Femminicidi senza tregua
Il Parlamento si ravvede
sul revenge porn

Loredana, 40 anni, siciliana. Romina, 49 anni, sarda. Due donne che hanno vissuto fin qui non sapendo di avere in comune un destino tragico. Hanno chiuso in modo drammatico la loro vita per mano di uomini che avevano amato e che non sono riusciti a sopportare di essere stati scartati, dimenticati, sostituiti. E che hanno risolto la questione nel modo più semplice, più indolore per loro. Sparare per cancellare l’offesa ricevuta con l’abbandono, togliendo la vita a chi aveva osato ribellarsi. Filippo e Ettore hanno poi usato più o meno le stesse parole per motivare la loro scelta. A conferma che non sono le circostanze, le tensioni, le diverse situazioni a spingere un uomo ad uccidere colei che pure hanno amato e, magari, è anche la madre dei loro figli. Ma, piuttosto, che c’è un meccanismo perverso nella mente di troppi uomini. Sempre uguale a se stesso, nei secoli e in epoche diverse. In ambiti sociali i più distanti.

La fine di un rapporto è un’offesa inaccettabile. Bisogna cancellarla per sempre. Anche col sangue. Così è stato in provincia di Nuoro e di Enna. Ripetendo un drammatico schema che nessuno finora si è impegnato realmente a scardinare. Sono questioni private, di altri. Meglio girare la testa dall’altra parte e magari organizzare un bel convegno in difesa di una famiglia che i fatti ci dimostrano in continuazione che non è garanzia di felicità, di sicurezza, di amore. Che non riesce a difendere quei bambini che sono nati ma che il loro papà ha deciso di condannare ad essere orfani.

Mariti, fidanzati, compagni. Il ruolo dell’ex è insopportabile. Ancora di più se lei si rifà una vita, trova un altro amore. Persecuzioni, offese, agguati. E poi, in tanti, troppi casi, un’arma che spunta dal nulla e chiude la questione per sempre. Ce ne saranno di più se dovesse passare la sciagurata proposta sulle armi facili presentata dalla Lega. Si spara sperando nella clemenza della Corte perché una “tempesta emotiva” o “una delusione” sono sempre una buona motivazione da addurre per spiegare le ragioni (insensate) dell’aver perso la testa. E aver premuto il grilletto. Nel 2017, dati Istat, sono morte ammazzate 127 donne. Il 43, 9 per cento dal partner attuale o precedente. Dall’inizio del 2019 ne sono già state uccise 17.

Sono italiani i due omicidi. E quindi già si sono guadagnati l’indifferenza di chi è pronto ad indignarsi se solo un atto, molto meno grave dell’omicidio, viene compiuto da un extracomunitario. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, non ha tempo per questioni di famiglia che non siano quelle propagandate a Verona. In casi come questi vale il “dopo gli italiani”. Anzi per niente. Una scelta figlia di una cultura per cui una ragazza violentata nell’ascensore di una stazione arriva a sentirsi “uno scarto” per una solidarietà mancata e alla vista dei suoi aguzzini che stanno tornando in libertà. Per cui la non è passato alla Camera nell’ambito della legge contro la violenza di genere, l’emendamento contro il Porn revenge, la vendetta senza pistola ma anch’essa atroce, di chi ad un rifiuto risponde con la diffusione sui social di video privati, girati quando l’amore sembrava eterno, segno di una totale fiducia nel partner.

Inizialmente non ce l’ha fatta un  Parlamento di uomini duri e puri ad approvare una norma di civiltà. Poi si sono pentiti, Di Maio, Conte e i deputati gialloverdi. Cenere sul capo  e finalmente alla ripresa della discussione, hanno dato il via libera ad un norma che, se ci fosse stata, forse avrebbe ridato la dignità a Tiziana Cantone, ragazza di Napoli, che non ha retto alla gogna mediatica, ha combattuto ma poi e si è tolta la vita.  Il sì alle nuove norme sul porno revenge sono almeno un primo passo.