Fatto fuori
il “dark lord” della Brexit
Johnson più che mai
in mezzo al guado

Come prima, peggio di prima. È crisi di governo in Gran Bretagna, l’ennesima da quando è iniziata l’estenuante saga Brexit, che ha consumato governi, ministri, strategie e accordi internazionali in un grande gioco dell’oca in cui si torna sempre alla casella di partenza: una scadenza, un negoziato e una domanda: accordo o non accordo?

Si parla stavolta dei futuri rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, che vanno ridefiniti prima della scadenza della fase transitoria, il 31 dicembre, a partire dal quale il Regno Unito uscirà dal mercato unico e dall’unione doganale europea, ponendo fine alla libera circolazione delle persone. L’accordo ancora non c’è e il tempo stringe.

Stavolta però non si tratta di una crisi nel governo più che di governo. Ad essere stato licenziato, al termine di una settimana resa caotica dalla lunga coda delle elezioni americane, non è stato un ministro ma l’uomo che più di ogni altro rappresenta la vittoria della Brexit nel referendum del 23 giugno 2016: il consigliere speciale Dominic Cummings.

Dominic Cummings

Take Back Control, riprenditi il controllo, lo slogan potentissimo che cambiò il corsa della campagna elettorale al referendum, fu opera sua, contribuendo a costruirne il mito. Stratega al centro delle operazioni di Vote Leave, il suo personaggio entra nell’immaginario collettivo grazie al film Brexit: The Uncivil War. Un personaggio sui generis, il “dark lord” di Downing Street, che si presenta al lavoro in felpa e scrive pensieri sul suo blog su ogni aspetto dello scibile (qui il link), che voleva assumere “una banda di disadattati” (assorted weirdos) per sfidare il pensiero omologato dei figli delle elites. Un po’ Casaleggio e un po’ Rasputin, Cummings appartiene a quella speciale categoria di consiglieri politici che valgono più dei leader che consigliano.

Anche per questo Boris Johnson l’ha difeso e mantenuto al suo posto a maggio quando colto a violare le regole del lock down per viaggiare, mentre infetto di COVID, per oltre 200 miglia per raggiungere la famiglia. L’ha invece licenziato su due piedi venerdi, dopo un lungo scontro interno all’interno del suo staff tra Cummings e i suoi fedelissimi, tutti brexiteers duri e puri, e un’ala moderata, filo brexit più per ragioni elettorali che per convinzione, stufa del clima di terrore creato dal consigliere speciale, uomo dal carattere affatto semplice con un innata capacità di farsi nemici intorno.

La trasformazione del premier

Un ufficio con due anime, almeno tante quante quelle del politico Boris Johnson, la cui carriera era iniziata come sindaco liberal della Londra cosmopolita che ospitava le Olimpiadi per finire come campione di una Brexit cavalcata strumentalmente per diventare primo ministro. Nella vulgata dei moderati, occorre fare riemerge la prima anima di Johnson, esaurita la spinta propulsiva della seconda.

A spingere per la linea dura contro Cummings le cronache dicono sia stata la fidanzata del primo ministro, la giovane trentenne Carrie Symonds, per un breve periodo nel 2018 a capo della comunicazione del partito conservatore e con molta voglia di dire la propria su quanto accade al numero 10 di Downing Street, dove convive da un anno con Boris Johnson (a cui ha dato anche un bambino).

Carrie Symonds con Boris Johnson

Ma cosa cambia senza Cummings a Downing Street? Ci sono almeno tre conseguenze immediate del licenziamento del consigliere speciale di Boris Johnson.

Se ne va con lui qualunque pretesa di trasformare la Brexit in un progetto politico. Cummings voleva usare la Brexit per un sovranismo tecnologico, sviluppando a botte di sussidi miliardari poli high tech nelle aree depresse del paese, rilanciando un futuro della Gran Bretagna con un’autarchia del terzo millennio, orientata alla ricerca e allo sviluppo di campioni del digitale made in Britain. Era probabilmente un progetto delirante (non si improvvisa la nascita di nuovi distretti in qualche mese) di un uomo certamente poco umile, ma era un progetto, e, a 4 anni di distanza dal referendum, non se ne vedono altri, con un paese bloccato dalla seconda ondata di COVID (grave quasi quanto quella italiana) e col più alto numero di morti in Europa, dall’inizio della pandemia.

Ossessione del potere

E senza una visione sulla Brexit cosa resta a un partito conservatore che ha vinto le elezioni del dicembre 2019 to “get Brexit done” (un altro geniale slogan coniato da Cummings) senza dire né pensare altro? Un anno dopo, non c’è uno straccio di idea sul futuro del paese, né una traccia di accordo commerciale con la UE e a 45 giorni dalla fine della fase transitoria della Brexit l’unica cosa “done” è il contesto internazionale che l’aveva determinata.

Le negoziazioni riprendono in quella che si preannuncia come l’ennesima settimana cruciale, ma non bisogna dare per scontato un ammorbidimento verso la UE. Senza Cummings e i suoi alleati di Vote Leave (è stato licenziato anche un altro importante membro dello staff del primo ministro) Johnson è molto piú esposto alle critiche dei brexiteers duri e puri che l’hanno spedito a Downing Street. Con Farage intento a lanciare un nuovo movimento anti lockdown, non puó permettersi di rompere con la destra del partito e sebbene abbia promesso un accordo al paese, il suo margine per cedere su aiuti di stato e quote per la pesca è risicato. L’impressione è che si andrà ancora una volta ad un accordo last minute con la concreta possibilità che molti nodi siano rimandati di qualche mese insieme all’inevitabile colpo economico.

Rimane, sullo sfondo, un uomo spento, a detta delle cronache in balia della giovane e ambiziosa fidanzata, indeciso su tutte le principali questioni. Un primo ministro ossessionato per tutta la vita dal potere senza mai avere immaginato cosa farci, perfetta immagine di Brexit Britain in un mondo che va tutto da un’altra parte. Il vuoto oltre la Brexit, in cui sta affondando il Regno Unito.