Finanza etica contro il carbone

E’ iniziata a Trieste, all’Assemblea Generale degli azionisti di Assicurazioni Generali, la stagione 2018 dell’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica. Intanto, di cosa si tratta? Con un piccolo pacchetto azionario di alcune delle principali imprese quotate in borsa, acquisiamo tutti i diritti degli azionisti: il diritto di voto in assemblea, la facoltà di intervenire e di inviare quesiti a risposta scritta cui il managment dell’impresa ha il dovere di rispondere, l’accesso alla documentazione (a partire dai bilanci) della conduzione dell’impresa e la possibilità di interloquire, chiedere informazioni, proporre indirizzi al management. Fondazione Finanza Etica utilizza questo strumento per sollecitare la riflessione degli amministratori e degli azionisti sugli impatti che la condotta delle imprese – in campo ambientale, sociale, di governance – può avere sul loro bilancio e sulla loro reputazione. Una iniziativa che svolgiamo in stretta collaborazione con le reti e le organizzazioni della società civile italiana e internazionale e, da quest’anno, con la nuova rete europea di investitori istituzionali Shareholders for Change (azionisti per il cambiamento) che abbiamo costituito nel 2017 e che, per ora, include sette investitori in Italia, Francia, Austria, Germania e Spagna con asset totali pari a circa 22 miliardi di euro.

Così, dal 2008, interveniamo nelle Assemblee degli azionisti di Enel, Eni, Leonardo Finmeccanica, Acea, Rheinmetall, Inditex e, da quest’anno Assicurazioni Generali. L’engagement con queste imprese, in alcuni casi, ha consentito di indurre alcuni cambiamenti di policy (la sospensione dell’acquisto del carbone in Colombia e la rinuncia alla realizzazione di una serie di dighe nella Patagonia cilena con impatti sociali e ambientali insostenibili anche rispetto alle partite economiche e alla reputazione d’azienda da parte di Enel) e denunciare comportamenti sbagliati in altri casi (la vendita di armi ai Sauditi per la guerra in Yemen da parte della controllata italiana RWM di Rheinmetall, la corruzione in Nigeria di Eni, ecc.).

A Generali quest’anno siamo andati a dire che la decisione del CdA dell’azienda di disinvestire asset per 2 miliardi di euro da imprese impegnate nell’industria del carbone è un passo importante, ma insufficiente e soprattutto carico di contraddizioni proprio per quella eccezione polacca e ceca che li vede ancora detenere importanti quote in interventi di potenziamento di impianti di produzione elettrica a carbone a Kozienice e a Opole e della miniera a cielo aperto a Turow. Alle nostre domande, scritte e rivolte in assemblea, il management ha prima affermato che non investiva in miniere e poi, correggendosi, che non investiva in imprese che operano esclusivamente nel campo minerario, il che consente di includere la polacca PGE titolare della miniera di Turow. Ma soprattutto la risposta per cui a fronte del disimpegno di 2 miliardi globali, i circa 73 milioni investiti in Polonia e Repubblica Ceca costituiscono solo lo 0,02%, lascia aperta una domanda di logica che anche un bambino potrebbe sollevare: perché se fai uno sforzo così grande (disimpegno per 2 miliardi) non puoi fare l’ulteriore 0,02%? Quali interessi ti impediscono di fare il passetto ulteriore, evitando ricadute reputazionali negative sulla credibilità dell’impresa?

Il sospetto, più che fondato, consiste nel fatto che Generali dismette azioni nel carbone, ma continua ad assicurare – con contratti per decine di milioni di euro – le centrali a carbone, inficiando così l’iniziativa verde della società triestina. Ma anche su questo punto, insieme all’associazione Recommon, intervenuta anch’essa in assemblea, abbiamo fatto notare come assicurare il carbone sia un pessimo affare per l’impresa e per i suoi azionisti: ogni anno nel mondo le compagnie assicurative pagano oltre 177 miliardi di danni causate da queste centrali per inquinamento ambientale, danni alla salute, incidenti, ecc. Sarebbe, dunque, saggio anche come strategia d’impresa smettere di assicurare questi impianti. Perché non lo fate, abbiamo chiesto? La risposta ufficiale, data in assemblea, è stata davvero sconfortante: “Perché se non lo facciamo noi, lo farà sicuramente un’altra compagnia assicuratrice. Non possiamo tutto insieme: ci vuole gradualità”.

Purtroppo sono risposte sbagliate, sia dal punto di vista logico (sarebbe come dire “se non bombardo io, lo farà sicuramente qualcun altro, quindi tanto vale lo faccia io”, ragionamento eticamente ed empiricamente fallace), sia dal punto di vista dei cambiamenti climatici che si intendono combattere. Infatti, il fattore tempo nella lotta ai cambiamenti climatici è decisivo, come tutti gli esperti e le Nazioni Unite ci dicono, e quindi la gradualità può rendere ogni sforzo vano. Ma soprattutto occorre iniziare proprio dai settori e dai paesi che maggiormente contribuiscono all’emissione in atmosfera di gas che accelerano i cambiamenti climatici e fra questi, certamente, ci sono il carbone in Polonia e Repubblica Ceca. Basti ricordare che l’investimento di Generali a Turow è finalizzato a potenziare e rendere attiva la miniera di lignite e l’impianto di trasformazione fino al 2044.

In un inaspettato incontro richiesto a margine dell’assemblea il CEO e il Presidente di Assicurazioni Generali, ringraziando gli azionisti critici per i loro interventi, ci hanno garantito che per loro questo è un primo passo e che si impegneranno ad ingaggiare le imprese investite in Polonia per spingerle a diversificare quanto meno la loro attività al fine di abbandonare progressivamente il carbone. Inoltre hanno risposto alla nostra domanda specifica che la dismissione delle azioni nel carbone per 2 miliardi avverrà in un arco ti tempo fra 6 e 12 mesi. Ecco, gli azionisti critici ingaggeranno il management di Assicurazioni Generali affinché questi impegni assunti solennemente in assemblea, davanti a tutti noi azionisti, vengano rispettati, aiutando il management a realizzare questi impegni e criticandolo se non vi riuscirà. L’azionariato critico è, dunque, un modo concreto, serio, impegnativo di portare avanti strategie per il cambiamento sociale, ambientale e culturale a partire proprio dall’economia e dalla finanza.

Simone Siliani è Direttore Fondazione Finanza Etica