Gentiloni, una sfida
difficile e le castronerie
di Conte

È senza dubbio comprensibile la soddisfazione per la nomina (in attesa delle audizioni e del voto del Parlamento europeo) di Paolo Gentiloni a commissario europeo per gli Affari economici. Indicare quale componente dell’esecutivo comunitario un ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri è stata una scelta oculata che dimostra un elevato rispetto nei riguardi della istituzione sovranazionale. Non ci può essere una convinzione politica avversa in presenza di queste qualità. Ma, fatta questa premessa, c’è anche da registrare un eccesso di euforia da parte di ambienti politici e giornalistici che intendono far credere che la nomina di Gentiloni e l’assegnazione del portafoglio degli Affari economici costituiscano un successo di grande portata (“Il primo italiano a quel posto”. E che primato sarebbe, di grazia?).

Con i piedi per terra

Stiamo con i piedi per terra. Anzi, sarebbe esercizio di prudenza molto consigliato, quello di astenersi dall’elaborare alti pensieri sui presunti e grandi vantaggi che potrebbero arrivare all’Italia nel campo dei conti pubblici. E qui arriviamo al punto che preme individuare e chiarire. C’è, infatti, tutta una letteratura in giro accreditante l’idea che il commissario di nazionalità italiana, adesso che avrà quel posto, “difenderà” gli interessi del proprio Paese. Non siamo certamente degli ingenui: è anche comprensibile che il commissario della Lituania, per fare un esempio a caso, cerchi di orientare, per quel che può, le scelte comunitarie verso un percorso che sia gradito a Vilnius. Ma sarà pur sempre ben poca cosa.

Ma andiamo al sodo: i commissari dei 27 Paesi sono indicati dai paesi nazionali, questo è vero, ma una volta nominati ed entrati nella loro funzione non rispondono più ai governi che li hanno indicati. Questi commissari giurano di servire esclusivamente l’Unione e non possono ricevere sollecitazioni, men che mai ordini, dalle capitali di provenienza. I Trattati sono chiarissimi su questo punto e sull’assoluta indipendenza della Commissione e dei suoi componenti. E, dunque, il nostro Gentiloni, se dovesse essere il caso, dovrà essere pronto anche a firmare una letterina di richiamo al suo amico e collega di partito Gualtieri, ministro dell’Economia, a proposito della situazione del debito pubblico.

Chi rappresenta chi

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella sua replica al Senato ha detto una palese castroneria: Gentiloni sarà il “rappresentante” dell’Italia nella Commissione anche per chi “verrà dopo di noi”. Nulla di tutto questo. Gentiloni è arrivato dall’Italia a Bruxelles e nel momento della nomina è diventato uomo dell’Europa, cioè deve dimenticare l’”interesse nazionale” e deve servire solo l’Unione europea. Non si scappa. commissione europea

Questa storiella che bisogna “andare in Europa a difendere l’interesse nazionale” è una storpiatura grave del modo di intendere il rapporto tra gli Stati membri e l’istituzione sovranazionale. Cosa vuol dire un commissario che va a Bruxelles a difendere l’interesse nazionale? Cioè tutti i 27 commissari, compresa la presidente Ursula von der Leyen, sono lì nel palazzo Berleymont a “difendere” ciascuno l’interesse del proprio Paese? Vale a dire, secondo questa lettura, che tutti i Paesi dell’Unione si muovono verso la capitale belga, bene armati ed equipaggiati, per combattere una guerra? Ma questa è una visione concettuale e politica miope e demenziale: l’Unione vista come campo di battaglia dove ci si deve “difendere”. Tanto varrebbe, allora, di lasciar perdere e di chiudere baracca.

La disaffezione

Questo modo di intendere l’Unione è la causa prima della disaffezione che ha colpito quote grandi di cittadini europei ai quali è stata consegnata un’immagine dell’Europa nemica, ostile, punitiva, arcigna e antipopolare. Ma l’Unione è fatta dagli Stati e dai governi e sono proprio questi ultimi che portano la più grande responsabilità. Bisogna invertire questo gioco. Cambiare musica. Cambiare politiche e, soprattutto, non raccontare balle.