Fine vita, il governo sceglie l’ipocrisia

Affari correnti. Difficile pensare che nella formula usata dal Quirinale per chiedere al dimissionario Gentiloni di restare a Palazzo Chigi in attesa del nuovo governo ci fosse anche la difesa di una vecchia legge del Codice Rocco. Eppure tra le pratiche da chiudere e le faccende da sbrigare – gli affari correnti, appunto – è spuntata la decisione, presa dal presidente del Consiglio dopo una riunione con il Guardasigilli,  di schierare l’Avvocatura dello Stato contro il ricorso alla Consulta presentato dai giudici della Corte d’Assise di Milano alla fine del processo a Marco Cappato per il suicidio del Dj Fabo. Che non è poca cosa, perché quel ricorso, se verrà accolto, potrebbe consentire all’Italia di avvicinarsi, almeno un po’, a quei Paesi europei che da molti anni (77 nel caso della Svizzera) hanno ben chiaro, non solo nella mente dei cittadini ma anche tra gli articoli delle loro leggi, che un conto è istigare al suicidio, un altro consentire a una persona malata, sofferente e senza possibilità di cura di porre fine, per propria e libera scelta, a una vita non più degna di essere vissuta. Come ha scritto Chiara Saraceno, nel primo caso è un reato da punire, nel secondo un atto d’amore e di rispetto per il malato che hai di fronte. Questa distinzione in Italia non esiste, non ancora. Secondo l’articolo 580 del codice penale, elaborato durante il regime fascista nel 1930 e inserito con un copia e incolla tra le leggi della Repubblica italiana, aiutare un malato terminale a chiudere la propria esistenza è sempre e comunque un reato punibile dai 5 ai 12 anni di reclusione: quelli che Marco Cappato ancora rischia, nel caso il ricorso dei Giudici di Milano venisse rigettato dalla Consulta, per aver accompagnato il Dj Fabo, cieco e tetraplegico dopo un incidente d’auto, a morire in una clinica di Zurigo dopo avere regolarmente avviato e completato le pratiche per il suicidio assistito.

Il punto, come è facile intuire, è che la sentenza della Consulta non riguarda soltanto il destino personale di Marco Cappato, ma quello dei tanti, troppi malati terminali costretti a sperare nella compassione “proibita” di un medico o, in alternativa, a subire l’affronto, indegno e incivile, di un viaggio in Svizzera per porre fine alle proprie sofferenze. Secondo Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, sono state 50 le persone che hanno scelto nel 2016 (ultimi dati disponibili) di “morire in esilio” come Dj Fabo, ma sono almeno 80-90 al mese le telefonate di quelli che chiamano l’associazione per avere informazioni su come fare per ottenere il suicidio assistito in Svizzera. Numeri importanti ma che impallidiscono rispetto alle cifre di quei malati terminali che, rimanendo in Italia, chiedono al proprio medico di farla finita in segreto. Secondo una ricerca dell’istituto Mario Negri del 2007 sarebbero almeno 20.000 i malati terminali che vedono accelerata la loro fine a seguito dell’intervento dei medici. Nel 2014 Umberto Veronesi parlò esplicitamente di eutanasia clandestina: “Al malato terminale che negli ultimi giorni di vita con dolori violentissimi chiede l’iniezione per morire serenamente, questa viene negata. E se il medico la fa può essere accusato di omicidio. Molti però la fanno lo stesso: è un movimento sott’acqua che si trova a lavorare in maniera clandestina”.

E’ anche per questo che durante il processo per la morte di Fabo i pubblici ministeri – sì, proprio i pm – Tiziana Siciliano e Sara Arduino avevano chiesto l’assoluzione per Marco Cappato affermando che l’esponente Radicale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni aveva aiutato Fabo “a esercitare un suo diritto: non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità”. Ed è sempre per questo che i giudici di Milano hanno deciso di andare oltre pronunciandosi non per l’assoluzione – che avrebbe sì creato un precedente ma avrebbe comunque lasciato una incertezza giuridica in materia – ma rinviando il tutto alla Consulta per evidenziare e possibilmente risolvere, una volta per tutte, la legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale che disciplina il reato di aiuto e di istigazione al suicidio: una norma che, nata nel lontano 1930, ovviamente non contemplava, ma nemmeno prevedeva le problematiche che i progressi della medicina avrebbero posto al concetto stesso di vita.

La scelta del Presidente del Consiglio non deve essere stata facile, visto che la decisione è stata presa l’ultimo giorno prima della scadenza dei termini. Anche per questo non convincono le spiegazioni di chi, come il Presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, parlano di una scelta volta a consentire quella “dialettica che è opportuno caratterizzi ogni procedimento giurisdizionale”. Che significa? Che senza l’Avvocatura dello Stato i giudici della Consulta non avrebbero avuto gli strumenti per giudicare con profondità e accortezza? E se si trattava di un passo obbligato, perché la decisione di schierare l’Avvocatura contro il ricorso non è stata presa immediatamente o quasi? Perché aspettare l’ultimo momento?

Caduta la spiegazione tecnica, resta la lettura politica. Quella ad esempio di non disturbare l’elettorato cattolico in vista di nuove elezioni, forse non troppo lontane. Così come non è da escludere un coinvolgimento sempre più stretto di quei soggetti di centrodestra, come Pierferdinando Casini, entrati nell’orbita del Pd durante il voto di marzo.

Negli ultimi quattro anni due diversi governi hanno scelto di non schierarsi contro i ricorsi alla Consulta: accadde nel 2014 quando il governo Letta decise di non intervenire nella discussione sul Porcellum, la legge elettorale poi bocciata dalla Consulta. E lo stesso fece il presidente del Consiglio Renzi nel 2015 a proposito di un ricorso sulla procreazione assistita per la selezione pre-impianto dell’embrione. Perché in questo caso si è deciso diversamente? Perché, ancora una volta, si è pensato che sui temi complessi del fine vita fosse meglio lasciare i cittadini in balia dell’italico si fa ma non si dice, quell’ambigua e ipocrita zona grigia dove tutto è possibile finché nulla è visibile?

Certo, non tocca alla Consulta colmare i ritardi del Parlamento, specialmente quelli legati a questioni delicate come la bioetica in generale e il suicidio assistito in particolare. E infatti non sfugge a nessuno che se anche il ricorso venisse accolto, i viaggi in Svizzera non terminerebbero il giorno dopo. In mancanza di una legge apposita è facile prevedere che chi deciderà di aiutare un malato terminale a porre fine in maniera dignitosa alla propria esistenza subirà comunque un procedimento giudiziario: la differenza, importante, è che i giudici che analizzeranno il caso non potranno più ignorare una sentenza che, per la prima volta in Italia, riconosce la volontà esplicita di un malato terminale a rinunciare alla propria vita.

Proprio per questo sorprende, e non poco, che un governo di centrosinistra (probabilmente l’ultimo per un po’ di anni a venire) pur avendo avuto la possibilità di lasciare campo libero alla Consulta su un argomento tanto delicato e importante, abbia scelto, in zona Cesarini, di intervenire con tutto il suo peso per difendere una legge ereditata dal regime fascista. Erano questi gli affari correnti?