Berlino, la trattativa
prima del buio

Ventotto pagine, buttate giù in cinque ore di negoziati tra gli sherpa. Questo, per ora, è l’esito delle difficili trattative tra il partito di Angela Merkel, la sua sorella bavarese CSU e la SPD per la formazione di un governo di grosse Koalition a Berlino. Il documento, che è stato annunciato insieme dai tre massimi capi dei partiti, la cancelliera, il cristiano-sociale Horst Seehofer e il presidente socialdemocratico nonché candidato (perdente) alla cancelleria nelle elezioni di settembre Martin Schulz, non è un programma. Il programma vero e proprio deve essere ancora negoziato e secondo le previsioni, se tutto va bene, non sarà pronto prima di marzo. Si tratta di una dichiarazione di intenti. I tre partiti hanno messo nero su bianco i punti più controversi sui quali hanno trovato un’intesa di massima. Sui dettagli, il che fare, quando e con quali strumenti legislativi, si discuterà dalla settimana entrante.

Niente è ancora deciso, insomma, anche se comunque un grosso passo avanti è stato fatto. Prima di sapere se la Germania sarà governata per la terza volta di fila dalla coalizione tra i neri (i due partiti democristiani) e i rossi, dovranno essere sciolti ancora alcuni nodi. Non tutti semplici. Il primo è l’atteggiamento che sull’accordo avrà la base socialdemocratica. Un congresso ad hoc, proprio per decidere se dare o no via libera all’accordo di governo, è stato convocato per il 21 gennaio a Bonn. Ma non sarà l’ultimo atto. Lo statuto del partito socialdemocratico prescrive che la formazione di una alleanza sia sottoposta a referendum se una certa quantità di iscritti lo richiede, e non c’è dubbio che la richiesta ci sarà. Il 21 gennaio e poi al momento di votare sì o no i militanti della SPD si troveranno davanti a una scelta per niente facile. Subito dopo la pesante sconfitta alle elezioni di settembre tutti gli osservatori (a cominciare da quelli più vicini al partito) davano per scontato che mai e poi mai si sarebbe tornati a una grosse Koalition, vista, con molte ragioni, la causa prima dell’insuccesso elettorale. La SPD non aveva alcun interesse – si era detto – a farsi schiacciare nuovamente in un ruolo di governo subalterno: una posizione nella quale rischiava la crisi definitiva in termini sia di elettori che di iscritti. Meglio l’opposizione. E Martin Schulz era stato formale: non ci saranno negoziati con la CDU/CSU; io sarò il capo dell’opposizione al Bundestag. A motivare questa posizione non c’era soltanto l’interesse di partito. Con l’ascesa degli estremisti di Alternative für Deutschland si è determinata una situazione per cui se i due schieramenti più grandi, SPD e CDU/CSU, formano un governo insieme, il primo partito dell’opposizione diventa proprio AfD: una prospettiva abbastanza delicata visto che la Costituzione e la prassi parlamentari della Repubblica federale affidano al primo partito dell’opposizione una serie di vantaggi e di privilegi, in materia di finanziamenti, di ruoli nelle commissioni, di garanzie sul percorso delle leggi presentate. Una jattura che, comprensibilmente, si voleva evitare.

Che cosa è accaduto si sa. La CDU/CSU ha cercato di negoziare con i liberali e i Verdi per la formazione di una “coalizione Jamaica” (cioè con i colori della bandiera di quel paese), ma il tentativo è andato a vuoto perché i liberali si sono sganciati e anche i Verdi avrebbero dovuto ingoiare rospi davvero indigeribili. Così si è arrivati all’impasse che ha prodotto l’interregno senza un nuovo governo in carica più lungo nella storia della Repubblica (a tutt’oggi oltre 4 mesi) e il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier, che viene dalle file socialdemocratiche, in nome di una preoccupazione di carattere istituzionale ha invitato con una certa durezza i propri compagni d’un tempo ad accettare il dialogo con Frau Merkel.

Che cosa accadrà, invece, non si sa affatto. Molti osservatori sostengono che, messi alle strette, gli iscritti alla SPD non se la sentiranno di mandare l’accordo all’aria e aprire una crisi dagli esiti davvero incerti. E che quindi sull’interesse di partito prevarrà il senso di responsabilità. È possibile, forse anche probabile, ma per niente certo. L’atteggiamento della base socialdemocratica verrà influenzato anche dall’accordo di massima che è stato raggiunto nelle ultime ore. E qui va detto che le cose potrebbero mettersi abbastanza male per i fautori dell’intesa. Nel documento manca un provvedimento sul quale la SPD ha insistito molto durante la campagna elettorale e che il popolo socialdemocratico considera un po’ la propria bandiera: una riforma delle tasse che preveda aliquote maggiori per i redditi più alti, in modo da contrastare gli squilibri sempre crescenti, e sempre meno accettabili, tra i pochi ricchi e ricchissimi e gli esponenti di un ceto medio pesantemente impoverito dalla crisi. Paese un tempo abbastanza equilibrato, la Germania figura oggi tra quelli con le negatività più alte dell’indice Gini, quello che misura le differenze di ricchezza.

Anche altri aspetti del documento sembrano destinati a sollevare obiezioni. L’accordo recepisce, sì, l’istanza della SPD, in realtà sostenuta anche dalla CSU, sul mantenimento dell’attuale sistema pensionistico e concede una ripartizione relativamente equa tra lavoratori e datori di lavoro in fatto di spese sanitarie. Ma non contiene alcuna misura di incentivazione agli investimenti pubblici. Anche sul capitolo della politica europea il preaccordo è piuttosto striminzito. C’è l’affermazione della necessità di concedere più poteri al parlamento europeo e l’ipotesi di trasformare il fondo salva-stati ESM in una sorta di Fondo monetario europeo sulla falsariga del FMI. Ma il documento è alquanto reticente sulle proposte recentemente avanzate dal presidente francese Macron per la riforma dell’eurogruppo. Assolutamente negativa, poi, la parte sull’immigrazione, che è stata praticamente dettata dalla CSU, ossessionata dall’idea che AfD possa sottrarle voti nelle elezioni bavaresi di quest’anno. Per la prima volta, e contrariamente a quanto affermato sempre dalla cancelliera, viene indicato a 200-220 mila un tetto all’accoglienza dei rifugiati e limitato a mille l’anno i ricongiungimenti familiari. Con una clausola che contrasta con le indicazioni di Bruxelles e danneggia soprattutto l’Italia: per garantire i mille ricongiungimenti viene abolita la quota di rifugiati che Berlino si era impegnata ad ospitare nel quadro della ridistribuzione europea.