Gennaio, il mese
dei campioni

Inizio di anno, si scorrono calendari, si guardano certe date. Gennaio è un mese particolare nel mondo dello sport. Perché concentra una serie di personaggi e imprese in modo inconsueto. E malinconico.

E’ passato oltre mezzo secolo, 58 anni per l’esattezza, ma il 2 gennaio 1960 è una data triste per il nostro paese perché quell’uomo – che un grande giornalista paragonò all’airone – era davvero speciale: quel giorno se ne andava Fausto Coppi. In maniera assurda, bastava dargli del chinino, invece i medici non capirono nulla. Fostò non è stato solo un grande campione ma anche un uomo libero che ha sfidato un ambiente bigotto e conformista.
Era ribelle a suo modo anche Carlos Monzon, che noi imparammo a conoscere per le sfide con Nino Benvenuti ma che è stato, almeno sul ring, tra i più forti: 87 vittorie (58 per ko) 3 sole sconfitte e 9 verdetti di parità. La vita lo ha atterrato varie volte, invece. L’ultima, l’8 gennaio del 1995, la sua auto che corre verso il carcere – è in libertà vigilata – dove deve trascorrere la notte; la macchina si capovolge più volte fino a schiantarsi. In carcere, l’indio argentino c’era finito per aver strangolato la moglie, la modella uruguaiana Alicia Muniz. Oggi che la boxe è una baracconata da circo equestre, rivedere Monzon combattere è un piacere: meglio di lui solo Ray Sugar Robinson in quel romanzo a puntate che furono i pesi medi.

Fine dicembre, inizi di gennaio sono settimane buone per lo sci italiano. Che oggi celebra Dominik Paris e Federica Brignone, solitari vincitori in uno sport dove un tempo eravamo una potenza. Perché fu ai primi di gennaio 1974, esattamente il 7, che cominciammo a parlare di valanga azzurra. E’ una data storica quel lunedì 7 gennaio, gli appassionati la ricordano bene: 5 azzurri nei primi cinque posti del gigante di Berchtesgaden in Germania. Nell’ordine: Pierino Gros, Gustavo Thoeni, Erwin Stricker, Helmuth Schmalzl, Tino Pietrogiovanna. L’occupazione del podio si ripetè nel corso degli anni. Fino a Tomba e Ghedina. Poi, negli anni Novanta, le donne e la valanga rosa, Deborah Compagnoni e Isolde Kostner. E prima di loro Maria Rosa Quario, Daniela Zini, Claudia Giordani e Paoletta Magoni.

A gennaio nacquero Muhammad Alì ed Eusebio, Valentino Mazzola e Pierre de Frédy de Coubertin, Adolfo Consolini e George Foreman, Joe Frazier e Stefania Belmondo. E Antonio Maspes. Quello di Maspes e Gaiardoni. La tv era in bianco e nero e gli adulti si incantavano a guardare le cosce delle Kessler tutte fasciate di calzamaglie nere mentre cantavano e ballavano il Da da um-pa. C’erano invece quelli, ancora innocenti, che osservavano le cosce lucide di sudore e di pomate di Antonio Maspes, piantate sui pedali di una bici pericolosamente in bilico sulla pista del Vigorelli o altrove. Era il surplace. Movimenti quasi impercettibili sui pedali, avanti e indietro, indietro e avanti. Una tattica di chi conduceva per costringere chi stava dietro a passare avanti e diventare così un più facile punto di riferimento nella volata. Una mossa che innervosiva chi la subiva. Non piaceva al pubblico che fischiava quella immobilità esasperante. Maspes era un maestro nel surplace. Come Giovanni Pettenella che una volta rimase in quella scomoda posizione per oltre un’ora. A Maspes, pista di Zurigo nel 1961, bastarono 25 minuti. Dietro di lui Michel Rousseau, francese gonfio e antipatico, il nuovo re dello sprint quando il milanese dei 7 titoli mondiali era in crisi. Rousseau sfiancato partì per lo sprint. Inutile dire come andò a finire.