Furio Colombo, gli splendidi 90 anni
dell’ultimo grande direttore dell’Unità

L’Unità non c’era ma c’era. Questo giornale non era in edicola eppure è rimasto radicato nella vita di tanti”. Era il 28 marzo del 2001, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci ritornava finalmente nelle mani dei suoi lettori e quelle parole erano l’incipit del primo editoriale. Lo firmava Furio Colombo, che il 1 gennaio del 2021 compirà 90 anni. Era arrivato, venti anni fa, come direttore per far rinascere un giornale che era stato condannato a morte otto mesi prima. Non ci credeva quasi nessuno a quell’impresa. Ma lui sì, ci ha creduto fino in fondo. Perché sapeva che forza aveva quel nome – l’Unità – e che stoffa aveva quella redazione che piano piano cominciò a conoscere e a conquistare con la sua passione e con la sua “moderata radicalità”. Per Colombo quel quotidiano esisteva perché, scrisse, portava “la nostalgia di libertà e di felicità”. Una definizione bellissima.

Sul tetto dell’automobile con Bob Kennedy

La vita di un uomo è come un libro. Quella di Furio Colombo è come un romanzo, nel quale perdersi per ritrovare personaggi e storie, simboli e battaglie, passioni e illusioni. Tutto quello che hai letto sui libri e te lo sei immaginato, lui te lo racconta – quante volte lo ha fatto anche all’Unità nei pochi momenti di pausa – con quella voce stentorea e la luce degli occhi. Quella volta che insieme a Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoire e Françoise Sagan – come ha ricordato sul Fatto quotidiano – si fece scarrozzare da Che Guevara su una “automobilaccia americana” nelle vie dell’Avana un anno dopo la rivoluzione castrista. O quel giorno che prese il caffè con Marilyn Monroe. E quelle volte che parlò con Martin Luther King della sua dura e difficile battaglia contro il razzismo. Ancora: quando era accanto a Bob Kennedy in un memorabile comizio pronunciato in piedi sul tetto di un’automobile, come ci raccontò diverse volte. Poi quel viaggio con i Beatles sull’Himalaya, la scoperta di Bob Dylan e l’amicizia con Joan Baez. E l’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini il 1 novembre del 1975, poche ore prima che lo scrittore venisse assassinato. E il rapporto con Adriano Olivetti e quello con Gianni Agnelli. E la Rai insieme con Umberto Eco e Gianni Vattimo. E il gruppo ’63…

Una vita intensa che, proprio in occasione di un compleanno così importante, appare in tutta la sua originale vivacità intellettuale e la sua immensa curiosità giornalistica.
La direzione dell’Unità è stata vent’anni fa – grazie alla scelta di Walter Veltroni, allora segretario dei Ds e al coraggio di Alessandro Dalai – l’approdo di questo militante democratico che a noi giornalisti, prima di conoscerlo, appariva come un lord inglese un po’ moderato. La prima volta che lo incontrai insieme con Antonio Padellaro, nei primi mesi del 2001, fu in un ristorante del centro di Roma. Mi aspettavo un tranquillo giornalista dalle buone maniere e mi ritrovai davanti un “guerriero” con mille battaglie da intraprendere, mille idee, mille suggerimenti, mille nomi da coinvolgere, mille titoli con cui aprire il giornale. Già allora al primo impatto mi colpì la sua radicalità. Una radicalità di principi e di idee, mai preconcetta. E infatti nei mesi seguenti, noi della squadra di direzione, che ci eravamo immaginati di giocare all’ala sinistra di un direttore moderato, ci ritrovammo all’improvviso scaraventati dall’altra parte e in diverse occasioni dovemmo svolgere il ruolo di moderatori.

Quell’Unità schierata e inflessibile

Fu geniale quella nuova idea dell’Unità: schierata contro Berlusconi e il berlusconismo senza se e senza ma, pur in mezzo a tanti mugugni che arrivavano dal partito. E geniale fu l’idea di quella striscia rossa sotto la testata con una frase scritta in bianco, che nei mesi precedenti al ritorno in edicola faticavamo a immaginare e ci appariva una stranezza.

In poco tempo quella redazione, umiliata da una chiusura drammatica, ritrovò la propria ragione di vita e il proprio coraggio professionale. Nessuno si sentì escluso. La nave si rimise in movimento e sopra eravamo in tanti a far funzionare le macchine. Le riunioni del mattino tornarono ad essere il luogo del confronto e dell’elaborazione. Belle lezioni di giornalismo.

Mai come in quelle occasioni ci sentimmo coinvolti e “sfidati” da quel direttore che ne sapeva una più del diavolo e gliene venivano in mente talmente tante che era difficile stargli dietro. Si presentava, ogni mattina, con un mucchietto di foglietti su cui c’erano appuntati, con il pennarello rosso – con cui si sporcava regolarmente le sue camicie celesti – i pezzi da scrivere, i libri da recensire, le interviste da fare, e le inchieste, i reportage, le frasi per la strisciarossa. E guai a dimenticarsi di qualcosa, perché a sera chiedeva conto.

 

La “gara sui titoli” e i foglietti scritti in rosso

E’ stata per noi – per me sicuramente, che sono stato uno dei suoi vicedirettori – l’ultima straordinaria esperienza all’Unità. Ricordo ancora la bella gara per fare i titoli più azzeccati che si svolgeva nella stanza di Furio la sera dopo il Tg3 delle 19. Lui ne aveva pronti sempre due o tre. Ma ci lasciava fare, a Padellaro e a noi, che provavamo a gareggiare con lui che era bravissimo. Qualche volta un titolo non suo passava pure, ma la maggior parte delle volte ti guardava con aria curiosa e ti diceva: non male, caro, teniamolo da parte. E il tuo titolo, su cui ti eri arrovellato, alla fine rimaneva quasi sempre da parte.

Non c’è dubbio: Furio Colombo è stato un grande direttore. Di più: credo sia stato l’ultimo grande direttore che l’Unità abbia avuto. In certi momenti, un po’ per la sua teatralità e un po’ per la sua capacità di analisi, mi ricordava Alfredo Reichlin, altro grande direttore. Diciamo che nei quattro anni in cui ha diretto il giornale Colombo le ha azzeccate quasi tutte. Quasi, perché una – e lui lo sa bene perché lo confessò in una riunione di redazione – ci mise un po’ a capirla. La sera del 2 febbraio del 2002 Furio e Antonio non erano a Roma, se non ricordo male erano a Milano per un’assemblea di redazione. A piazza Navona Nanni Moretti aveva appena pronunciato quelle sue parole durissime che sono passate alla storia: con questi leader non vinceremo mai. Era un fatto nuovo ed enorme, che scuoteva un sonnecchioso e subalterno centrosinistra reduce da una dura sconfitta elettorale e che avrebbe poi creato il forte movimento dei girotondi. Lo chiamai al telefono per fare il punto, gli proposi di aprire con Nanni Moretti, con quella frase che faceva tremare. Gli proposi “L’urlo di Moretti scuote l’Ulivo”. Ma non ne volle sapere. “Non lascio l’apertura del giornale a Nanni Moretti”, mi disse più volte. Provai ad insistere, ma non ci fu verso. E infatti il giorno dopo l’urlo di Moretti finì in un catenaccio del titolo di apertura che invece fu dedicato alla manifestazione dell’Ulivo: “Dura e appassionata l’opposizione in piazza”.

Fu, quella, solo una svista – per altro recuperata nel giro di qualche giorno – per un direttore che prese un giornale morto e lo portò a vendere quasi centomila copie, ne fece di nuovo un simbolo da mostrare in piazza, uno strumento per capire e per lottare. Poi, come è successo altre volte all’Unità, la ragion di partito – forse ve lo ricorderete: quella per cui non basta dire no e non si può essere solo contro – prese il sopravvento e Furio Colombo fu cacciato dalla direzione. Dopo, non fu più come prima. Ma come è andata a finire l’Unità lo sappiamo bene tutti.

Per tutto questo, grazie Furio per quegli anni straordinari e auguri per i tuoi splendidi 90 anni da tutti noi di strisciarossa.