Gerusalemme
e i diritti negati

Gli ebrei, antichi abitanti della Palestina, avevano migrato un po’ dappertutto, come i loro vicini siriani e come tanti altri. Dopo alcuni secoli di tolleranza, era sopraggiunta l’età delle persecuzioni violente, dei supplizi e dei roghi. Le conversioni si moltiplicarono, ma ancora si conservò un “resto”, che proliferò nell’Europa orientale. In tutta questa rete di comunità assolutamente minoritarie, chiuse su se stesse, isolate entro stati professanti ideologie religiose rivali, sussisteva la speranza. di una rivincita preparata da Dio in favore del suo popolo tanto amato e, nel suo amore infinito e per ragioni imperscrutabili tanto provato, senza dubbio in vista di una felicità tanto più ineffabile. L’antica patria, la Palestina, la terra d’Israele, come si diceva, con il suo centro, la città santa di Gerusalemme, era sempre adorata come la terra donde sarebbe venuta la rivincita finale.

Gli israeliani hanno alcuni diritti: nessun dubbio. Un giudizio astratto può riconoscere loro il diritto di vivere nell’ambito delle istituzioni che si sono dati. Si può aggiungere a credito di tali diritti la somma delle sofferenze sopportate e del lavoro compiuto. Ma, da una parte, non si può accordare loro un diritto storico su un territorio perché una parte dei loro avi vi ha abitato duemila anni or sono; d’altra parte bisognerebbe che essi riconoscessero di aver fatto subire un torto considerevole a un altro popolo, privandolo dei suoi diritti, che sono almeno equivalenti ai loro. Il rancore di questo popolo, al quale hanno fatto questo torto, perdura. E finché esso sussiste, i diritti israeliani resteranno astratti. Possono soltanto sperare di farli riconoscere, di farsi accettare dagli arabi: solo allora questi diritti diventeranno reali.

Come farsi dunque accettare? Esiste un metodo morale: la discussione e la persuasione. Questo metodo ha tante maggiori possibilità, dal punto di vista politico, quanto più si accompagna a concessioni. Esiste poi un metodo immorale: la forza. Per quello che riguarda l’efficacia, essa non ha mai stretti rapporti con l’etica. Tuttavia bisogna rilevare, nel caso d’Israele e dei suoi vicini arabi, un grosso rischio nell’uso della forza. Un’accettazione coatta può venire rimessa in discussione più facilmente da un nuovo governo, che non un’accettazione negoziata. Per di più, se si deve ricorrere indefinitamente, in modo ricorrente, alla forza, essa rischia di non essere sempre dalla stessa parte.

Israele comunque ha torto nei fare dei propri diritti un assoluto. C’è una certa ingenuità nella buona coscienza israeliana: quanti israeliani, quanti sionisti e filoisraeliani sono convinti che il diritto è interamente dalla loro parte! Se gli arabi rifiutano di riconoscerlo è solo perché sono tarati moralmente, sono manovrati da perfide potenze o sono vittime di loschi complotti. Gran parte degli israeliani rifiuta di ammettere che il loro diritto violi altri non meno rispettabili diritti. Anche gli arabi hanno alcuni diritti. Sotto molti punti di vista è giustificabile trovarli superiori a quelli degli israeliani. Gli arabi di Palestina avevano sulla terra palestinese diritti di eguale natura a quelli che si riconoscono ai francesi sulla terra di Francia o agli italiani su quella d’Italia. E tali diritti sono stati lesi senza che vi fosse provocazione da parte loro.

(Maxime Rodinson, “Israele e il rifiuto arabo”, 1968)