di tutti noi se vogliamo salvarci dal declino.