Ultimo ballo
di 2 elefanti stanchi

Questa è la prima settimana del nuovo governo tedesco. Con l’elezione di Angela Merkel a cancelliere e il giuramento dei nuovi ministri, il Bundestag, il parlamento tedesco arrivato alla diciannovesima legislatura, chiude una crisi durata 171 giorni. Cinque mesi e mezzo in cui la Germania, bastione della stabilità europea, ha visto e discusso la caduta di consenso dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) assieme alla formazione sorella bavarese: meno 8,5 punti rispetto alle elezioni federali del 2013. Il partito della cancelliera Merkel ha ora il 33%. Sancito dagli elettori tedeschi anche il ridimensionamento del più antico partito politico dell’Europa continentale, i socialdemocratici della SPD, meno 5,2 punti. La formazione guidata fino a febbraio da Martin Schulz, ex-presidente del parlamento europeo, e ora condotta dalla “pasionaria” Andrea Nahles, è scesa quindi al 20,5%.

In questo limbo (la più lunga crisi di governo del dopoguerra) la Germania ha assistito all’esultanza del partito nazionalista e di destra AfD (Alternativa per la Germania), che ha avuto il 12,6 per cento. AfD è diventato la terza forza politica del Paese con 94 seggi. Per la prima volta in mezzo secolo un partito apertamente di destra è entrato nel Bundestag, alla fine di ottobre 2017, forte del doppio della percentuale richiesta per far scattare l’assegnazione di seggi. Esponenti dell’ala oltranzista di AfD hanno spesso fatto notizia a livello internazionale per i loro commenti antisemiti, o contro l’Islam e, a più riprese, contro gli stranieri. Il mezzo punto guadagnato dai Grüne, i Verdi, che hanno l’8,9 per cento, e il maggior consenso dei liberali dell’FDP al 10,7 per cento non hanno fatto la differenza. Né è bastato il piccolo avanzamento della sinistra radicale, Die Linke (9,2% dei voti).

Sono stati mesi di analisi, accuse, tentativi di alleanze cucite, scucite, rattoppate. Mathieu von Rohr scrive su Der Spiegel che “l’era dei tradizionali, grandi partiti-tenda sta finendo in Germania. Fin dalla fondazione della Germania del dopoguerra – aggiunge von Rohr – i socialdemocratici e i cristiano-democratici si sono alternati al potere, con i loro funzionari di lungo corso che in modo affidabile mediavano tra elettori e Stato. Ma – conclude – a quanto pare questo accordo sarà presto finito. La politica tedesca sta subendo un profondo cambiamento”. In questi 171 giorni gli iscritti di entrambi i partiti maggiori hanno rinfacciato ai dirigenti come il lungo viaggio verso il centro politico abbia distrutto le rispettive identità moderata e progressista. Alla conferenza speciale della SPD prima dell’annuncio della GroKo, la grande coalizione, uno dei relatori ha paragonato CDU e SPD a “due elefanti stanchi, che ballano assieme per l’ultima volta”.

Dopo quasi sei mesi ha prevalso il realismo. Il 66,2 per cento degli iscritti socialdemocratici ha detto sì alla coalizione. Contraria l’ala giovanile del SPD, guidata da Kevin Kühnert. Il programma del nuovo governo include molte proposte dei socialdemocratici. Aumenteranno gli investimenti pubblici per le infrastrutture, scattano regole restrittive sui contratti a termine, viene potenziata la rete dell’assistenza all’infanzia e alla famiglia. Anche in termini di ministri la SPD, con tre uomini e tre donne, avrà una voce importante. Spicca la sostituzione del veterano della CDU Wolfgang Schäuble (eletto presidente del parlamento) con il socialdemocratico Olaf Scholz, sindaco di Amburgo, che ha posizioni liberali di centro. Scholz dovrà bilanciare il dogma del pareggio di bilancio, lascito di Schäuble, con un maggiore contributo della Germania al budget europeo. Il programma del nuovo governo conferma le quote di ingresso degli immigrati a un massimo che potrà andare da 180.000 a 220.000 persone all’anno e faciliterà i ricongiungimenti familiari. Temi che le destre continueranno ad agitare. Se la coalizione è veramente, come scrive Der Spiegel, “l’ultimo ballo di due elefanti stanchi” sarà una danza difficile e solitaria.