Giovani, istruzione, ricerca: spendiamo così i soldi europei

Il governo italiano è impegnato in queste ore in un laborioso confronto con la Commissione Europea sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) propedeutico alla concessione dei fondi (oltre 200 miliardi di euro) del Next Generation Plan (NGP). Secondo alcune fonti, l’esecutivo di Bruxelles starebbe insistendo perché l’elaborazione del piano stesso venga accelerata, visto che il tempo a disposizione non è più moltissimo, ma il lavoro starebbe progredendo, anche se la riservatezza del negoziato ha fatto sì che in Italia ancora non sia stata fatta chiarezza su quali saranno le scelte decisive.

Vero è che in questi ultimi giorni sono sorti problemi non da poco per la concreata attuazione del Next Generation Plan, con tra paesi (Ungheria, Polonia e Slovenia) che si sono messi di traverso. Ma i soldi del Gnp come quelli del Mes, per un totale che sfiora i 250 miliardi ci servono. Dunque, facciamo in fretta per cortesia.

Ma prima ancora che rispettare e possibilmente anticipare i tempi, rispondiamo alla domanda centrale: questi soldi a che devono servire?

Invertire il declino

Al di là delle indicazioni dell’Unione Europea, la risposta è una sola: invertire il declino che da quasi quarant’anni interessa l’Italia e la porta sempre più lontana (in termini di Pil e non solo) dal resto d’Europa e dai paesi economicamente più avanzati. Per invertirla, la curva del declino, occorre una soluzione radicale: cambiare fino in fondo la specializzazione produttiva del sistema Italia. Abbandonare la vocazione per la produzione di beni e servizi a basso tasso di conoscenza aggiunto e abbracciare la produzione, sostenibile dal punto di vista ecologico e sociale, per produzioni di beni e servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto.

Occorre, in altri termini una forte e chiara visione del sistema paese e del suo futuro a partire da oggi.

Una visione, denunciavano i sindacati alcuni giorni fa, che ancora non si intravede. Giusta, per carità, la decisione di “ristorare” persone e aziende in gravi difficoltà. Ma occorrono urgentemente investimenti strutturali e lungimiranti.

Primo, la conoscenza

Per fare cosa? Se vuoi cambiare la specializzazione produttiva del sistema paese hai due sole leve su cui agire: la conoscenza e i giovani.

Conoscenza significa investire in scuola, università e centri di ricerca pubblici e favorire lo sviluppo di nuove (e sottolineiamo nuove) aziende (industriali o di servizi) con forte vocazione nell’hi-tech. Facciamo un esempio: Ugo Amaldi e poi anche Luciano Maiani e altri, tra donne e uomini di scienza, hanno proposto qualcosa di concreto nell’ambito della ricerca: raddoppiamo i fondi pubblici attuali in R&S (ricerca e sviluppo), portandoli in tempi rapidissimi da meno di 9 ad almeno 18 miliardi di euro, cercando di raggiungere il livello medio europeo che è, a sua volta, già basso e dovrebbe aumentare di almeno il 50% per poter competere con USA, Cina, Giappone, Corea del Sud.

Qualcosa di analogo serve all’università, enormemente sottofinanziata, e alla scuola (idem). Un gap da colmare al più presto: il bassissimo numero di giovani sotto i 35 anni laureati. In Italia ha la laurea meno del 25%, in Europa la media è il 40%, in Corea del Sud è la media è superiore al 70%. Una differenza abissale. Ma poniamoci l’obiettivo di arrivare al più presto (pochissimi anni) almeno al livello medio europeo. Per farlo occorre ripensare quanto meno le infrastrutture e i servizi delle nostre università (l’insegnamento in molti settori è ancora di alto livello, checché se ne dica).

Una nuova classe dirigente

Tutto questo è condizione necessaria, ma non ancora sufficiente per creare l’Italia del futuro. Occorre anche la fase economia: creare appunto aziende (nuove) fondate sulla conoscenza. La nostra classe imprenditrice attuale non è per cultura vocata alle produzioni ad alto tasso di conoscenza aggiunto, salvo straordinarie eccezioni. Occorre, almeno in parte, una nuova classe dirigente. E questa non può che essere formata da giovani molto qualificati, con tanto di laurea o di PhD soprattutto, ma non solo, in discipline scientifiche. Sono loro con le loro alte competenze di base che devono innovare il nostro sistema produttivo, dandogli forte il segno della sostenibilità (proprio come chiede l’Unione Europea).

Ma i giovani, anche i più qualificati, non hanno la materia seconda (seconda alle sole competenze) per fare impresa: i soldi. Le banche non li mettono a disposizione. E allora proponiamoci di usare qui ed ora i soldi del Next Generation Plan (non a caso si chiama così) per finanziare i giovani che vogliono fare nuove imprese nell’economia della conoscenza.

Di modi ce ne sono tanti. Uno, a puro titolo di esempio: finanziamo per cinque anni con dieci miliardi di euro l’anno (50 miliardi in totale, un quarto dei soldi del Next Generation Plan) progetti d’impresa innovativa con 500.000 euro l’uno. In pratica si tratta di finanziare la nascita ogni anno di 20.000 nuove imprese che alla fine dei cinque anni sarebbero 100.000 imprese. Se anche una su dieci ce la fa, entro il 2026 avremo diecimila imprese innovative nuove. In capo a cinque anni avremo una nuova classe imprenditrice non alternativa, ma complementare e trainante.

Ma, cosa altrettanto se non più importante, avremo restituito al paese una visione sistemica. Una sfida da accettare e da vincere.

Purtroppo, duole dirlo, di tutto questo non c’è traccia nei programmi che il governo lascia intravedere. Speriamo sinceramente di essere smentiti a breve. Perché, dicono a Bruxelles, il tempo sta per scadere.