Finale di legislatura
Inizia la partita vera

A tre giorni dalla fine del 2017 si è conclusa la diciassettesima legislatura. Senza colpi di scena, senza colpi di mano, che non è nel loro stile e men che mai nella loro visione della politica, il presidente Sergio Mattarella e il premier Paolo Gentiloni hanno compiuto i passi per riportare alle urne gli italiani il 4 marzo 2018 nella linea di “una conclusione ordinata della legislatura”, uno dei principali obbiettivi del capo di un governo nato all’insegna del provvisorio e che rischia di diventare stabile. Ben oltre le elezioni se dovessero essere confermate dalle urne i sondaggi che prevedono un risultato che difficilmente dovrebbe portare ad una maggioranza in Parlamento. Comunque Gentiloni ha già assicurato che “non tirerò i remi in barca” e che il suo fino a quello che verrà sarà “un governo che governerà fino all’ultimo”.

Ipotesi, per ora. Solo queste sono consentite. È nei due mesi o poco più di campagna elettorale che ogni schieramento si giocherà le proprie carte e cercherà sul campo possibili alleati. Quello trascorso finora, i mesi appena passati sono stati il tempo del posizionamento, delle promesse facili, del ridimensionamento dell’avversario. Degli eccessi e delle boutade. Adesso comincia la partita vera. Di cui si vedranno vincitori e vinti nelle aule parlamentari il 23 marzo, giorno stabilito per l’avvio della diciottesima legislatura nel corso della riunione del Consiglio dei ministri assieme alla data delle elezioni. E subito si capirà, nell’eventualità di un risultato non netto ma da gestire che al momento appare il più probabile, come si andrà avanti dato che bisognerà come primo atto eleggere i presidenti del Senato e della Camera per cui sono previsti numeri consistenti.

Un momento della conferenza stampa di fine anno del presidente Gentiloni

Il pacato Gentiloni nel corso della conferenza stampa di fine anno ha tracciato un bilancio del suo governo senza enfasi ma all’insegna di un moderato ottimismo supportato da dati positivi troppo spesso trascurati. Come quello sull’export che vede il nostro Paese “tra i quattro, cinque player del mondo. Come si dice a Roma nun ce se crede”. Ha parlato di una legislatura “fruttuosa” e di un’Italia che “si è rimessa in moto”. Ha ribadito la sua appartenenza al Pd “una forza tranquilla” che ha dimostrato nel corso dell’intera legislatura che “esiste una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Per fronteggiare il momento di difficoltà oggettivo è su questa capacità che bisognerà insistere. Ed anche trovare la capacità di misurarsi con le altre forze di sinistra che dovrebbero essere il primo ed autentico interlocutore per tenere lontani preoccupanti ritorni al passato e l’avventurismo di una pervicace inesperienza. Ha rivendicato Gentiloni le leggi in tema di diritti, il biotestamento, l’accompagnamento ai disabili, la legge sulla tortura, le unioni civili, la violenza sulle donne anche se resta aperta la ferita dello ius soli che sembrava a un passo ma così non è stato perché “non siamo riusciti a mettere insieme i numeri sufficienti per approvarla: un difetto dell’azione di governo, non ci siamo riusciti”. Ha parlato di immigrazione, banche, della riconferma della Boschi, delle vertenze aperte dall’Ilva all’Alitalia dicendo una parola in meno piuttosto che una in più. Ora più che mai non è tempo di polemiche.

Lui che non aspira a diventare una riserva della Repubblica ma ad occupare “altre panchine” non meglio esplicitate, lui che ha dichiarato di essersi sempre “sentito libero, libero veramente” citando senza citarlo Eugenio Finardi, ha invitato ad una campagna elettorale “che limiti per quanto possibile la diffusione di paure, la promozione di illusioni, il dilettantismo. Sono questi i rischi che abbiamo di fronte. Più ci sarà una campagna elettorale senza paure, illusioni e dilettanti allo sbaraglio e meglio sarà per l’Italia”.

La legislatura che verrà ci diranno le urne come sarà e come potrà essere gestita. E chi sarà chiamato a farlo. Quelli appena conclusi sono stati cinque anni nati con un partito di maggioranza, il Pd, capace di arrivare primo ma non di vincere, una legislatura tormentata che ha raggiunto il culmine della tensione con il referendum sulla riforma costituzionale il cui risultato di fatto poteva segnarne la fine anticipata. E che invece è giunta alla sua scadenza naturale nonostante all’inizio di essa si fosse verificato lo straordinario evento di un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rieletto nell’incapacità di trovare un accordo tra le diverse forze politiche per individuare un nome su cui trovare una maggioranza.

Tra Quirinale e Palazzo Chigi sono stati espletati in poche ore gli adempimenti necessari per mettere la parola fine alla legislatura numero diciassette, per di più nell’anno 2017, che i raffinati intellettuali magari diranno che non ci credono ma si è dimostrato ancora una volta essere un numero di quelli che è meglio esorcizzare. Tanto più che all’anno che sta per finire ci eravamo arrivati dopo uno bisestile. Niente paura. Ci avviamo al 2018, questione di ore, e ad una tonda diciottesima legislatura. Tempo un paio di mesi. Un po’ di ottimismo forse ce lo possiamo consentire.