Federcalcio, serve una rivoluzione

Si capirà qualcosa di più tra qualche giorno. Nel frattempo, il caos regna sovrano sul governo del calcio italico. Che è in attesa di eleggere un presidente dopo la figuraccia mondiale. Lo devono nominare entro la fine di gennaio. Non dovesse accadere, si aprirebbe lo scenario che l’imbelle presidente del Coni, Giovanni Malagò, vorrebbe si concretizzasse: la nomina di un commissario.

Ci sono non poche similitudini tra i governanti del pallone e la politica che si avvia al voto del 4 di marzo. La più evidente è l’assenza di programmi – al di là delle dichiarazioni propagandistiche – in entrambi gli schieramenti. Fioriscono alleanze e accordi sottobanco, spuntano coltelli e scimitarre dietro le quinte. Non è il caso di scandalizzarsi. E se la politica fa 200 miliardi di promesse elettorali, di programmi senza coperture, il 12 per cento del Pil, ha calcolato Roberto Petrini su Repubblica, il calcio deve tappare un buco di 9 miliardi, una falla apertasi dopo la mancata qualificazione a Russia 2018.

Per ora un solo candidato dichiarato: Damiano Tommasi, ex calciatore, il volto nuovo e giovane che piace a tanti ma che verrà impallinato dal duo Gabriele Gravina-Cosimo Sibilia, rispettivamente presidente della Lega Pro e, il secondo, senatore di Forza Italia, della potentissima Lega Dilettanti. Uno che piace a Malagò. Probabile che i due (Gravina e Sibilia) facciano ticket per evitare di avere “una Camusso al governo” come ha detto qualcuno.
Si avanza qui e là anche il nome di Claudio Lotito, presidente della Lazio, il quale certamente sta lavorando sotto il pelo dell’acqua per l’affermazione di qualche suo disegno, in modo da andare a “riscuotere” nel dopo-elezioni. La politica non sta a guardare, dal Pd al centrodestra: suggerisce, chiacchiera, sostiene. Lo fa ma non lo dice. In perfetto stile Terza Repubblica (o Seconda, o Prima?).

Ora non si vuole anche qui, su una elezione “sportiva”, praticare lo sport della disaffezione che conta moltissimi iscritti, come è noto. Sta di fatto che, pure nel calcio, non si vedono figure all’altezza del compito. Che diano l’idea di volere cambiare le cose. Compito difficile e niente affatto semplice. Il calcio ha subito una trasformazione epocale, ha visto nascere e consolidarsi nuove gerarchie di potere, i club fatturano capitali che neanche Usa e Cina, le tv dettano leggi e regolamenti… Noi, invece, continuiamo a perdere posizioni, restando a guardare dentro la nostra piccola bottega. Ad esempio, per la nazionale si poteva seguire il modello tedesco che ha permesso a quella nazione – la Germania ebbe un periodo di crisi dopo la vittoria agli Europei del 1996 – di risalire la china e di avere successo.

Di quel modello – che armonizza fenomeni come la globalizzazione con lo sfruttamento delle risorse locali – da noi si parla nei salottini televisivi e basta. Titilliamo la passione popolare su un fenomeno che è dentro la nostra cultura ma non prendiamo di petto i problemi che ci sono e sono grandi. Un po’ come accade in altri settori. Lo si ripete da secoli: il pallone avrebbe bisogno di riforme strutturali, di una mezza rivoluzione. Invece non si vede proprio l’alba del nuovo giorno. Si auspica addirittura l’arrivo di un commissario, la classica soluzione all’italiana. Congiure, alleanze, compromessi e inerzia continuano ad essere all’ordine del giorno: difficile trovare un candidato unico. C’è uno scontro politico, naturale che sia così. Si alzasse però il livello della disputa e si cominciassero a mandare segnali di cambiamento.

O vogliamo prendercela, come al solito, con i tifosi che si azzuffano sulla Var (ma non doveva risolvere ogni problema, il mezzo tanto democratico?) e vagheggiano di improbabili rinforzi di gennaio nelle squadre del cuore?
Gli ultrà, quelli tangheri e violenti, sono negli stadi ma anche nei palazzi del calcio.