Genetica, una nuova tecnica
per riscrivere il Dna “sbagliato”

La tecnica è vecchia (si fa per dire) di dieci anni. Si chiama “zinc finger”: a dito di zinco. Ed è un “taglia e cuci”: si sforbicia il gene “sbagliato” nel DNA e vi si lega quello “giusto”. È stata messa a punto, per l’appunto un decennio fa, dalla Sangamo Therapeutics. È stata sperimentata più volte in vitro su cellule umane con alterni risultati. E negli ultimi anni è stata superata dalla CRISPI/Cas 9, una tecnica di “editing genetico” o, se volete, di riscrittura del DNA più facile ed efficace.

Ma ora la “zinc finger” è tornata in auge in California perché utilizzata per la prima volta in vivo su un uomo colpito da una grave malattia genetica, la sindrome di Hunter, rara e a quanto pare senza rimedi.

Attenzione, non è il primo caso di terapia genica. Molti sono, al contrario, i casi in cui, per curare una malattia determinata da un gene “difettoso” si è intervenuti direttamente su un paziente.

È una novità relativamente a questa tecnica e a questa malattia.

Non entriamo nei dettagli biomedici, peraltro divulgati con molti particolari su molti media. Diciamo solo che il paziente ha subito un’infusione di virus inattivati, ma capaci di penetrare (almeno si spera) nelle cellule del fegato – e solo in quelle – del paziente, e ingegnerizzati per attaccare il DNA in un punto preciso, tagliare il gene difettoso e cucire il gene buono.

Diciamo subito che non è una terapia. Ma un esperimento. Un singolo esperimento. Vediamo come andrà. I primi risultati li avremo solo fra tre mesi. Occorre attendere, con pazienza e senza farsi soverchie illusioni. Perché i punti critici sono molti.

Certo, dovesse andar bene, spalancherebbe la porta a una sperimentazione ben strutturata su molti pazienti per un numero limitato di malattie genetiche. Ovvero, renderebbe più ricco il paniere che si va affollando delle tecniche di terapia genica.

La notizia ha avuto ampia eco mediatica. E ha suscitato molte reazioni, alcune delle quali poco ponderate. Da un lato gli entusiasti, che l’hanno salutata come una nuova magica possibilità. Ma dall’altra ci sono state critiche – anche da parte del cardinale Gianfranco Ravasi, non esattamente un conservatore e comunque in genere molto prudente – forse esagerate: i medici della California non stanno giocando a fare Dio.

Forse, insinua qualcuno, hanno agito anche sulla base di una pressione che viene dalla competizione internazionale. C’è, in effetti, una vera gara nell’utilizzo delle nuove tecniche di editing genetico che vede, per la prima volta forse in vantaggio, gli scienziati cinesi. Che stanno lavorando a ipotesi terapie geniche con la tecnica CRISPR/Cas9 anche per curare il cancro.

E tuttavia bisogna valutare il caso specifico: i medici californiani si sono trovati davanti a un malato per il quale non ci sono altre cure. Gli hanno prospettato questa possibilità sperimentale. L’uomo, in piena coscienza, ha accettato. L’infusione di virus bioingegnerizzati non è molto diversa da un’operazione chirurgica. Anche se tocca il DNA, peraltro solo quello delle cellule del fegato, come è già successo in centinaia di casi in tutto il mondo trattati con la terapia genica. Da un punto di vista bioetico non c’è alcuna novità. Anzi, funzionasse, sarebbe un netto miglioramento: perché la tecnica “a dito di zinco” interviene con grande precisione sul DNA ed evita tagli indesiderati.

O, almeno, si spera. Perché questo è uno di punti che questo test deve chiarire. La “zinc finger” nelle cellule di fegato del paziente americano si limiterà a tagliare la parte “difettosa” e a cucire quella “buona” del DNA o interverrà in maniera indesiderata in altre zone del materiale genetico? I virus portatori delle istruzioni “taglia e cuci” se ne resteranno confinati nel fegato – ammesso che lo raggiungano tutti – o si diffonderanno per il corpo? E, in questo secondo caso, che faranno: se ne staranno quiescenti o lavoreranno su altre cellule? E con quali effetti? In ogni caso, provocheranno o no una risposta da parte del sistema immunitario del paziente?

Sono tutte domande aperte. Dovremo attendere per almeno tre mesi prima di iniziare ad avere una qualche risposta. Con pazienza. Senza facili trionfalismi, ma neppure infondati allarmismi.