Geli, la nipote di Hitler e un romanzo
storico un po’ troppo “romanzo”

Il cadavere di una ragazza bella e famosa viene trovato in una stanza chiusa a chiave dall’interno. Accanto c’è la pistola che ha sparato il colpo. Sembra che non ci debbano essere dubbi su come si siano svolti i fatti. Ma ai due investigatori inviati a chiudere rapidamente il caso l’ipotesi del suicidio appare troppo ovvia per essere anche vera. Qualcuno ha messo in scena un imbroglio che bisognerà smontare pezzo per pezzo per arrivare alla verità: la ragazza è stata uccisa e il colpevole è…

Ecco la trama perfetta di un thriller che sembra uscito dalla fantasia di un’Agatha Christie o di un Edgar Wallace. E invece si tratta di una storia vera, la storia della morte di Angelika, o Angela, Raubal, detta Geli, nipote (e amante?) di Adolf Hitler. Il suo corpo fu trovato il 19 settembre del 1931 in una stanza di un grande e lussuoso appartamento della Prinzregentenstrasse, nel centro storico di Monaco di Baviera, lo stesso in cui viveva suo zio. La morte risaliva, presumibilmente, al giorno prima. Geli era stesa a terra supina, su una grande pozza di sangue, con il volto tumefatto, forse (o forse no), per la caduta dopo lo sparo. Il proiettile non aveva colpito il cuore, ma un polmone e la ragazza era morta dissanguata. Secondo lo zio, che era anche il suo tutore legale, Geli, una ventitreenne piena di vita, ricca, bella e ammirata da tutti, si sarebbe uccisa perché non avrebbe retto alla tensione di un provino di canto lirico che avrebbe dovuto superare qualche giorno dopo a Vienna. Una motivazione che doveva sembrare ridicola anche a lui.

I due commissari

A svolgere le prime indagini furono chiamati due commissari della polizia criminale bavarese di cui negli archivi sono conservati i cognomi, Sauer e Forster, ma non i nomi di battesimo. I due interrogarono la servitù, ma non il padrone di casa, che era in viaggio verso Amburgo, dove avrebbe dovuto partecipare a una manifestazione, e stava rientrando precipitosamente da Norimberga, dove gli avevano comunicato la notizia. Siamo nel settembre del ’31. Tra meno di un anno e mezzo Hitler verrà nominato cancelliere del Reich e si avvierà a diventare il capo indiscusso della Germania. Per il momento è il Führer del suo partito nazionalsocialista. È molto popolare, grazie anche al successo del libro che ha scritto in prigione dopo il fallito Putsch della birreria, il Mein Kampf, ma il suo potere al vertice del partito non è incontrastato. I suoi camerati scalpitano e uno, Gregor Strasser, è suo nemico dichiarato e briga per prenderne il posto alla guida del movimento.

Ecco, queste sono le premesse de “L’Angelo di Monaco”, scritto da Fabiano Massimi (“L’Angelo di Monaco”, edizioni Longanesi, 490 pagine). Un romanzo storico che fa i conti con tutte le difficoltà del genere, il quale, come si sa, è stato da sempre molto frequentato dagli scrittori d’ogni paese, non sempre con risultati brillanti. La coerenza tra i fatti “reali” come ci sono stati tramandati dalla storia e il racconto immaginario che gli viene sovrapposto è un esercizio complicato che raramente riesce bene. Ne è stato ben consapevole Laurent Binet, l’autore francese di “HHhH” (“Himmlers Hirn heißt Heydrich”: il cervello di Himmler si chiama Heydrich). Binet ha accompagnato con un continuo “fuori testo” ad uso del lettore (un procedimento simile a quello delle didascalie nel teatro di Brecht) la biografia di Heydrich, la “Bestia bionda”, teorico della “soluzione finale” per gli ebrei e ferocissimo governatore nazista di Boemia e Moravia, fino all’Operazione Anthropoid con cui fu eliminato dalla Resistenza cecoslovacca. Un modo per garantire il lettore dagli abusi della fantasia dell’autore, rendendogli possibile la giusta sintesi tra il vero e il verosimile nella narrazione che gli viene proposta.

Senza renderla esplicita come Binet, Massimi nel suo romanzo, nel quale curiosamente ha un ruolo importante proprio Heydrich, tenta un’operazione simile. Quasi tutti i fatti e i documenti che compaiono nel racconto sono veri e documentati: le lettere di Geli, le confidenze alle amiche, gli strani suicidi che seguiranno la sua morte, la frettolosa sottrazione del cadavere agli esami autoptici e la sepoltura a Vienna, i frenetici depistaggi dell’entourage di Hitler, l’atteggiamento dei vertici della polizia di Monaco, che fanno riaprire l’inchiesta dopo la sua precoce chiusura, e del ministro bavarese della Giustizia, notoriamente filonazista. Perfino i due funzionari di polizia, cui Massimi regala anche i nomi propri, Sigfried (Sauer) e Helmut (Forster), sono veramente esistiti.

Il ruolo di Heydrich

Quasi tutti fatti veri, abbiamo detto, ma quel “quasi” pesa parecchio. Onestamente, nella postfazione l’autore fa sapere al lettore che due elementi della trama sono inventati. Una lettera a Geli di un suo presunto amante a proposito di un’imminente fuga a Vienna e il biglietto con il quale il capo delle SS Heinrich Himmler indica a Sauer i nomi del gotha nazista da mettere sotto torchio per arrivare alla verità.

Il problema è che non si tratta di dettagli. Soprattutto il secondo è messo lì per sostenere l’architrave narrativa del romanzo, ovvero la convinzione dei due investigatori che non solo Geli non si è uccisa ed è stata assassinata ma anche che la sua eliminazione violenta è stata parte di una sanguinosa lotta per il potere al vertice nazista. La ragazza sarebbe stata eliminata o per togliere di mezzo l’oggetto di un possibile devastante scandalo che avrebbe potuto travolgere Hitler nel momento in cui puntava alla posta più grossa, quindi per proteggerlo, oppure al contrario per danneggiarlo, facendo emergere con la morte della nipote-amante la realtà abietta dei rapporti tra i due, cosa che avrebbe distrutto per sempre la reputazione dell’aspirante Führer del Reich, aprendo la strada a Strasser, o a Göring, o allo stesso Himmler. Tesi, questa seconda, che potrebbe essere fortemente suffragata se prendessero sostanza le voci che circolano proprio negli anni della frequentazione con Geli su certe particolari inclinazioni sessuali di Hitler. Secondo alcuni testimoni, in certe confidenze la ragazza avrebbe parlato di pratiche di ondinismo.

Reinhard Heydrich

Insomma, Geli sarebbe stata uccisa e il suo assassinio sarebbe stato l’esito di un complotto ordito al vertice del potere nazista. Questo è l’oggetto delle indagini di Siggi (Siegfried) Sauer e Mutti (Helmut) Forster nella finzione del romanzo. Ma lo fu anche per i veri Sauer e Forster?

Non lo sappiamo. Diversi elementi che emersero dalle indagini, grazie soprattutto al coraggio della stampa di Monaco ancora non controllata dai nazisti e dalle ricerche che è stato possibile fare dopo la guerra negli archivi di polizia, portano a pensare di sì. La relazione sarebbe stata assai più profonda d’un rapporto tra zio e nipote e tra tutore e tutelata. Una liaison molto particolare, certo, ma non incestuosa in quanto Geli è nipote di Adolf Hitler perché è la figlia di Angela Hitler, sorellastra di Adolf: stesso padre ma due madri diverse. Tanto basta per sostenere la liceità di una relazione sessuale tra i due. Una relazione certo discutibile ma non proibita dalla legge, una storia d’amore che avrebbe potuto concludersi pure con un matrimonio, eventualità alla quale la ragazza in qualche occasione avrebbe anche fatto cenno.

Compare Eva Braun

La situazione era questa? Hitler, il capo osannato del movimento che voleva rinnovare la Germania e dominare l’Europa stava per rendere pubblico il proposito di fidanzarsi ufficialmente con quella ragazza così emancipata e disinvolta, così poco “nazista” che platealmente lo dominava? Doveva essere una preoccupazione grossa nell’entourage e bisognava assolutamente trovare il modo di impedire quell’eventualità, cospirando per distogliere il capo dalla brillante nipote e indirizzare piuttosto le sue voglie verso la bionda segretaria del suo fotografo ufficiale, e amico intimo, Heinrich Hoffmann. Eva Braun, si chiamava, e già pochi mesi dopo la scomparsa di Geli l’avrebbe rimpiazzata, rimanendo al fianco del Führer fino alla sua ultimissima ora.

Dell’esistenza di queste preoccupazioni negli ambienti nazisti di Monaco ci sono diverse testimonianze e il romanzo ne dà conto. Ma si trattava pur sempre di supposizioni. Geli era veramente l’amante dello ziastro? Le indagini permisero di accertare ciò che nel romanzo viene scoperto grazie a una avventurosa incursione di Sauer nella casa di Prinzregentstrasse, e cioè che la ragazza non dormiva nella stanza in cui fu trovata morta, ma in una camera che era adiacente a quella dello zio, separata solo da un bagno in comune. Lo sparo mortale sarebbe avvenuto in quella stanza e poi il cadavere sarebbe stato spostato. Le testimonianze delle amiche, di uno spasimante, l’ex chauffeur di Hitler Emil Maurice che aveva avuto una relazione con Geli, di un prete che ne aveva raccolto le confidenze e di un ex insegnante di musica convergono sul fatto che la ragazza era sottoposta a un regime di duro controllo e di repressione. Hitler era gelosissimo, ben più di quanto sia normale per un tutore legale. Nello stesso tempo era come succube della nipote: la accompagnava nelle occasioni mondane, faceva shopping con lei, cedeva ai suoi capricci. Le aveva imposto di iscriversi alla facoltà di medicina all’università ma poi le impediva di frequentare le lezioni, aveva accettato che prendesse lezioni di musica perché s’era messa in testa di intraprendere la carriera di cantante lirica, ma poi non voleva che continuasse gli studi di musica a Vienna. Un atteggiamento molto autoritario che mal dissimulava però una particolare propensione alla sottomissione che rendeva plausibili certe dicerìe che correvano a Monaco secondo le quali il capo nazista, l’uomo tutto d’un pezzo che voleva risollevare la Germania e dominare l’Europa sarebbe stato nell’intimità schiavo di una perversione sessuale ben poco consona alla sua immagine pubblica: quella di godere facendosi urinare addosso.

Il romanzo di Massimi rispecchia bene tutto questo. Si perde alquanto, però, quando la trama è costretta a lasciare la via tracciata dai documenti e dalle testimonianze storiche per allontanarsi alla ricerca d’una conclusione che, come si sa, nella storia, la storia vera, non c’è stata perché come è davvero morta Geli Raubal, chi l’ha uccisa, se è stata uccisa, e perché non s’è arrivati ad alcuna certezza (ed è difficile che ci si arriverà mai a meno di ritrovamenti clamorosi di documenti vecchi di novant’anni) non l’ha scritto nessuno. A un certo punto il romanzo storico diventa poco “storico” e un po’ troppo romanzo. Perdendosi in qualche sgradevole sbavatura, come la presenza di oggetti di plastica (plastica? Nel 1931?) nella stanza di Geli e nello studio di Hoffmann, e in un carosello di colpi di scena un po’ troppo “cinematografico” nelle ultime pagine. Nei quali ricomparirà il perfido Heydrich, che quando c’è da far venire la pelle d’oca ai lettori evidentemente funziona benissimo. Ma non vi diciamo altro, perché “L’Angelo di Monaco” è pur sempre un thriller. Che si legge tutto d’un fiato.