Gialli di bile, verdi di rabbia: le nozze allo sbando tra Lega e M5s

Litigano ormai su tutto, platealmente, giorno dopo giorno, senza risparmiarsi colpi bassi. Eppure tirano a campare. Per non tirare le cuoia, come diceva una volta Giulio Andreotti? Ma quando uno dei conniventi dell’avventura di governo, Luigi Di Maio, vede mettere in discussione la stessa natura del patto sottoscritto, per via della “deriva di ultradestra” a cui si abbandona il cobelligerante Matteo Salvini, vuol dire che si sta consumando qualcosa che conta – o, meglio, dovrebbe contare – più dell’ebbrezza del potere. Se non che, quella impronta reazionaria aveva cominciato già a permeare la legislazione cosiddetta “del cambiamento”, come con le norme permissive sulla “legittima difesa sempre”, che pure il capo del M5s aveva imposto di votare ai propri parlamentari. “Non è una nostra legge, ma siamo leali al contratto e si porta avanti. Senza entusiasmo, ma si vota. Così come non c’era tutto questo entusiasmo della Lega quando ha votato la nostra legge anticorruzione”, si giustificò allora Di Maio senza nemmeno rendersi conto che il baratto tra la convenienza mercantile e l’utilità valoriale di quei provvedimenti cominciava così a corrompere l’insieme dell’indirizzo di governo. Tant’è che i pentastellati hanno dovuto poi rinunciare a un principio costitutivo e piegarsi alla chiamata di correità nella fuga del “capitano” Salvini dalla autorizzazione parlamentare al giudizio sul “sequestro” della nave “Diciotti” ordinato non in nome della ragione dello Stato, anzi sacrificando lo Stato di diritto (in quel momento semmai rappresentato dal mezzo della Guardia costiera italiana in servizio in un porto italiano) per favorire un fine politico di parte spacciato per “interesse pubblico”.

Una volta piegata ogni scelta politica all’interesse dell’una o dell’altra parte, indipendentemente dalla legalità, come stupirsi che lo Stato finisca per non essere nemmeno più percepito come regolatore della convivenza civile, ma si renda complice della paura propagandata ad arte per appropriarsi della legittima sovranità che “appartiene al popolo” (per essere però esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”)?

Ormai, neppure la furbizia dell’accomodamento riesce più a mascherare la natura compromissoria della maggioranza parlamentare. Lo prova la beffa dell’emendamento sulla castrazione chimica, prima sacrificato dal ministro leghista Giulia Bongiorgio sull’altare della coazione di governo, per poi essere riesumato con l’ordine del giorno presentato guarda caso con gli identici contenuti dal gruppo Fratelli d’Italia, con cui la Lega si appresta a misurare una inedita area politica sovranista. Fatto è che, questa volta, la Lega ha preferito tirare la corda, cedere prepotentemente alla spaccatura e finire in minoranza pur di agitare quel vessillo in campagna elettorale. E i cinquestelle hanno abbozzato, incuranti, se non compiacenti, della presunzione (o finzione) con cui Salvini ricerca una “nuova destra”, autosufficiente rispetto a quella modellata 25 anni fa da Silvio Berlusconi, nei meandri – appunto – dell’“ultradestra”. Come se una diversa ripartizione dei voti disponibili possa legittimare la torsione istituzionale del comando suddiviso, e quindi conteso, tra il “capo” o il “capitano”.

Resta il peccato originario, consacrato persino dal “contratto di governo” che, non a caso, scavalcava la funzione assegnata dalla Costituzione al Presidente del Consiglio, espropriandolo dell’indirizzo politico e amministrativo dell’intera compagine governativa per affidare a un improvvido “Comitato di conciliazione” la composizione delle divergenze tra i soggetti politici contraenti il patto di governo. Non si sa se un tale organismo sia stato poi definito e, in tal caso, da chi sarebbe formato e come funzionerebbe. Si sa, però, che proprio su scelte dirimenti per il governo, da ultimo quelle per la famiglia strattonate da un vice premier “sfigato” e l’altro “arrogante” in occasione del summit integralista di Verona, il Presidente del Consiglio ha dovuto difendersi dall’accusa di alimentare il vuoto politico nelle adozioni internazionali scagliatagli contro non da qualche avversario dell’opposizione ma dal più truce dei ministri formalmente sottoposti al suo coordinamento. Né il piccato richiamo a “studiare le cose prima di parlare” è valso a salvare la faccia, se l’indomani il premier ha dovuto rincorrere lo stesso suo vice per cianciare di come piegare – se non “intimidire” – un altro ministro, quello dell’Economia Giovanni Tria, all’ennesima manomissione dei conti pubblici in balia della recessione.

Nella rincorsa ai provvedimenti elettoralistici non c’è distinzione che valga. Ed è destinata ad essere più feroce proprio perché, una volta soddisfatti gli interessi identitari più simbolici dei contraenti del fatale contratto (il reddito di cittadinanza per il Movimento 5 stelle e la quota 100 per la Lega), il loro costo comincia a scaricarsi sull’ordinaria attività del governo mettendo a nudo il deficit di strategia politica. Chi paga cosa? La sommatoria delle più variegate ragioni di malessere e di protesta, che in una prima fase erano sembrate poter essere raccolte e gestite nella negoziazione politica tutta interna all’area di governo, ha cominciato a mostrare il proprio limite nelle ultime elezioni amministrative e regionali anche per l’improponibilità della offerta di governo nazionale nell’articolazione della realtà sociale. Insomma, hanno cominciato a disputarsi la rappresentanza, con i relativi consensi, dello stesso blocco elettorale.

Ancor più saranno costretti a farlo con l’incalzare delle elezioni europee, le quali avendo un carattere esclusivamente proporzionale (a differenza di quanto è avvenuto alle ultime prove regionali) renderanno evidenti gli rapporti di forza sui quali ingaggiare la resa dei conti che vale in Parlamento. È dunque lecito chiedere se la cinica rincorsa di questa nuova fase preelettorale possa giustificare il prezzo più grande dello stravolgimento della struttura democratica del paese. Tanto più che le scadenze istituzionali e internazionali immediatamente seguenti, a partire da quelle obbligate dalla sessione di bilancio, comporteranno assunzioni di responsabilità a cui non si potrà certo “disobbedire” contando di continuare come prima se non peggio. Semmai, se quel contratto davvero vale, proprio la continuità di un tale modo di governare, con le possibili varianti negoziate a destra, dovrebbe essere sottoposta al vaglio degli elettori. Senza più alibi e infingimenti. Al pari della alternativa che l’opposizione di sinistra democratica intende ricostruire. Per non arrendersi tutti a un nuovo, e questa volta devastante, blocco della democrazia.