Rodano: il compimento della democrazia
fine ultimo del movimento operaio

Il 6 agosto ricorreva il centesimo anniversario della nascita di Franco Rodano (Roma 1920). Solo un documentato articolo di Giovanni Tassani, pubblicato nell’Avvenire, ha ricordato la circostanza, menzionando alcuni momenti della sua biografia intellettuale e sottolineando il contributo che egli offrì nel dibattito religioso. Mi sembra opportuno aggiungere alcune considerazioni, che riguardano il ruolo che Rodano ebbe nella vicenda del movimento operaio, nella storia del marxismo italiano e, più precisamente, della cultura comunista.
Come è noto, Rodano aveva aderito al Pci alla fine del 1945, dopo lo scioglimento del Partito della sinistra cristiana e dopo avere vissuto una serie di rilevanti esperienze politiche nel periodo della resistenza al fascismo (Partito cooperativista sinarchico, Partito comunista cristiano, Sinistra giovanile cattolica, Movimento dei cattolici comunisti): vi aveva aderito in occasione del V Congresso, quando Togliatti impresse una svolta radicale nella politica comunista, con le formule strategiche del “partito nuovo” e della “democrazia progressiva”, con la modifica dell’articolo 2 dello Statuto (per cui si poteva aderire al partito «indipendentemente dalla convinzione religiosa e filosofica») e con la proposta (ripresa e approfondita dalla relazione di Luigi Longo) della «formazione di un partito unico dei lavoratori». «È un fatto – affermò Togliatti nel Rapporto – che su 1 milione e 800 mila iscritti vi è senza dubbio una maggioranza di credenti». Queste posizioni, che segnavano una discontinuità nella storia del comunismo (non solo italiano, ma mondiale), costituirono la base e, potremmo dire, l’orizzonte ideale di tutta la elaborazione successiva di Rodano.

Il conflitto nel capitalismo maturo

Colpito da interdetto personale nel 1947, per via di un articolo su Le condizioni economiche del clero in Italia, Rodano collaborò a molti periodici – «Cultura e realtà», «Spettatore italiano», «Dibattito politico», per citarne alcuni –, ma possiamo dire che il suo pensiero cominciò ad acquistare una fisionomia peculiare con il difficile saggio su Neocapitalismo e classe operaia, che pubblicò nel 1957 su «Nuovi Argomenti». Era il primo nucleo di una riflessione che, nel 1962, avrebbe condotto (in collaborazione con Claudio Napoleoni) alla nascita della «Rivista trimestrale»,

Franco e Marisa Rodano

dove cominciarono ad apparire i suoi scritti sul Risorgimento, sulla società opulenta, sul concetto di rivoluzione. In particolare, tutta la ricerca sulla società opulenta (nutrita di suggestioni che provenivano dall’esistenzialismo francese e dal marxismo europeo) rappresentò la prima presa d’atto, da parte della cultura comunista, della fine del taylorismo e della forma sociale che Marx aveva delineato come un conflitto semplificato tra operai e capitale: con il prevalere del principio dell’efficienza e della inedita figura del servo-signore, tutte le categorie fondamentali del marxismo – sfruttamento, alienazione e così via – dovevano essere ripensate e ricollocate in un diverso quadro teorico. Ma soprattutto cadeva il mito della crisi finale del capitalismo, che già Gramsci, con riferimento al terzo libro del Capitale, aveva superato nei suoi quaderni carcerari. Svolgendo l’indicazione togliattiana della “democrazia progressiva”, Rodano arrivava, nei suoi saggi sulla società opulenta, ad archiviare ogni forma di finalismo, rappresentando il capitalismo post-fordista come un circolo di crisi e di opportunità.
Le ricerca sulla società opulenta e la rilettura critica dell’opera di Marx (che trovò una espressione compiuta nei corsi tenuti alla Sispe negli anni 1968-1971) aveva consentito a Rodano di ridefinire il conflitto sociale nel capitalismo maturo. La stessa figura dello sfruttamento, per esempio, appariva ormai riassunta nella forma del consumo improduttivo; e, di conseguenza, il soggetto centrale della rivoluzione, la classe operaia, assumeva il volto post-fordista dell’intera classe dei produttori della ricchezza sociale, in un quadro nel quale, rispetto al primato marxiano del momento produttivo, lo sguardo si volgeva decisamente alla riforma del consumo, nel senso di un consumo sociale e collettivo. Tuttavia, solo negli anni settanta la riflessione sulla formula togliattiana della “democrazia progressiva” venne condotta da Rodano fino agli esiti ultimi, conferendo una centralità inedita al tema della contraddizione tra capitalismo e democrazia.

il limite di Togliatti

Non è un caso, d’altronde, che Rodano cominciasse ad avvertire, con maggiore precisione, il limite della posizione di Togliatti, il quale, spiegò, aveva continuato a concepire il socialismo nei termini tradizionali della transizione, come un compito ulteriore rispetto a quello della costruzione di una piena democrazia: si trattava, scrisse, di superare l’ambiguità togliattiana, «tagliando, da un lato, il cordone ombelicale con il leninismo; e dall’altro lato trascendendo ogni possibile residuo d’interpretazione della propria politica in chiave tattiva, empirica e, insomma, di “doppia verità”».
La democrazia andava riconosciuta, fino in fondo, come il prodotto storico del movimento operaio, come l’opera compiuta dagli sfruttati, come una sfera di diritti e di eguaglianza incompatibile, in linea di principio, con l’individualismo del regime economico capitalistico. In tale considerazione appariva decisivo il recupero della categoria gramsciana di egemonia e dunque il tema del rapporto fra democrazia ed egemonia. Se la democrazia era indicata come la dimensione «permanente ed essenziale» della realtà politica, la sua forma doveva essere concepita come sempre innervata dalla spinta egemonica dei gruppi sociali. Senza egemonia, la democrazia sarebbe declinata o in un puro democraticismo, cioè in una democrazia “totalitaria”, o nella figura del dominio. Tanto era permanente la forma della democrazia, tanto era necessaria, dunque, la sua direzione politica, come costruzione attiva dell’egemonia.

La terza fase

Sarebbe impossibile comprendere il contributo di Rodano alla politica berlingueriana del compromesso storico senza riferirsi a questo sfondo teorico. Come ho spiegato altrove, Rodano non fu l’inventore o l’architetto del compromesso storico, ma certamente elaborò, di tale strategia politica, un’interpretazione molto peculiare. Provò a concepirla come il superamento della regola consociativa e trasformista che aveva caratterizzato lo sviluppo politico nazionale (parlò appunto di una «regola di sviluppo»), come l’occasione di una trasformazione del sistema dei partiti e di un trascendimento dei limiti interni dell’intero personale politico della repubblica. Non più, dunque, il «partito unico dei lavoratori» immaginato da Togliatti al V Congresso, ma l’avvio di quella «terza fase» della storia del movimento operaio, capace di conservare le «verità interne» delle diverse tradizioni ideali ma anche di contaminarle e, infine, di superarne i rispettivi difetti di laicità. Era il sogno, se si vuole, di una democrazia compiuta e laica, nella consapevolezza molto acuta che un ciclo della storia nazionale e del quadro mondiale si stava consumando rapidamente. Franco Rodano morì il 21 luglio 1983, a soli sessantatré anni di età, e non poté conoscere gli sviluppi della nostra storia più recente. È difficile immaginare come li avrebbe giudicati, ma è possibile ipotizzare che il suo pensiero non sarebbe stato mai ovvio o scontato nelle conclusioni.