Fondi Ue: solo in Italia
la governance
è un problema

Forse è il caso di andare oltre la confusa querelle politicante sulla cosiddetta governance del Recovery Plan italiano (PNRR). Oltre alle iniziative un po’ a sorpresa del presidente del Consiglio Conte, delle incursioni corsare di Matteo Renzi, dei dubbi che affiorano nel PD, della rumorosa agitazione della destra sarebbe utile capire a che punto è realmente la preparazione dei programmi sulla base dei quali spenderemo – se saremo capaci di farlo – i 209 miliardi in arrivo dall’Europa.

Abbiamo pensato, perciò, che possa essere utile confrontare quello che si sta facendo in Italia con quello che sta avvenendo negli altri grandi paesi europei. Lo faremo sotto due profili. Il primo è, appunto, quello della governance che, tradotta nel linguaggio delle persone che parlano chiaro, significa chi decide i progetti e le spese e come li decide. Il secondo profilo è quello dei contenuti. Il Next Generation EU è uno strumento che, insieme con altri fondi del bilancio pluriennale dell’Unione, è destinato non solo alla ripresa dal disastro immane della pandemia, ma anche a una possente modernizzazione dell’economia e dei modelli di sviluppo, nel senso, soprattutto ma non solo, della conversione ecologica e della digitalizzazione. È del tutto ovvio, perciò, che, calato nella realtà e nelle diverse condizioni di sviluppo dei tanti paesi, si debba articolare con caratteristiche differenti.

Uno schema confuso

Cominciamo dalla governance. Lo schema indicato dal governo italiano è alquanto confuso e per quanto se ne stia parlando molto (anche troppo) da settimane non è stata ancora sciolta la questione essenziale: che ruolo avranno nella definizione degli obiettivi e perciò nella ripartizione dei soldi le autorità politiche (il governo, il parlamento, i ministeri, le regioni) e quelle tecniche (gli esperti)? E in che rapporti tra loro? Nei paesi paragonabili, almeno per dimensione, al nostro, la questione è stata risolta da parecchio tempo o – come vedremo – non si è neppure posta.

In Francia è stato creato un Commissariat général du Plan (CGP) che gestirà l’attuazione del “France Relance” e a capo del quale è stato nominato François Bayrou, un politico centrista di lungo corso, che è stato in passato ministro dell’Istruzione e della Giustizia e poi esponente di spicco dei Popolari europei prima di fondare, insieme con Francesco Rutelli, la formazione politica liberaldemocratica dei “democratici europei”.

Emmanuel Macron con Francois Bayrou

Bayrou per quanto riguarda le spese dei 50 miliardi circa che Parigi riceverà da Bruxelles darà conto delle proprie decisioni al ministro dell’Economia Bruno Le Maire. Il CGP, che come organismo di consulenza macroeconomica è esistito in passato per una quarantina d’anni fino al 2006 e ora è stato per così dire “resuscitato”, si avvale della collaborazione di una schiera di tecnici dell’ENA, la prestigiosa scuola della Pubblica Amministrazione che è un vanto della Francia. Le decisioni ultime sugli investimenti spettano comunque alla politica: al ministro dell’Economia e, in ultima istanza, al Presidente della Repubblica.

In Spagna, dove dovrebbero arrivare 139 miliardi (ma è possibile che Madrid rifiuti la parte di finanziamenti costituiti dai prestiti, e cioè 66 miliardi) la gestione dei fondi sarà ancora più saldamente nelle mani dell’esecutivo. Il capo del governo Pedro Sanchez ha costituito infatti una task force che è costituita esclusivamente da ministri del suo gabinetto.

La Germania si trova in una situazione particolare perché i fondi che arriveranno dall’Europa (poco più di 23 miliardi) rappresentano solo una “piccola” somma confronto al Konjunkturpaket da 130 miliardi che il governo Merkel ha varato all’inizio dell’estate scorsa per sostenere le famiglie, le aziende e i Comuni e che verrà finanziato dal bilancio federale in deficit. La struttura federale del paese definisce con molta precisione le competenze e i rapporti reciproci tra lo stato centrale (il Bund) e gli stati (i Länder) cosicché non è stato necessario individuare nuove strutture di governance.

Un ritardo con conseguenze pesanti

Il ministro tedesco Olaf Scholz con Angela Merkel

Per concludere questo capitolo, resta da osservare che l’Italia rischia di accumulare rispetto agli altri paesi paragonabili per dimensione (dall’analisi resta esclusa per ora la Polonia dove le informazioni sui piani di utilizzo dei fondi sono abbastanza confuse) un ritardo che potrebbe avere conseguenze pesanti se non verrà presto colmato. A metà gennaio, infatti, la Commissione varerà il regolamento attuativo per l’utilizzo delle entrate della vendita dei bond e da quel momento i paesi saranno invitati a presentare i loro Piani nazionali, completi e finalizzati, e avranno, per farlo, tre mesi e mezzo: fino al 30 aprile del 2021. Da questa data, la Commissione si prenderà due mesi per valutare i piani, approvarli, bocciarli o suggerire eventuali modifiche e poi ne proporrà l’adozione al Consiglio europeo che, nella purtroppo ancora dominante logica intergovernativa dell’attuale assetto europeo, avrà l’ultima parola. I piani nazionali, infine, dovranno essere esaminati dai ministri dell’Economia e delle Finanze (Ecofin) che a maggioranza qualificata ne prescriveranno modi e tempi di attuazione.

Come si vede, si tratta di una procedura lunga e anche abbastanza complicata, senza contare il fatto (tutt’altro che trascurabile) che tutto il processo dovrà essere approvato dai parlamenti nazionali. È essenziale quindi che tutti i paesi recettori dei fondi non commettano errori nella definizione degli obiettivi e non indugino in ritardi. Da indiscrezioni raccolte a Bruxelles pare che nel dialogo preliminare e informale con la Commissione il lavoro del ministro italiano per gli Affari comunitari Vincenzo Amendola fino a qualche tempo fa procedesse piuttosto spedito, ma bisogna ora vedere che effetti possa aver prodotto il bailamme politico che in Italia si è acceso intorno alla questione della governance.

Veniamo ora al secondo capitolo, quello dei contenuti. Ovviamente sarebbe impossibile, qui, fare un’analisi accurata dei diversi piani nazionali. Ci limiteremo, perciò, a indicare alcune linee fondamentali comuni e l’esistenza di qualche problema.

Nel tableau de bord presentato qualche settimana fa dal Commissariato Bayrou si prospettano per la Francia 14 programmi principali, ognuno dei quali è accompagnato da un preciso calendario di attuazione. Un grosso capitolo riguarda i sostegni fiscali alle imprese, cosa che ha sollevato qualche protesta a sinistra e nei sindacati. Poi ci sono misure per l’innovazione e la ricerca, un forte investimento per la lotta alla disoccupazione (20 miliardi), sostegni al reddito delle famiglie svantaggiate, misure per l’edilizia abitativa (isolamento termico degli edifici) e ospedaliera, investimenti per la ricerca sull’utilizzo dell’idrogeno come fonte energetica. Fra gli obiettivi del piano francese c’è un capitolo dedicato alle politiche nei confronti dei giovani, che da parte di qualcuno è stato citato come un esempio virtuoso rispetto alle scarse indicazioni contenute, in materia di giovani, nella bozza italiana.

L’ammodernamento delle strutture sanitarie è uno dei capitoli più importanti del piano preparato dalla Germania per l’utilizzo dei 23 miliardi del NGEU, insieme con l’incremento della digitalizzazione dell’insegnamento scolastico, la riconversione ecologica dell’edilizia abitativa, la sburocratizzazione dell’amministrazione pubblica. Il forte sostegno sociale alle famiglie, come s’è detto più su, non verrà pagato con i soldi di Bruxelles, ma, insieme con le provvidenze fiscali per le aziende e la lotta alla disoccupazione è già finanziati con il Konjunkturpaket.

Il problema del carbone

Nel programma tedesco c’è, però, un capitolo che segnala una delle maggiori difficoltà davanti alla quali potrebbe trovarsi tutto l’esercizio di rinnovamento dell’economia europea nei prossimi mesi. È quello della decarbonizzazione, elemento fondamentale di ogni possibile progetto di green economy. L’uscita dal carbone non riguarda tanto la Germania, che già è molto avanti, né la Francia con la sua un po’ ossessiva passione per il nucleare. Un po’ più riguarda l’Italia, che è alquanto in ritardo; molto riguarda i paesi dell’Europa orientale e moltissimo riguarda la Cechia e soprattutto la Polonia.

Emissioni di centrali a carbone in Polonia

Varsavia rischia di diventare – anzi: di continuare ad essere – la grande sabotatrice del Green Deal che è il principio ispiratore della ripresa europea come la vedono a Bruxelles. Non solo ancora oggi ben tre quarti dell’energia viene prodotta bruciando carbone (cosa che costerebbe 50 mila morti l’anno, secondo i calcoli dell’Agenzia europea per l’ambiente), ma nessuna delle politiche indicate dall’Unione, e recentemente anche dall’Onu, per una transizione ad altre fonti meno inquinanti è stata finora messa in cantiere, nonostante che a Varsavia sia andata una bella fetta dei quasi 8 miliardi stanziati con cui la Commissione UE ha finanziato il Fondo per la transizione energetica. A volte pare quasi che il governo populista attualmente al potere si faccia quasi beffe delle proteste del resto del mondo per le migliaia di tonnellate di sostanze nocive che escono dalle ciminiere polacche. Pare che il carbone sia quasi un marchio di fabbrica del populismo internazionale, considerato anche quello che fece Trump all’inizio del suo mandato di presidente.

Come è noto, proprio una tassa sul carbone è tra le nuove risorse proprie di cui l’Unione dovrebbe dotarsi per sostenere l’aumento degli impegni finanziari per sostenere la ripresa e la modernizzazione dell’economia europea. C’è da sperare che la battaglia del carbone non diventi un nuovo strumento di veti e boicottaggi del populismo in Europa.