Fausta Cialente e Radio Cairo
La sfida di una scrittrice libera

È un libro un po’ “rubato” quello che Serena Palieri ha scritto sul diario personale che Fausta Cialente tenne dal 1941 al 1947, anni in gran parte trascorsi al Cairo, a lavorare nella radio italiana antifascista (“Radio Cairo. L’avventurosa vita di Fausta Cialente in Egitto”, Donzelli Editore). Un po’ “rubato” perché Fausta quel diario non lo aveva considerato come un “giornale letterario”, né aveva pensato di pubblicarlo come le opere che aveva creato, con i riconoscimenti che avevano accompagnato il suo lavoro d’artista, dai romanzi della gioventù, “Marianna”, “Natalia”, “Cortile a Cleopatra” a “Le quattro ragazze Wieselberger” con cui, quasi ottantenne, vinse il premio Strega del ’77.

Non che fosse, il diario, un documento privato da sottrarre alle curiosità del mondo. Tutt’altro: Cialente era, per carattere, una militante, una donna cui piaceva far sapere come la pensasse. Una che della propaganda (nel senso più bello della parola) a un certo punto della vita aveva fatto un mestiere e che sentiva questa attitudine come una passione. E come un destino che la porterà a militare per le ragioni della libertà delle donne e per la sinistra per tutta la vita, con il lavoro a “Noi Donne” e all’Unità. Nell’ultima pagina del diario, datata 27 luglio 1947, scrive della “immancabile malinconia” che la decisione di chiuderlo le procura. E aggiunge: “Sono stati anni di lotte, di sofferenza, ma anche di gioia e di soddisfazione; molti gli sbagli commessi, molte le valutazioni errate, ma nel complesso il risultato figura positivo e non devo rimpiangere i sette anni trascorsi in questo grave impegno civile”.

Un “grave impegno civile”. Grave nel senso di “importante”, ma anche di “pesante”: questa è la chiave con la quale vanno lette le pagine di quel diario. Allo scoppio della guerra Fausta Cialente è in Egitto, ad Alessandria, dove ha accompagnato (non seguito!) il marito Enrico Terni, agente di cambio, compositore e promotore di eventi musicali, membro di una ricca famiglia ebraica. L’Egitto allora era formalmente indipendente pur se sottomesso al protettorato britannico: non c’era, almeno nei primi mesi di guerra, il pericolo che venisse invaso. E così, le consistenti comunità di stranieri che da sempre si trovavano ad Alessandria (greci, italiani, francesi, inglesi, levantini, russi e molti ebrei) e, da qualche tempo, al Cairo si ritenevamo relativamente al sicuro e crescevano con l’arrivo di fuggitivi dalle zone di guerra. Era una specie di gabbia dorata: era impossibile uscire, ma dentro almeno per le famiglie più ricche, com’era quella dei signori Terni, la vita era molto più facile che in Europa o nelle colonie africane e del Maghreb.

Fausta questi privilegi li vive con difficoltà. Si sente una donna libera ed emancipata, come le protagoniste dei suoi primi romanzi, che hanno avuto buoni successi in Italia ma hanno sollevato pure qualche scandalo nei cultori della rispettabilità borghese cui è approdato il fascismo. Il contatto con la dura miseria dell’Egitto ha acuito la sua sensibilità sociale e ha rafforzato le sue convinzioni di sinistra. Fausta si sente comunista e dopo l’invasione tedesca dell’URSS, nel giugno del ’41, ritiene, come tanti, di aver trovato nell’Unione Sovietica la propria patria lontana. Decide allora che anche lei deve partecipare alla grande battaglia che le democrazie e il socialismo hanno ingaggiato con il fascismo e il nazismo. Lascia il marito e la figlia Lionella, Lili, ad Alessandria e va al Cairo ad offrire la propria collaborazione alla radio in italiano che l’Ufficio per la propaganda del comando militare sta organizzando per diffondere contro-informazione e propaganda tra i prigionieri italiani catturati in Tripolitania, in Cirenaica e in Abissinia.

Cialente non è solo una brava scrittrice: ha un grande senso politico e una particolare abilità nello smascherare i falsi della retorica fascista. Come redattrice della radio è perfetta. Per i britannici è un acquisto preziosissimo. Ma che non è per niente facile gestire. Le pagine del diario ricostruiscono le fatiche, gli scontri, talvolta durissimi, le diffidenze, i veri e propri boicottaggi che quell’italiana antifascista, con evidenti e non nascoste simpatie per i russi (i nostri prossimi nemici, pensano in molti) deve subire. Una battaglia continua, nella quale Fausta avrà però al suo fianco anche amici sinceri, ancorché di diversa fede politica, e soprattutto un ufficiale intelligente e sensibile con il quale intreccerà una delicata storia d’amore.

Delle tante pagine del diario, facciamo un rapidissimo cenno soltanto a quelle che riguardano due momenti particolarmente intensi che Fausta racconta, riappropriandosi, qui sì, del suo grande talento narrativo. Le prime riguardano la morte di Renato, l’amatissimo fratello, attore di teatro all’epoca molto famoso, travolto da un mezzo tedesco mentre tornava in albergo, a Roma, dopo una trionfale interpretazione di una pièce di Gorkij alla fine del novembre 1943. “Mi sento passata nel regno dei morti. E questa notte mi sembra di esserci, veramente. Avrebbe dovuto compiere, – oggi – 47 anni. Non avendo potuto vegliare quella che devo pur chiamare la sua salma, fino al passo estremo e la prima notte della sua estrema eterna solitudine, ho vegliato questa notte, in memoria del giorno caro e felice che fu quello della sua nascita. Lo tengo per mano, lo consolo d’essere morto, mio povero caro, mio eterno rimpianto”.

Memorabili sono anche le pagine in cui si racconta l’incontro, inatteso, con Palmiro Togliatti. “Mentre mi riposavo, arrivo inatteso (per quanto lo aspettassimo vagamente!) di…Ercoli in persona! Un piccolo uomo assai brutto, ma dal viso intelligente e simpatico – accento torinese”. È un incontro che – come scrive Serena Palieri – nel suo genere farà storia. Fausta lo racconterà sulle colonne dell’Unità nell’agosto del ’64 all’indomani della morte del leader comunista. Nel diario il racconto non ha niente di solenne e passa dalle raccomandazioni politiche del capo dei comunisti italiani, l’invito a considerare obiettivo prioritario l’unità delle forze democratiche per cacciare lo straniero e riconquistare la libertà, l’unione a sinistra, ai particolari più personali, come quando Fausta scopre l’identità del “piccolo uomo brutto”. “Quando tirò fuori la lettera (del giornale) a lui indirizzata, feci quasi un salto, gli tesi la mano con una tale espressione di gioia e di sorpresa che mi disse, sorridendo: – Sì, sono Ercoli – come si dice a un bambino, per convincerlo che un bel regalo inatteso è suo”.