Agricoltura, sfruttamento
e baracche: gli invisibili
del Materano

La Felandina è un ex complesso industriale sulla SS 106 metapontina. Retaggio di uno sviluppo del Sud mai completamente avvenuto, i capannoni dismessi oggi significano abbandono, ghettizzazione, disagio sociale. Fino a qualche tempo fa, infatti, erano occupati da circa 400 immigrati, che in quest’area fertile della provincia di Matera trovavano lavoro nei campi come braccianti. Dopo lo sgombero, avvenuto la scorsa estate, una marea di invisibili continua ad abitare ai limiti della sopravvivenza in baracche, rifugi di fortuna, casolari diroccati.

felandinaLa strada che dalla Puglia porta in Calabria trasuda storia e cultura, anche se i paesaggi circostanti sono stati ridisegnati dalla riforma agraria e dall’industrializzazione, promesse di un futuro per lo più disatteso, e trasformati in terra di emigrazione, prima, e immigrazione, dopo. Pure la Felandina come altri ghetti, ha avuto purtroppo la sua vittima sacrificale: Petty, una nigeriana di 28 anni, che per poco più di 3 euro l’ora si spaccava la schiena come bracciante.

Oggi, nel periodo in cui riprendono la raccolta delle fragole e i lavori di preparazione del terreno per la semina dei pomodori, in piena pandemia, le condizioni dei lavoratori immigrati nella zona del Vulture-Alto Bradano e nel Metapontino rimangono preoccupanti. C’è il rischio, infatti, che il Covid-19 trasformi i luoghi in cui vivono e lavorano in focolai della malattia.

Regolarizzazione e diritti

Per questo, Gerardo Melchionda, Libera, Michele Petraroia, Anpi, e Stefano Loves, Uds, chiedono tutele reali. “Non si deve lasciare indietro nessuno, meno che mai gli ultimi, già fortemente sfruttati – scrivono ai Prefetti di Potenza e Matera, al Presidente e all’Assessore all’Agricoltura della Regione Basilicata – Essi sono per noi indispensabili, poiché assicurano il rifornimento alimentare di tutto il Paese. Occorre un intervento immediato e concreto per tutelare la salute dei migranti”.

La regolarizzazione definitiva di questi lavoratori “sarebbe una misura di giustizia e anche di salvaguardia dell’interesse nazionale – affermano – E’ necessario che le Istituzioni ricordino che chi arriva da noi cerca una speranza, una libertà, una dignità, una terra promessa”.
E’ convinta dell’urgenza di questa misura anche Angela Maria Bitonti, referente lucana di Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, impegnata nella campagna LasciateCIEntrare e nel progetto Pelting pot Europa. “Nessuna istituzione si occupa di loro, tranne le associazioni di volontariato – spiega l’avvocata – La maggior parte degli immigrati proviene dall’Africa subsahariana, in particolare da Senegal, Mali, Nigeria; sono giovani adulti, ma non siamo sicuri che tra di loro non ci siano minori. Sono impiegati nella raccolta di fragole e ortaggi; finita la stagione, prima della pandemia solitamente si spostavano altrove, seguendo la linea delle diverse produzioni agricole, fino ad arrivare in Trentino, nel periodo delle mele o dell’uva. Adesso i flussi sono bloccati e i braccianti che sono rimasti non sono sufficienti. Ecco perché, non solo è indispensabile, ma anche giusto regolarizzarli tutti”.

Fragole e pomodori. E non solo

pomodori, bracciantiAngela Maria Bitonti ci dice che al 2018 gli stranieri irregolari erano circa un milione, ma è immaginabile che questa cifra non corrisponda alla realtà. La loro condizione di invisibili, appunto, li fa sfuggire a qualsiasi conteggio e ogni dato relativo risulta approssimativo. Presumibilmente, sono molti di più, sono quelli che ingrossano le file della manovalanza in nero in diversi settori lavorativi, sono i braccianti che ingrassano i caporali e gli imprenditori che di questi si servono per arruolarli.
Petty, e le altre vittime altrove, non sono morte invano: la loro vita ai margini, piegata in due per il duro lavoro, rivendica giustizia. Negli stessi campi, in passato, erano i nostri contadini a raschiare il terreno avaro e spesso lo facevano sotto il giogo dei padroni di allora. Quelle zolle narrano le loro azioni silenziose e anche le loro piccole gesta eroiche di ribellione.

Ecco, ci vorrebbe una nuova “rivolta della dignità”: la memoria di ieri diventi allora il riscatto di oggi, un atto di civiltà che dobbiamo ai nostri lontani parenti, anche grazie ai quali siamo qui, adesso, a difendere il diritto a un lavoro onesto e dignitoso.