La nave del governo va
ma il mare è in tempesta
Serve subito una rotta

La nave del governo va, verrebbe da dire evocando una metafora in voga ma non sempre fortunata nel passato. Ma va in un mare che se non è in tempesta, poco ci manca. Il governo Conte ha avuto infatti la fiducia del Senato, con 156 sì, 5 al di sotto della maggioranza assoluta. Può restare in carica e continuare a navigare, ma avrà enormi scogli da superare. Al punto che lo scenario della crisi e delle eventuali dimissioni dell’esecutivo non è affatto scongiurato.

Da oggi se non altro è una nave in parte rinnovata: nel suo equipaggio non c’è più la componente renziana di Italia viva, protagonista dell’assurda crisi che allarma tutta l’Europa: al suo posto ci sono gruppi di “volenterosi” – per usare la definizione coniata dal premier, dopo i vari riferimenti ai “responsabili” e ai “costruttori” – non ancora però una forza organizzata in grado di dare stabilità all’esecutivo nei due anni e passa restanti di legislatura, se si riuscirà ad arrivare fino in fondo.

Gli scogli da superare

Gli scogli sono quelli noti: politici e di contenuto. Tra i primi c’è appunto la difficoltà di dare forma a una maggioranza il più ampia, compatta e coerente possibile, come chiesto anche dal Capo dello Stato.

Paradossalmente, di entrambi i discorsi del premier alle Camere, la parte più significativa non riguarda l’emergenza sanitaria (la pandemia) o economica (il Recovery plan), ma proprio l’aspetto politico. Col suo riferimento a una nuova legge proporzionale, Conte può non solo attirare l’interesse dei gruppi centristi o della stessa Forza Italia, riottosi di fronte al progetto egemonico di Salvini nel centro-destra, ma anche parare, almeno in parte e forse involontariamente, gli effetti più disastrosi della mossa renziana nel campo del centrosinistra: l’abbraccio obbligato tra i riformisti del Pd con i populisti dei 5 Stelle che tanto allarmava una grande figura della sinistra come Emanuele Macaluso.

La legge proporzionale

L’abbraccio, beninteso, resta, ma potrebbe non essere così totalizzante e definitivo con una legge elettorale che consenta a ogni forza politica di giocare in proprio la sua partita elettorale, senza essere spinto a un’alleanza organica, come invece avverrebbe con la quota maggioritaria del Rosatellum. Tutto sta a vedere se alle parole seguiranno i fatti: la nuova legge proporzionale infatti avrebbe dovuto prendere forma già da mesi, subito dopo la demenziale riforma costituzionale del taglio dei parlamentari, ma ancora non si vede all’orizzonte. E se è vero che la responsabilità principale sta nel gruppo renziano – con il voltafaccia in commissione rispetto agli accordi che avevano dato vita al governo giallorosso – è anche evidente che il presidente del Consiglio non ha fin qui mostrato un particolare interesse alla questione. Anzi è sembrato – anche su questo tema – trovarsi a proprio agio nella pratica dei rinvii all’infinito, probabilmente per valutare meglio cosa gli conviene sul piano personale. Se qualcosa ora cambierà dovrà essere subito. E il Pd dovrà mettere da parte ogni timidezza nel reclamare quello che era tra i principali punti del patto di governo.

Tempi strettissimi

E’ comunque sui contenuti che la navigazione del governo (ancora) Conte 2 appare particolarmente complicata. Proprio alla vigilia del voto di fiducia, la Commissione europea ha fatto arrivare a Roma attraverso il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, di certo fra i meno lontani dal governo giallorosso, considerazioni preoccupate sul merito e soprattutto sui tempi del piano italiano.

Non c’è più tempo da perdere, sia per definire alcuni aspetti controversi del mega-investimento, sia per allestire una “governance” in grado di dettare e far rispettare tempi certi. La struttura immaginata da Conte – con i grandi manager al suo diretto servizio e la pletora di tecnici esterni incaricati – era sbagliata e pericolosa e la levata di scudi dei renziani, ma anche del Pd e di una parte dei 5 Stelle è riuscita a sventarla. Ma l’alternativa non può essere il nulla in un Paese che non riesce a spendere neppure i fondi ordinari stanziati dall’Europa.

Le proposte non mancano, ma anche qui i tempi sono stretti, anzi strettissimi. Può fare tutto questo un governo numericamente (e politicamente) indebolito come quello attuale? La scommessa non riguarda solo il premier ma soprattutto quella parte della sua maggioranza – il Pd – che sul successo di questo governo si gioca gran parte del suo futuro. Per andare, la nave deve avere una rotta. E se non l’ha, deve trovarla al più presto in mezzo alla nebbia che era scesa pericolosamente anche prima di questa incomprensibile crisi.