Finché c’è Casaleggio
sono un azzardo
le intese strategiche

Ma allora: la sinistra, il Pd, devono cercare l’incrocio con il Movimento Cinque Stelle pur di costruire un’alternativa alla destra estrema ora al governo, oppure conviene che si guardino bene dall’affrontare un passo che potrebbe rivelarsi disastroso? La questione affligge la generosa platea che ha deciso di dare credito a Zingaretti garantendo una sostanziale tenuta della postazione dei democratici dopo il tramonto del renzismo, o almeno della sua centralità nel Pd. L’altra sera in tv Pier Luigi Bersani, da tempo sostenitore convinto dell’incontro strategico, ha tuttavia accompagnato la sua visione con un giudizio altrettanto strategico, nel merito delle relazioni politiche e di governo, che sembra procedere esattamente in direzione opposta a quella visione. L’ex segretario del Pd, ora Articolo 1, ha affermato che si possono fare accordi anche di governo solo con chi non sia in contrasto con le linee morali che giustificano l’esistenza della sinistra e quindi anche del Pd.

 

 

Una Lega ora ipertrofica

Si può essere molto d’accordo con questa premessa metodologica: è un semplice dispositivo di igiene intellettuale che non può che far del bene alla politica e alla chiarezza con cui deve sapersi offrire ai cittadini. Il problema è assumerla, senza farsi guidare dall’ansia prodotta dall’apparente serrata degli scenari che invece si vorrebbero aperti e suscettibili di modifiche: un cittadino di sinistra, oggi, non può che cedere emotivamente sotto il peso di una realtà che si consegna alla politica con esagerata rigidità; il bravo cittadino di sinistra si guarda attorno, com’è giusto che sia, per registrare dove e quali eventualmente siano i ganci per rintracciare collaborazioni, condivisioni, se ci sia cioè spazio per legare, allargare, connettere, costruire nuove maggioranze.

Vediamo: ecco la Lega, ora ipertrofica, che con la sua disumanità vestita neppure di buonissime maniere cattura consensi fin qui crescenti a una riedizione riveduta e corretta dell’estrema destra – uno comanda e gli altri obbediscono altrimenti sono nemici della patria – di cui il Paese ha fatto in passato tragica esperienza. Ecco Fratelli d’Italia, che pure guadagna terreno nonostante insista, pur con proposte non collimanti, nello stesso bacino culturale e politico di Salvini. Ecco Forza Italia, che ora smania e si sveste pur di convincere l’uomo forte della Lega a tornare tra le sue braccia come un tempo, e portarsi a casa altre percentuali di consenso, tutto interno alla destra-destra, anche se partendo da posizioni non così manifestamente acuminate.

Resta il M5S: se decidiamo che anche la creatura di Casaleggio appartiene solidamente a quel blocco culturale e politico, la prospettiva vacilla sotto il peso della sua totale impraticabilità. Sembra troppo. Per cui, sostenere che i giochi non sono ancora fatti e che si può, e si deve andare a vedere e lavorare, non è altro che una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza che ha ovviamente piena dignità. Tuttavia, d’accordo con Bersani su quella premessa metodologica, conviene intanto andare a vedere se esistano contraddizioni morali tra il patrimonio di pensieri e azioni della sinistra e i cinque stelle, sennò il gioco non vale.

Perché se per rompere la solitudine si passa sopra la necessaria sintonia morale con il contraente prescelto, si sta commettendo un fallo da rigore che la storia non ti perdonerà. Questo è chiaro anche a Bersani. Ora, bisognerà riflettere su forma e contenuti del Movimento Cinque Stelle, impostato sulla massima duttilità, a valle, ma rigidamente ancorato alla dipendenza totale da un imprenditore che produce sistemi di condizionamento di massa on line per conto dei padroni della terra.

Può la sinistra stringere strategie comuni – non tanto un voto ad hoc, su singoli provvedimenti – con un soggetto che ora controlla la parte più grande del Parlamento standosene seduto sulla poltrona del suo ufficio? E ancora, mentre predica – come i fascisti vestiti di nuovo – che destra e sinistra sono roba del passato e che il suo “bambino” di questa altalena storica se ne fotte perché pensa al mondo di Gaia, dove le formiche – teoria tutta sua – non sanno perché fanno le formiche ed è bene che non lo sappiano?

 

Se la sente Bersani?

Se la sente Bersani? Se la sente Roberto Speranza, che ha recentemente trasmesso in queste pagine la sofferta convinzione che questa sia invece la carta da giocare? Da giocare con chi? Con una “élite” di rappresentanti politici che si sono conquistati la visibilità in virtù della totale soggezione nei confronti di Casaleggio, il solo vero capo del movimento stellato? Il potere di questa dinamica impedisce che si formi una vera classe dirigente, addirittura che fioriscano nuove intelligenze e siano libere di esprimersi.

Non solo: va tenuto presente un altro “fatto” tutt’altro che secondario e che ha a che fare con il rapporto tra Parlamento e Movimento cinque stelle. Casaleggio ha innestato nella massima assemblea della democrazia italiana un format privatistico, molto vicino alle logiche aziendali praticate dalle imprese di famiglia, un innesto, per il cozzo che inevitabilmente produce, davvero mostruoso. La volontà manifestata con insistenza micidiale dai cinque stelle di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari, regimentando i gruppi e massacrando la Costituzione, è la testimonianza esplicita delle inclinazioni culturali e politiche di Casaleggio.

Anche Berlusconi aveva pestato l’erba del giardino democratico, ma è ben vero che il padrone di Forza Italia è entrato in Parlamento, si è fatto eleggere, ha accettato almeno alcune regole del gioco. Che facciamo con i Cinque stelle, allora: possiamo convenire con loro sulla questione del vincolo di mandato oppure li mandiamo a ripetizione di Costituzione? Altra domanda facile: chi è stato il primo a parlare di “taxi del mare” a proposito delle navi delle Ong che ripescavano migliaia di migranti dalle onde del Mediterraneo? E’ stato Di Maio, il sensibile factotum di Casaleggio, lo stesso che ha votato, con i suoi, il decreto Sicurezza, la legittima difesa.

Ci sono elementi per sostenere che tra la sinistra e quel movimento padronale esistano connessioni di carattere morale? Ma “poveri cinque stelle!”, lamentano da tempo quelli che da sinistra hanno votato qui o lì il M5S, quella deriva triste va addebitata – ripetono all’infinito – al Pd che ha rifiutato la proposta di collaborazione avanzata da Di Maio mentre arrembava un governo. Ma puoi fare un governo con una forza pronta, nel caso, a costruirlo con la Lega di Salvini? Se fai un governo con quella destra, non sei forse altrettanto di estrema destra, nonostante punteggi le tue durezze con una discreta attenzione al sociale?

Tra l’altro, la maggior parte della base stellata, si ricorderà, aveva sposato proprio l’incontro con Salvini. Quindi, che si dovrebbe fare, cercare di spostare Casaleggio dalla nuova destra estrema per farne l’ideale compagno di governo di una sinistra che sta cercando le sue motivazioni? Speranza sostiene che da sinistra quando si è votato cinque stelle si è data credibilità ad un programma di cui la sinistra era priva. Difficilissimo dargli ragione: quanti da sinistra hanno votato la “pozione” cinque stelle lo hanno fatto generalmente con la speranza di far saltare il banco, del tutto, per poi ricominciare dall’inizio, convinti che nel caos le identità politiche si formino con maggiore nettezza.

 

 

Obiettivo del M5S: abbattere la sinistra

Molti hanno votato Casaleggio per punire il Pd, per cancellarlo dalla faccia della terra. Speranza sostiene che dentro il M5S ci sarebbe tutto e il contrario di tutto. Opinabile: forse all’inizio il quadro era questo, ma ora no: moltissimi se ne sono andati dal movimento giusto per starsene al balcone dell’astensionismo, altri per confluire nel vincente leghismo, pochissimi per dare sostegno alla sinistra comunque rappresentata. Adesso nel M5S non c’è “tutto e tantomeno il contrario di tutto”, c’è solo una forza avvilita che cerca una rianimazione possibile e pensa di trovarla nel bacino d’utenza della sinistra, visto che a destra le hanno divorato il corredo. Una forza duttile, creata in laboratorio con un obiettivo: distruggere la sinistra e prenderne il posto nella società demolendo, allo stesso tempo, l’attuale struttura statuale, anche grazie alla responsabile incompetenza degli eletti che, quindi, non è un errore di quel sistema ma va letta più correttamente come grimaldello utile alla demolizione.

Solo che non è riuscita nell’impresa, fin qui, e solo ora ha compreso che se voleva vincere, portare a casa il trofeo, doveva stare vicino alla sinistra, corroderla da dentro, demolire la fiducia che l’elettorato ha nei confronti di chi tenga alta la sua bandiera di umanità e di uguaglianza, tra mille e mille contraddizioni, con enorme pazienza. Ma ecco che a queste obiezioni se ne aggiunge un’altra, di carattere non più politico-morale ma ugualmente dirimente: Casaleggio ha fatto sapere che dedica una autostrada strategica a Putin, mentre la sua creatura bighellona tra i soggetti euroscettici, e niente sembra aver messo in discussione questa linea d’orizzonte. Nonostante aggiustamenti marginali, l’euroscetticismo resta la rotta fondamentale del M5S.

Giusto andare a vedere, corretto capire se quell’organismo sia o meno suscettibile di modifiche, sacrosanto cercare i punti di crisi e farli esplodere, così come si usa sempre in politica, ma sarebbe questa massa di illiberalità, di spunti anti-costituzionali, di ostilità all’Europa unita la risposta alla crisi della sinistra, al suo bisogno di rimettersi in marcia per costruire un’alternativa di governo a questa tremenda Lega mangiatutto? Finché Casaleggio sarà il padrone di un pezzo importante del Parlamento ogni intesa strategica con i cinque stelle sarà un azzardo che la sinistra pagherà con la sua sparizione.

E che sia la strada sbagliata lo si intuisce facilmente dalla frequenza con cui in tv si ribadisce con ossessività davvero “di sistema” che il Pd deve rimediare al vecchio “errore” – aver spinto i cinque stelle tra le braccia della Lega – mettendosi d’accordo con Casaleggio. Il cui problema non è la distanza dalla morale e dagli intenti del leghismo salviniano, ma esattamente la sua vicinanza, il suo insistere in quell’area di pensiero e di sensibilità. Dove attualmente vince una radicalità che non teme i richiami magari mediati alla dittatura nera. E dove evidentemente non c’è posto per due pesi massimi