Fosse Ardeatine, teniamo viva la memoria
affinché non si ripeta quell’orrore

Il 24 marzo di 75 anni fa, l’eccidio delle Fosse Ardeatine: 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, detenuti comuni trucidati a Roma dalle truppe naziste di occupazione al comando del colonnello Herbert Kappler e dal capitano Erich Priebke, ma con la complicità materiale del questore della capitale, Pietro Caruso, e l’avallo del ministro dell’Interno della Repubblica sociale italiana, Guido Buffarini Guidi. Fu Hitler in persona a volere l’eccidio come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il giorno prima dai Gap romani, in cui erano rimasti uccisi 33 soldati di un reggimento tedesco.

Per la sua efferatezza, per l’alto numero di vittime e per le tragiche circostanze in cui fu compiuto, l’eccidio è diventato l’evento-simbolo della ferocia nazifascista. Ma ancora oggi, anzi soprattutto oggi, questo infame delitto chiama la coscienza civile del Paese ad una riflessione sul senso profondo di quell’evento e sulle molteplici ragioni della sua intransigente ripulsa. Ragioni che non solo perdurano intatte da tanti anni ma sono acuite, in questa fosca stagione, da tanti segnali di allarme e di inquietudine, e di ombre autoritarie, fascistiche.

Il segnale-guerra, anzitutto. Dalla fine della seconda guerra mondiale non c’è stato momento di così feroci, vasti e diffusi e sanguinosi conflitti come questo che viviamo e di cui son vittime soprattutto civili inermi e del tutto incolpevoli. Spargere sangue, anzitutto di tanti poveri e di tanti bambini, non è frutto solo di terrorismi di varia natura e di disparate origini. Né solo di ataviche ostilità. E neppure solo di infami pretese dominatrici, neocolonialiste. C’è anche se non soprattutto l’incredibile, insopportabile, ingiustificata impotenza degli organismi internazionali – l’Onu in primo luogo – nati proprio per prevenire, mediare, ma anche intervenire severamente ovunque sia necessario. Il compito, immane e spesso impossibile, di frenare la fuga da morte e distruzione, di salvare, proteggere e curare è assunto, quasi ovunque, da mille forme di volontariato, da organismi umanitari, dalle Chiese. Ma è una goccia nel mare.

Insito nelle guerre ma diffuso oggi anche nello stesso vivere sociale è un altro segnale terribile: la violenza. Che si manifesta anche in aspetti e condizioni nuove. Ecco l’epidemia della violenza di genere, con il quotidiano stillicidio di femminicidi, un fenomeno non solo italiano ma che in Italia ha preso dimensioni terribili e dove viene paradossalmente alimentato persino dalla stupefacente comprensione mostrata da magistrati pronti a dimezzare le pene agli assassini. Ecco la catena orribile e ininterrotta degli omicidi bianchi, dei mille operai uccisi ogni anno nel nostro Paese soprattutto dal lavoro nero e dal precariato, dalla mancanza di adeguati controlli, dall’assenza di investimenti. Ecco i massacri di tanti studenti in tante scuole degli Stati Uniti, grazie all’incontrollata diffusione delle armi anche tra i giovani. Ecco il disprezzo della vita umana, per le ignobili, sfacciate falsità delle fonti ufficiali, nei casi esemplari dell’uccisione di Stefano Cucchi in una caserma romana dei carabinieri come vent’anni fa del parà Emanuele Scieri nella caserma della Folgore a Pisa.

La violenza è spesso dettata dall’odio? Qui, nell’odio, un altro segnale di intolleranza e di allarme. E’ cresciuta (soprattutto per la vile campagna salviniana) la diffidenza, la paura, l’intolleranza per l’immigrato, soprattutto se nero. Ma i caporali, come anche una parte dei produttori agricoli, non battono ciglio quando si tratta di sfruttarli nelle campagne meridionali, di sottopagarli, di costringerli a stare a schiena china dall’alba al tramonto, di farli vivere in capanni di plastica e cartone. Ed anche nelle grandi città i fenomeni di razzismo sono molto più frequenti di una volta: nei bus, nei bar, nei mercati e soprattutto – fenomeno particolarmente odioso perché si fonde con l’antisemitismo – sugli spalti e nei campi di calcio.

Ma l’odio si sviluppa anche in forme inedite sino a ieri: era immaginabile, in un clima da medioevo, un raduno “mondiale” come quello che sta per consumarsi a Verona (integralisti e sovranisti di casa nostra con orbaniani e putiniani) all’insegna dell’omofobia, della lotta all’aborto, della campagna contro le unioni civili, insomma contro la libertà e l’autonomia delle donne e degli uomini? E si riacutizza un’altra forma di razzismo anti-immigrati: quella che ha appena armato in Nuova Zelanda un bianco fascista e anti-islamico che aveva tra i suoi testimonial quel Luca Traini che l’anno scorso a Macerata aveva sparato a casaccio contro i neri che incrociava per strada. Già, la globalità: prendi esempio da Traini e ammazzi – all’altro capo del mondo – cinquanta persone “colpevoli” di pregare in moschea.

Certo, quella pagina feroce e drammatica delle Fosse Ardeatine di 75 anni fa non è assolutamente paragonabile con quello che accade attorno a noi. Ma deve essere un monito affinché quella storia di orrore non si ripeta, né si ripetano i segnali che l’hanno accompagnata: la negazione violenta della libertà, l’uomo ridotto a numero, il mancato rispetto della dignità umana. Tutti valori per i quali si è poi battuto l’antifascismo consegnandoci la forza della Costituzione repubblicana.

Tra i 335 martiri del ‘44 c’era Gioacchino Gesmundo, insegnante, partigiano combattente. Lasciò scritto: “Io sono un apostolo della libertà, la mia esistenza è votata al suo servizio; sono impegnato a tutto fare, tutto osare, tutto soffrire per essa. Fossi io perseguitato e odiato per causa sua, dovessi pur morire per essa, che farei di straordinario? Non altro che il mio dovere assoluto”. A Gioacchino Gesmundo hanno dato, alla memoria, la medaglia d’oro al valor militare.

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