Lo sguardo cyborg dell’io-drone:
vedere tutto e non sfiorare la realtà

“Ogni giorno che passa sono obbligato a vederti/ mentre vai nella direzione opposta / sulla mia stessa linea/ lanciata da chi, guidata da cosa, venuta da dove.

Non mi somigli, c’è una strana affinità. Mi piace immaginare/che gli impercettibili scarti nella rotazione dell’elica/ le sfumature del tuo amabile ronzio siano messaggi per me/ lo sfarfallamento di un ciglio che vorrei ancora comprendere/ cui vorrei rispondere / come la prima volta.

Sei sempre dentro di me, letteralmente:/ salvata in DCIM, in ordine per data./ Appari all’incirca al minuto 17/ eccetto il martedì – che prendo un’altra strada”.

La poesia – Walkera, (per Clarissa) – è tratta da Fly mode (2020) di Bernardo Pacini. In questa raccolta si adotta un punto di vista inedito: l’io poetico viene innestato all’interno di un drone. Il gioco letterario, quindi, si concentra sul presentare tale coscienza. Da una parte, è interessante osservare questo sguardo cyborg: il mondo del testo si presenta al lettore attraverso un punto di vista particolare, che però ha una capacità di osservazione aumentata rispetto a quella di un essere umano. Si potrebbe parlare di onniscienza oggettiva per tale voce poetica: una capacità quasi illimitata di osservare il reale, da molteplici punti di vista e con una focalizzazione migliore.

Tuttavia, a questa maggiore potenza di osservazione corrisponde un impoverimento della volontà: l’io poetico, innestato all’interno del dispositivo, deve sottostare ai meccanismi del sistema elettronico. All’aumento delle capacità di esplorazione del reale esterno alla coscienza diminuisce il controllo che tale coscienza ha su se stessa.

Nella poesia, l’io-drone coglie tutti i micromovimenti dell’altro drone. Ciononostante, è obbligato a seguire un percorso, che rispetta orari ben precisi. L’io-drone sembra essere la rappresentazione di un individuo che può soltanto limitarsi a registrare il reale, senza avere più la possibilità di mutarlo.

D’altronde, la tecnologia odierna, che si fonda sulla proliferazione degli schermi e degli strumenti di tele-visione, privilegia la vista a scapito del tatto: il toccare, la capacità di avere “una presa sul reale”, viene sacrificata a favore di una vista onnisciente, ma impotente. Le patologie di questa condizione aumentata sono testimoniate dalla poesia presa in esame, in cui l’altro appare come mero oggetto da interpretare. Non c’è più la possibilità di un dialogo: l’altro viene trasformato in documento, in questo caso un file video, e l’io-drone non può far altro che “immaginare” un possibile senso che viene dall’altro, senza potere davvero entrare in contatto con lui.

Il titolo Walkera, che rinvia a una marca di droni, ricorda anche l’espressione “stalkera”, da “stalkerare”, neologismo tra l’italiano e l’inglese che indica un amore a senso unico, in cui un individuo arriva a perseguitare l’altro pur di soddisfare la propria voglia autistica, non più capace di creare legami d’amore. L’uomo contemporaneo “cammina”, walk, imprigionato nella sua visione da stalker, cioè rinchiusa nel proprio meccanismo mentale, dove l’altro è destinato a essere mero oggetto di ossessione, di un punto di vista fisso/fissato. Tutto ciò è condensato nei primi tre versi della raccolta:

Abissato in questo sogno meridiano

immobile / nella tratta dei venti

io vedo tutto.

L’io-drone vede tutto, eppure il suo non è più lo sguardo onnisciente dai cieli, ma quello di un mondo rovesciato, in cui l’alto è un abisso, un “sogno meridiano”, un eccesso di luce che non rischiara il reale, ma conduce nell’immaterialità del mondo onirico. E l’io è immobile tra i venti, situazione che sembra dirci che il movimento non è più conseguenza di un volere, ma di un cedere a forze esterne. La realtà diventa puro spettacolo e l’io è spettatore, seppur con una capacità di osservazione fuori dal comune.