Gioco d’azzardo,
ipocrisia di governo

Si sa, in Italia il gioco d’azzardo legale con vincite in denaro, quello che va dalle lotterie istantanee (circa una cinquantina, al momento, le formule cosiddette gratta e vinci) al superenalotto, passando per molte e molte varianti, tira moltissimo, e fa anche incassare tanti soldi all’erario.

Pare che siamo i giocatori più incalliti d’Europa, secondi (o meglio terzi) nel mondo, solo ad americani e giapponesi. Secondo i dati ufficiali, nel 2015 gli italiani hanno speso per il gioco d’azzardo legale 88 miliardi. Nel 2016, a riprova che il business non conosce crisi, la spesa ha toccato i 95 miliardi. Al netto delle vincite significano per l’erario poco meno di 20 miliardi di entrate.

Ora, perdonerete il brusco cambio di registro, devo confessare di fumare 4 sigarette al giorno da un po’ di anni. Di conseguenza entro circa sei volte al mese in una rivendita di tabacchi. Da qualche tempo, ogni volta che compio questa operazione, varco la soglia di ingresso e comincio a guardarmi attorno con fare vigile e circospetto. Mi soffermo in particolare a guardare su scaffali ripiani o sedie presenti nelle aree accessibili al pubblico. Sono certo che vi starete chiedendo perché. Presto detto.

L’articolo 7, comma 5 della legge 189/2012 (nota come decreto Balduzzi, dal nome dell’allora ministro della salute) stabilisce che i gestori di esercizi in cui vi sia offerta di giochi pubblici o scommesse, sono tenuti ad esporre all’ingresso e all’interno dei locali il materiale informativo predisposto dalle ASL inteso a porre in luce i rischi correlati al gioco d’azzardo.
Naturalmente la normativa in questione è molto più articolata e complessa, e coinvolge evidentemente – in modo ancora più stringente – le sale gioco e i luoghi esclusivamente deputati a questo genere di attività. Poi si potrà anche discutere se, e in che misura, tale disposizione vale per tutti gli esercizi commerciali che hanno l’autorizzazione alla rivendita dei tabacchi; e se deve essere effettuata una valutazione di prevalenza merceologica (ossia se la prescrizione vale solo per gli esercizi dove il gioco diventa pratica commerciale prevalente). Ma qui si vuole solo segnalare una parte del problema, per riflettere del problema nel suo complesso.

A me resta la fatica di dover fare una fila tipo ufficio postale ogni volta che devo comprare le sigarette, perché il tabaccaio medio impiega ormai il suo tempo a distribuire e ritirare tesserine del gratta e vinci. A chi legge, e a chi vuole approfondire, spero di aver proposto un dettaglio che inviti ad una riflessione più sistemica.

Siamo un paese in cui lo Stato con una mano sospinge il gioco d’azzardo legale da cui ricava vantaggiosi cespiti. Con l’altra scrive norme sempre più articolate e stratificate (e sempre più farisaiche, se permettete il giudizio etico) intese a limitare la pratica del gioco e la sua pubblicità. Nel frattempo assistiamo ad una pessima applicazione delle norme esistenti. Ad un complesso e confuso lavorio interpretativo attorno alle disposizioni più recenti (quelle recate dalla legge di stabilità 2016). E, come se non bastasse, ad un discreto proliferare di testimonial dall’indubbio appeal nelle campagne pubblicitarie dei giochi d’azzardo online.

In attesa che i materiali informativi delle ASL sulla ludopatia invadano gli esercizi commerciali dove si effettuano giochi in denaro (come previsto dalla legge), gustiamoci (si fa per dire) il tenore delle inascoltabili e impresentabili formule audio/video che informano sul fatto che il gioco è vietato ai minori e può provocare dipendenza, nonché l’effetto comico involontario delle denunce dei tabaccai alla Corte dei Conti (per danno erariale) contro le ordinanze dei sindaci che limitano il gioco d’azzardo (caso pilota Bergamo, novembre 2016). Per confidare, alla fine, sul fatto che la edificazione di “un ambiente di gioco legale e responsabile”, come piace dire alle istituzioni coinvolte, si realizzi prima che nuove legioni di poveracci, ingenui e sprovveduti vadano in malora, sotto il profilo economico, familiare e culturale (con tutti i costi sociali che ne derivano), nella vana attesa della vincita che cambia la vita.