Genova, il ponte e il buio della Repubblica

Siamo al buio della Repubblica. Sono state spente tutte le luci. E magari può essere che ci si abitui a muoversi, a vivere al buio, ma intanto proviamo sensazioni nuove, in genere terribili. Per questo, dicono le statistiche aggiornate, consumiamo chimica anti-stress, anti-depressiva come mai prima. Quel ponte di Genova che ci è crollato tra testa e collo, sembra aver voluto sanguinosamente sancire la fine di un’era e l’inizio di un’altra, come spesso nella storia anche recente bisogna ammettere, ma questa volta, novità nella novità, al buio. Qualcuno sembra aver spento l’ultima luce: non eravamo maestri nella costruzione di ponti?

Sì, ma quella struttura non era fatta – anche a causa del materiale con cui era stato realizzata – per sopportare il traffico moltiplicato di oggi: oggi tutti lo sanno. Ieri no: perché? Perché il coraggio della cura, nei confronti di persone e ambiente, non è nei nostri cromosomi: finché va, va, poi venga pur giù. L’economia si intreccia con la politica, la politica è comunicazione, soprattutto, e il silenzio, o la discrezione, della politica è spesso molto apprezzata dall’affare. È come se quel crollo avesse messo a nudo, una volta di più, l’architrave assente della nostra cultura, del gran mondo del nostro linguaggio. Sì, c’è sempre qualcuno che parla, che dice le cose, che avverte ma non viene preso bene, come è capitato anni fa all’allora capo della Confindustria genovese quando, sponsorizzando una soluzione parzialmente alternativa al ponte, avvisò che quella struttura sarebbe durata meno di dieci anni. Ora spiega che illuminava un paradosso, ma conferma che non vedeva bene quel nastro di asfalto sospeso. E andò a sbattere contro l’insofferenza sanbabilina e strafottente, di Grillo e dei suoi caporali. Così, anche grazie al fatto che la giunta di centrosinistra non gradì la soluzione, quel progetto alternativo fu accantonato.

Il ponte Morandi di Genova, com’era…

Ora, sbraitano, i cinque stelle, annunciando capestri per i responsabili, si stracciano le vesti minacciando punizioni esemplari, sudano mentre urlano che la colpa è di chi ha amministrato prima di loro. Non c’entrano mai, nemmeno se li metti di fronte alla fotografia della loro presenza: è sicuramente un fake, non c’erano, insistono. Negano tutto, come irriducibili, come iscritti al club Olindo&Rosa, quelli che riconosciuti dalla loro vittima alla quale stavano aprendo la gola non se la sono sentita di ammettere: sì, eravamo noi col coltello in mano. Nella sintetica sequenza dei disastri tricolore che segue, sia chiaro, i cinque stelle non hanno ruolo: negare che il ponte che taglia Genova a mezz’aria possa crollare, negare che dal monte Toc stia per staccarsi una massa di pietra e fango che farà traboccare il Vajont spazzando oltre mille vite. Negare che una parte della Campania sia stata usata per seppellire tonnellate di rifiuti velenosi. Non c’è via d’uscita da questo deprimente cinema? Dovrà essere sempre così? La tragedia sta nel fatto che oggi la stragrande maggioranza del paese potrebbe rispondere affermativamente a questa domanda. Paese frastornato, lo si è osservato molte volte.

Con una quasi maggioranza che aderisce alla lega convinta di avere almeno un capo duro, degno di decisioni irrevocabili, molto impegnato a trattare in modo disumano migliaia di migranti con il favore della piazza. Come può essere allegra, vivace, positiva l’anima di questa adesione? E infatti, non lo è.

Allo stesso modo è triste il rapporto tra molti cittadini italiani e i cinque stelle, Grillo, Casaleggio e tutto quello sgangherato castello di finti-poteri che si son tirati su con fortuna. Pensano che votando Grillo e Casaleggio daranno forza al maglio che distruggerà tutto e tutti, facendo piazza pulita, si sentono quelli con la clava in mano, i vendicatori di “V per vendetta”, e a culo tutto il resto: ciò che conta è spazzare, punire e punire, senza andare per il sottile. Come potrebbe essere allegro, capace di allegria sincera il soldato semplice di questa armata di disperati che sognano solo capestri?

Poi, c’è il gran mare di sinistra in cui galleggiano i relitti di strutture passate, prudentemente distrutte dalla storia e anche dalla volontà di un soggetto forse nuovo sulla scena: il liberismo economico dei tea party, il segregazionismo del KKK, l’autoritarismo razzista che trova ispirazione nelle sacrestie sepolte del vecchio e battuto nazismo. I frammenti della sinistra non si uniscono, non trovano ragione per farlo, sognano destini in purezza, mentre Renzi nega un congresso del Pd prima del voto europeo ma dopo una sequenza impressionante di sconfitte che pretendevano una riflessione globale sulla grammatica della più grande, nonostante le sberle, forza politica della sinistra.

Così, ciascuno, ciascuna intelligenza di sinistra è sola, si sente sola. Soffre di solitudine, soprattutto se si è formata nel clima comunitario del Pci. Nessuno sembra avere le carte per tenere il banco, nessuno, o troppo pochi, manifestano fiducia nelle dinamiche inclusive, deponendo gli attrezzi di guerra. Dovrebbe essere allegro, vitale, pieno di buona volontà, a queste condizioni, il cittadino che si identifica col bacino di pensieri della sinistra? Infatti è triste, molto. E non abbiamo citato quel manipolo di fedeli che ancora si aggrappano a Berlusconi e ai suoi tristissimi fasti. Un mare di tristezza.

Il paese è depresso, mentre le grandi piattaforme tettoniche del potere si riaggiustano su scala globale, mentre sembra saltare l’Europa e Putin ci tiene a passare per il Babbo Natale che una parte d’Europa meriterebbe, confortato dal suo uomo alla Casa Bianca che riaccende, anche contro l’Europa, la guerra dei dazi. Poi mitiga. Un gran spettacolo, ma triste, com’erano magnifiche e insieme agghiaccianti le coreografie di Speer. Nessuno fischia per strada, nessuno canta più, se non per raccogliere monetine, nelle nostre piazze.

Eravamo il popolo più allegro e scherzoso della terra, confortati dal paese più bello e fascinoso e vario del globo. Non lo siamo più. Il bello è che tutti lo sanno, tutti. Ma fa troppo male dirlo a voce alta, perché alla nostalgia di ciò che siamo stati, ancora per fortuna, non si resiste.