Il capitalismo spiegato dai tarli

In una vecchia casa piena di cianfrusaglie
di storici cimeli, pezzi autentici ed anticaglie
c’era una volta un tarlo di discendenza nobile
che cominciò a mangiare un vecchio mobile.

Avanzare con i denti per avere da mangiare
e mangiare a due palmenti per avanzare;
Il proverbio che il lavoro ti nobilita nel farlo
non riguarda solo l’uomo, ma pure il tarlo.

Il tarlo in breve tempo, grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare il proprio ritmo di produzione;
andando sempre avanti senza voltarsi indietro
Riuscì così a avanzar di qualche metro.

Farsi strada con i denti per mangiare, mal che vada,
e mangiare a due palmenti per farsi strada.
Quel che resta dietro a noi non importa che si perda,
ci si accorge, prima o poi, che è solo merda.

Per legge di mercato assunse poi per via
un certo personale con contratto di mezzadria;
di quel ch’era scavato grazie al lavoro altrui
una metà se la mangiava lui.

Lavorare per mangiare qualche piccolo boccone
che dia forza di scavare per il padrone;
l’altra parte del raccolto, ch’è mangiata dal signore,
prende il nome di maltolto e plusvalore.

Poi, col passar degli anni, venne la concorrenza
da parte d’altri tarli con la stessa intraprendenza;
il tarlo proprietario ristrutturò i salari
e organizzò dei turni straordinari.

Lavorare a perdifiato, accorciare ancora i tempi
perché aumenti il fatturato e i dividendi.
ci si accorse poi ch’è bene, anziché restare soli,
far d’accordo tutti insieme dei monopoli.

Si sa com’è la vita: ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni il nostro tarlo crepò d’infarto.
sulla sua tomba è scritto: per l’ideale nobile
di divorarsi tutto quanto un mobile,
chiaro monito per i posteri,
questo tarlo visse e morì.

(Fausto Amodei, “Cantacronache 3”, 1962)