Fausto Coppi, il campionissimo in fuga
verso il futuro nell’Italia bigotta

C’è un uomo solo al comando della corsa. La sua maglia è biancoceleste. Il suo nome è Fausto Coppi. Sessant’anni dopo la sua morte, il 2 gennaio 1960, Fausto Coppi resta nella memoria, un mito, un grande ciclista, il campione che corre in un’Italia che cammina veloce, il simbolo di un paese che si realizzava moderno, laico, coraggioso, che cominciava a sentirsi meno povero e soprattutto ricco di speranze. La speranza era lui, che sapeva vincere ovunque.

Piccola, parziale coincidenza o quasi: il primo gennaio, nel 1980, ci lasciava Pietro Nenni, il leader del Psi, il primo socialista (al di là della breve esperienza postbellica) ad entrare nella “stanza dei bottoni”.

In mezzo, appunto, vent’anni e una storia in cui molte responsabilità e molti meriti ebbe Nenni, ma che in fondo anche il Campionissimo aveva in qualche modo tenuto a battesimo. Come se fosse stato un po’ lui ad aprire una porta… perché proprio il Campionissimo aveva saputo avvicinarci all’Europa (Coppì lo amavano in Francia come in Italia), perché da ciclista all’avanguardia era completo e sapeva correre in pianura, volare in montagna, vinceva le cronometro e non aveva paura degli sprint, perché aveva praticato e aveva insegnato nuovi metodi d’allenamento, perché aveva sperimentato le scene della comunicazione di massa, giornali, tv, cinema, perché era sposato ma ruppe il matrimonio per amore di un’altra donna, Giulia Occhini, la Dama bianca (invenzione di un giornalista francese per l’abito candido che la compagna di Coppi indossava all’arrivo di una corsa), esponendosi ad ogni sorta di accuse, alla condanna del papa Pio XII, ad un processo per adulterio (termine ormai scomparso dal nostro vocabolario) e ad una sentenza infamante (due mesi di reclusione), all’espatrio in Argentina (dove nacque il figlio, Faustino).

La rivalità con Bartali si era tinta allora di colori politici, perché Ginettaccio oltre che un gran corridore era anche un cattolico osservante che nella sfida dei partiti era facile contrapporre a Fausto, l’uomo antagonista, con le inquietudini di un’altra epoca ormai, colui che rompeva schemi e consuetudini. In un’Italia divisa in due, tra Dc e Pci, Bartali e Coppi erano diventati due bandiere e una rivalità sportiva s’era arroventata d’altro: non so quanto valesse per loro, figli di un mondo povero, uniti dalla fatica e dalla sofferenza che nel ciclismo non risparmiano nessuno e che insegnano la modestia: quelle facce scavate, quei profili aguzzi, quelle gambe legnose delle loro fotografie rimandano a noi l’immagine di chi aveva sofferto la fame, aveva lavorato, aveva combattuto per conquistarsi un posto meno duro al mondo, dopo i tempi durissimi del fascismo e del conflitto.

La guerra non li aveva risparmiati. Coppi era stato prigioniero degli inglesi nel campo di concentramento di Medjez el Bab, in Tunisia, passando poi al campo di Blida, vicino ad Algeri (per le coincidenze: nell’ospedale psichiatrico di Blida lavorò negli anni cinquanta Frantz Fanon)… Di Bartali si seppe molto più tardi dei rischi che corse e dei modi che si inventò per salvare alcuni ebrei dalla deportazione: “Il bene si fa, ma non si dice. Certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca “. Ancora, per le coincidenze: a maggio saranno vent’anni dalla morte di Bartali.

Coppi vinse moltissimo: cinque Giri d’Italia, due Tour de France (due doppiette), cinque giri di Lombardia, tre Milano Sanremo, due campionati del mondo nell’inseguimento, un campionato del mondo su strada, il record dell’ora (conquistato al Vigorelli, nel 1942, in una Italia in guerra), una infinità di tappe e di altre corse.

Vinse moltissimo anche Bartali. Si disse che la carriera di quest’ultimo fosse stata rovinata dalla guerra, che lo colse nel fiore degli anni. Come abbiamo visto la guerra non risparmiò neppure Coppi. Chi sia stato il più bravo non si può dire. Poi vennero Anquetil, Merckx, Indurain, Hinault… il ciclismo dopo i “tempi eroici”, sponsorizzato, ricco e scientifico, cui aveva mostrato la strada proprio Fausto Coppi.

Circa la rivalità tra Ginettaccio e il Campionissimo, resta a prova di sportività quella memorabile, epica foto, scattata quando lungo i tornanti del Galibier nel Tour del 1952 (vinto da Coppi) uno passa la borraccia all’altro: di chi dei due fosse quella borraccia non è dato sapere.

Meno eroiche restano nella memoria anche alcune sequenze del Musichiere, quella gara a chi indovinava il titolo di un motivetto, condotta da Mario Riva, spettacolino a premi di un’Italia assai semplice che s’accontentava di un po’ d’allegria (bravissimo Mario Riva, morto nel 1960 cadendo dal palcoscenico dell’Arena di Verona). Anche in quella circostanza, a fine carriera, Coppi e Bartali si dovevano inseguire. Cantarono pure insieme, a darsi aiuto reciproco, Coppi piuttosto stonato, si salvava Bartali con la sua voce roca, assai teatrale.

Coppi e Bartali, con altri campioni dell’epoca come Magni, Bobet, Kubler, anni prima avevano fatto anche da spalla al grande Totò in un indimenticabile “Totò al Giro d’Italia”, diretto da Mario Mattoli . Era il 1948.

Coppi, a fine carriera, accolse l’invito di alcuni amici ciclisti francesi, tra i quali Geminiani e Anquetil, a partecipare ad un viaggio in Burkina Faso. Anche in questo caso non rifiutò di presentarsi come un precursore. Gareggiò in un criterium, a Ouagadougou (avrebbe vinto Jacques Anquetil). In Africa Coppi avrebbe contratto la malaria. Capitò anche a Geminiani, ma i medici francesi fecero la diagnosi giusta e lo salvarono. Non fu così per Coppi, malgrado dalla Francia fossero giunte informazioni precise. Malasanità, si direbbe oggi. Sarebbe bastata qualche pastiglia di chinino.

A Castellania, paese natale, la tomba-monumento lo ricorda: ogni fine settimana decine e decine di ciclisti della domenica gli rendono ancora omaggio, percorrendo quelle strade di erte salite dove il Campionissimo aveva provato le prime pedalate.

Non ho mai visto Coppi in corsa se non in qualche filmato. Ma ho il privilegio d’aver udito il fruscio delle sue ruote. Era il 1957, si correva il Trofeo Baracchi, leggendaria cronometro a coppie, che si concludeva a Milano e negli ultimi chilometri superava il ponte della Ghisolfa prima di attraversare via Mac Mahon (siamo in territori testoriani: Il ponte della Ghisolfa, La Gilda del Mac Mahon, Il Dio di Roserio, che era poi un ciclista). Ero con mio padre, tra la folla, lungo la strada, sentii gridare all’improvviso “Coppi, Coppi”. Mi sporsi, ma piccolo com’ero non vidi nulla, se non le gambe e i busti degli adulti che si protendevano. Percepii però quel sibilo di gomme sull’asfalto. Vinse Coppi (con Ercole Baldini). Era il 1957.

La legge per il divorzio, che avrebbe risparmiato tanti guai a Fausto Coppi, venne approvata dal parlamento il primo dicembre 1970, entrò in vigore due settimane dopo. Il governo era un centrosinistra, guidato da Mariano Rumor, vice presidente del consiglio Francesco de Martino. Il voto per quella legge rappresentò una delle ultime battaglie di Pietro Nenni, che si ritroverà a difenderla quattro anni dopo, alla vista del referendum del 1974. Nenni aveva ormai ottantatre anni.

Fu quello il ventennio delle grandi riforme, dal centrosinistra in poi, grazie anche all’azione del partito comunista, tra mille contraddizioni, mille agguati, le bombe fasciste, il terrorismo rosso e nero, i tentati golpe, la Grecia, Praga. Il bilancio, fino all’assassino di Moro, fu comunque importante: dallo statuto dei lavoratori al divorzio, dal diritto di famiglia all’istituzione delle regioni, dalla legge 180 all’aborto, al servizio sanitario nazionale. L’Italia che era diventata industriale, che si era arricchita, che stava apprezzando i vantaggi materiali del consumismo, aveva compiuto passi avanti anche sulla via decisiva dei diritti, collettivi e individuali e il Campionissimo, con le sue battaglie, era stato forse d’esempio anche lungo quella strada in salita…