Caro Gian Butturini, non eri razzista
chi ti accusa di te non ha capito niente

Una vicenda che si trascina da almeno un mese e che non so come si possa concludere. So come mi piacerebbe si concludesse: cioè riconoscendo il valore di Gian Butturini, un fotografo e soprattutto un “combattente”, un autentico, appassionato, generoso combattente per la libertà, i diritti, la giustizia, per tutti, fossero gli emarginati dell’Europa opulenta, i diseredati di Londonderry, gli oppressi di altri continenti, le vittime dei militari cileni, nel Chiapas o nel Sahel, a Cuba o in Germania o tra gli operai siderurgici delle fabbriche bresciane o con i “matti” di Franco Basaglia. Sempre, instancabile, anche quando la salute cominciava a vacillare, dalla parte degli ultimi (“Il mondo degli ultimi” sarà un suo film sulle lotte contadine in Italia negli anni cinquanta, con l’interpretazione di Lino Capolicchio), ovunque si potessero documentare i segni, più o meno forti, di una battaglia per l’emancipazione.

Ho conosciuto Gian Butturini dopo il colpo di stato in Cile. Si era deciso tra i compagni del Pci di organizzare per le feste dell’Unità a Milano una mostra fotografica, con l’ambizione di far conoscere qualcosa di quel paese ai tempi di Allende. Così qualcuno mi consigliò di sentire Gian Butturini. Lo incontrai nel suo studio a Brescia, mi mostrò centinaia di foto che aveva scattato per mesi e fino a qualche settimana prima del golpe. Ci regalò decine e decine di foto. La nostra mostra, una bella mostra, si fece e viaggiò tra una sezione e l’altra di Milano.  Ricordo in particolare una fotografia: un ragazzo sorridente, alle sue spalle un murales dipinto da altri ragazzi della Brigada Ramona Parra. Ramona Parra era una giovanissima militante del partito comunista cileno, uccisa nel 1946 durante una manifestazione operaia, colpita a morte dalle pallottole dei “carabineros”. Sotto un’altra dittatura, quella di un altro dittatore, Alfredo Duhalde. Quella foto divenne la copertina di un libro: “Cile. Brigada Ramona Parra”. Un libro ormai introvabile, libro cui diede il suo contributo di scrittura uno dei più importanti storici dell’arte contemporanea in Italia: Mario De Micheli.

Cominciò a Londra

Quando per la prima volta lo incontrai, Gian Butturini indossava un bellissima giacca blu di ottimo taglio, una giacca che aveva perso un bottone. Conoscendo poi la strada imboccata da Gian, arrivai a pensare che quella giacca fosse una sorta di testimonianza del passato di questo nuovo amico, che era stato un grafico “di successo” (difficile usare un’espressione di questo genere, davvero incongrua rispetto alla memoria che ho di lui), un professionista che credo guadagnasse molto, che lavorava per clienti importanti e in tante città. Era stato anche a Londra, per seguire l’allestimento di uno stand in una fiera, come mi raccontava, e aveva cominciato a fotografare la città, la sua gente. Era il 1968 delle rivolte studentesche e degli hippies. Anche quelle immagini divennero un libro: “London by Gian Butturini”. Un lavoro di cinquant’anni fa, qualcosa di imperdibile, documento di un’epoca ma anche prova di originalità grafica. Introvabile ormai e quindi, nel 2017, finalmente ristampato in copia anastatica, con l’aggiunta di una nota critica di Martin Parr, celebre fotografo inglese, già presidente della Magnum, e, ovviamente, con l’introduzione d’allora di Gian Butturini: “Ho camminato di notte, di giorno, ho setacciato gli angoli della città che il turista non vede. Certo non ho fotografato le guardie della regina, impettite e inamidate come statue di gesso. Ho fotografato una negra, chiusa nella sua gabbia trasparente; vende biglietti per il metro: sola spenta prigioniera, isola immota e senza tempo tra i flutti di umanità che scorrono si mescolano si fondono davanti alla sua prigione di ghiaccio e di solitudine. Non ho fotografato i guardiani della Torre o i banchieri della City con ombrello e cappello duro. Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta…”.

Assurda accusa di razzismo

La donna che vende i biglietti chiusa nella sua gabbia, flutti di umanità, il gorilla di Regent Park e i suoi nipoti: due foto accostate, due dignità oltraggiate, due solitudini. Posso immaginare un significato: vite imprigionate, mortificate in una  condizione che è un insulto, un’offesa al senso stesso di un’esistenza, di qualsiasi esistenza.

E’ accaduto però che una ventenne studentessa di antropologia, Mercedes Baptiste Halliday, l’anno scorso, visto il libro, scoprisse nelle due immagini chissà quale intento razzista. Rinunciando a leggere la spiegazione di Gian Butturini, senza conoscerne il lavoro e la biografia, senza alcuna visione critica e senza alcuna considerazione degli intenti dell’artista, la studentessa cominciò via internet, con l’accusa di razzismo, una campagna contro il fotografo bresciano e contro Martin Parr. Il quale, per respingere l’attacco, non trovò di meglio che assecondare la crociata, manifestare il proprio pentimento, dimettersi dalla direzione del Bristol Photo Festival, giustificarsi sostenendo di non aver considerato, di non aver riflettuto eccetera eccetera, dopo aver scritto nella sua nota introduttiva: “Circa dieci anni fa qualcuno mi mostrò ‘London’ di Gian Butturini e ne rimasi subito entusiasta. Solo guardando la copertina pensai che dovesse essere un grande libro. Quando ho girato le pagine, con la sua grafica forte e le immagini sgranate, mi fu ampiamente chiaro che avevo per le mani un gioiello trascurato. Quel che mi sembrò ancora più emozionante era che questo libro fosse scivolato sotto il radar rimanendo totalmente sconosciuto nella città che così abilmente ritraeva”.

Dopo tanto entusiasmo, secondo Martin Parr, al seguito della studentessa, il libro è razzista, non deve circolare, deve essere distrutto. In coda l’impareggiabile annuncio dell’editore italiano, Damiani: si sospendono le vendite “per non alimentare polemiche e strumentalizzazioni riguardo alle infondate accuse di razzismo”.

Gian Butturini non si può difendere: è morto nel 2006. Vorremmo noi difenderlo da una simile strampalata accusa, da tanta superficialità, dalla grottesca applicazione di quella cancel cultur che va tanto di moda, così preda di ogni banalissimo slogan e dell’ignoranza della storia. Lo scandalo non è tanto nella grossolanità di una ragazza (forse si potrebbe pretendere qualche attenzione in più da parte di chi sembra voler percorrere studi universitari), ma nella miseria culturale e nella vocazione censoria di un celeberrimo fotografo come Martin Parr e nell’incongrua “timidezza” di un editore, che fu pure amico di Gian Butturini. La speranza è che dopo questa sceneggiata qualcuno (le istituzioni pubbliche? l’università?) promuova qualcosa per quel libro e per Gian Butturini.