Fondi europei, perché è giusta
la pregiudiziale democratica

In certe discussioni, qualche volta, non si resiste alla tentazione di scendere al livello, basso, degli interlocutori. E allora facciamo due conti sui due paesi, Ungheria e Polonia che, insieme con la Slovenia aggiuntasi nelle ultime ore, minacciano di bloccare il Next Generation EU. Budapest contribuisce al bilancio Ue per poco più di un miliardo di euro e riceve in fondi europei cinque volte di più, circa 5 miliardi. La differenza è pari a più del 3% del PIL. Varsavia versa a Bruxelles circa 4 miliardi (meno dell’1% del PIL) e ne riceve il quadruplo, più di 16 (oltre 3,5% del PIL). Inoltre, tanto la Polonia che l’Ungheria sono pronte a ricevere quote del NGEU di tutto rilievo: superiori, in proporzione, a quelle destinate all’Italia. Dovrebbero bastare queste cifre per comprendere che Viktor Orbán e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki stanno bluffando. Ieri, giovedì, al Consiglio europeo telematico che in teoria avrebbe dovuto sancire l’accordo sul bilancio Ue ’21-’27 i due hanno preannunciato il loro veto e il leader sloveno Janek Janša si è accodato. Ma tutti e tre sanno che se mantenessero il non possumus fino alle estreme conseguenze, andando allo scontro definitivo con l’Unione porterebbero i loro paesi alla rovina. O forse, prima, a un’ondata di proteste che li butterebbe giù.

Il fatto è che la questione non può essere messa in termini, per così dire, “contabili”. Per quanto riguarda noi italiani, per anni ci siamo sentiti dire da sovranisti ed euroscettici di varia natura che l’Italia veniva trattata male dall’Europa perché riceveva meno soldi di quanti ne versava. Un argomento specioso e in mala fede perché il calcolo dei vantaggi e degli svantaggi dell’appartenenza all’Unione europea non può essere fatto con la bilancia tra uscite ed entrate. Non fosse che perché, a parte le considerazioni sui massimi sistemi, l’essere dentro l’Unione contribuendo alla sua forza finanziaria porta con sé vantaggi economici letteralmente “incalcolabili”, primi fra tutti quelli offerti dall’appartenenza a un mercato unico. Ora peraltro la pandemia ha strappato anche questa improprissima arma dalle mani dei sovranisti perché, grazie alle sovvenzioni causa Covid, da qualche mese l’Italia è passata dal club dei contributori netti a quello di chi ci guadagna anche dal punto di vista contabile. E però proviamo a calarci anche noi nella logica del “tanto ti do e tanto mi devi” con i governi ungherese, polacco e sloveno e vedremo che si tratta chiaramente di un bluff.

Garanzie democratiche

Il problema è che quel bluff può funzionare, almeno per un po’ (ma quanto basta per creare difficoltà, soprattutto a noi italiani) perché chi dovrebbe smascherarlo non ha l’arma giusta per farlo. I governi ungherese, polacco e ora anche sloveno sostengono la propria intenzione di porre il veto al bilancio pluriennale dell’Unione, e quindi allo strumento che deve sostenere il NGEU, perché non accettano la condizione, chiesta da alcuni paesi, fatta propria dalla Commissione e approvata solennemente dal Parlamento europeo, che l’erogazione dei fondi (non solo quelli destinati alla lotta alla pandemia, ma tutti i fondi europei) sia subordinata al rispetto dello stato di diritto. Cioè quel minimo di garanzie democratiche – agibilità politica per l’opposizione, libertà di stampa, indipendenza della magistratura e delle istituzioni di controllo finanziario, rispetto delle minoranze e dei richiedenti asilo e via elencando – che formano i princìpi irrinunciabili dell’Unione europea e che il regime di Orbán e il governo ultraconservatore e autoritario del partito di Jarosław  Kaczyński hanno violato ripetutamente e continuano a violare. L’ultimo strappo di Varsavia è di poche settimane fa: l’adozione di un decreto governativo che proibisce ogni forma di aborto, mossa che ha sta provocando una fortissima mobilitazione delle donne.

In teoria, le istituzioni di Bruxelles avrebbero lo strumento per battere l’ostruzionismo. L’articolo 7 del Trattato Europeo stabilisce che un paese possa essere sospeso dal diritto di voto in Consiglio se non accetta di stabilire, o ristabilire, le regole democratiche. Ma la procedura, piuttosto macchinosa, prevede, alla fine, un voto all’unanimità di tutti gli altri paesi. E qui casca l’asino: il processo di applicazione dell’articolo 7 è già cominciato per tutti e due gli “imputati”, ma nessuno dubita del fatto che almeno uno dei due (se non anche altri) faranno mancare l’unanimità.

Unanimità, grande problema

L’obbligo dell’unanimità, dunque, si dimostra ancora una volta il Grande Problema dell’integrazione europea. Lo è da sempre, ma più che mai in questo momento in cui le istituzioni di Bruxelles si trovano nella condizione di dover agire con rapidità e sui grandi numeri se vogliono parare i colpi del più grave disastro dalla fine della seconda guerra mondiale. E in cui va riconosciuto loro, almeno alla Commissione e al Parlamento, di aver fatto una rivoluzione accettando il principio della condivisione europea del debito.

È nella logica dei fatti, a questo punto, che chiunque voglia cercare una soluzione all’impasse che rischia di determinarsi con l’arroccamento dei due campioni della “democrazia illiberale” in stile Višegrad non può non andare a sbattere contro lo scoglio dell’unanimità: mai è stato così chiaro che se non si cambia sistema non solo non si va avanti sulla via dell’integrazione, ma anche l’Unione così com’è rischia di saltare per aria.

Le soluzioni di ingegneria burocratica non aiutano. C’è chi, in queste ore, propone di scavalcare il veto dei tre sottraendo il NGEU alla giurisdizione dell’Unione e facendone un trattato tra i governi che lo vogliono, sul tipo del MES, da finanziare con contribuzioni nazionali. Ma, a parte gli enormi problemi che si creerebbero nella composizione negoziale tra i diversi interessi, questa presunta via d’uscita non tiene conto del fatto che il veto di Varsavia, Budapest e Lubiana non è sul NGEU, ma sul bilancio. E quello, perciò resterebbe. Si può pensare che anche il solo agitare la minaccia di un Recovery Plan da distribuire solo tra i i paesi “volenterosi” potrebbe spingere i riottosi a ritirare il veto. E si può aggiungere che almeno i più responsabili nelle tre capitali del no avrebbero qualche scrupolo a mandare per aria il bilancio pluriennale dal quale dipendono, ovviamente, anche le sostanziose entrate che arrivano da Bruxelles ogni anno. Ma non si sa mai: la storia insegna che ci sono certe radicalizzazioni che si autoalimentano fino a produrre disastri…

Ripresa di cultura e di princìpi

No. L’unica strada sensata è la ripresa dell’iniziativa per una riforma che la faccia finita con il voto all’unanimità. Una ripresa politica che dovrebbe essere accompagnata anche da una ripresa di cultura e di principi. Troppo a lungo si è giocato, anche a Bruxelles, sull’ambiguità, le compiacenze e gli ammiccamenti con politiche e governi che della democrazia, quella vera non quella “illiberale”, avevano concetti non proprio saldissimi. Non per il gusto della polemica, ma forse è il caso di farsi qualche domanda sul fatto che i due governi oggi più (giustamente) severi nel porre la condizione del rispetto dello stato di diritto siano quello austriaco, guidato da un cancelliere che a suo tempo chiamò al potere gli estremisti di destra della FPÖ salvo a liquidarli quando il loro leader cadde in uno scandalaccio, e quello olandese, il cui attivismo al tempo dell’opposizione dei “frugali” al piano della Commissione ha fatto apparire talvolta un po’ strumentale l’insistenza (giusta) sulle garanzie da chiedere sul rispetto dei princìpi liberali. Altri paesi del nord, quelli scandinavi per esempio, questo sospetto non lo hanno sollevato. Un’ultima considerazione: speriamo che il fatto che si possa avanzare qualche sospetto di strumentalità nello zelo democratico da parte di due leader dello schieramento “frugale” non provochi qualche malinteso a Roma: la pregiudiziale sullo stato di diritto è sacrosanta. Anche se ci dovesse provocare qualche difficoltà per i soldi che aspettiamo.