Strage di Bologna,
quelle false piste
che soffocano la verità

Quasi quarant’anni e non dimostrarli. Per il processo del 2 agosto il tempo procede a scatti, in direzione non sempre lineare. Appena fa un passo avanti, riuscendo ad aprire ampi squarci su ciò che si è mosso dietro le quinte della strage più grave del dopoguerra (85 morti e 200 feriti), ecco riapparire il dubbio, farsi strada un pensiero debole perché privo di salde fondamenta, ma che trova spazio nei Tg e sui giornali, nelle parole dei politici meno informati e, prima ancora, nelle dichiarazioni di autorevoli esperti.

Capita poi che, questi ultimi, sentiti da un giudice, facciano retromarcia, sostengano addirittura che, alla luce di controlli più penetranti, non avrebbero detto le stesse cose. Ma ormai la polvere si è alzata, il panorama si è oscurato, nella nebbia ogni profilo appare temibile e misterioso. Già, misterioso. Dell’Italia flagellata da stragi e terrorismi di varia natura ormai si sa molto. Si trova tutto in centinaia di migliaia di pagine di sentenze e di atti parlamentari. Difficile ma non impossibile leggere almeno le più importanti. Sicuramente più facile evocare gli arcani della Repubblica, i segreti indecifrabili, i misteri appunto: che anche se non esistono, resistono più a lungo delle bolle politico-mediatiche che li hanno fatti lievitare. Contro ogni canone di razionalità e conoscenza.

Le piste alternative

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, diceva Guglielmo di Occam, sintetizzando le caratteristiche di quello che sarebbe stato definito il suo “rasoio”. Proviamo a tradurre: in una spiegazione, non devono intervenire più entità di quelle effettivamente necessarie. Con lo stesso “rasoio” sarebbe possibile tagliare alle radici molte delle piste alternative prospettate in processi di mafia o eversione, cosa che però non avviene.

Mauro Rostagno
Mauro Rostagno

Prendiamo ad esempio l’omicidio di Mauro Rostagno, vulcanico protagonista del ’68 a Trento, poi fondatore di una comunità per il recupero dei tossicodipendenti in Sicilia, soprattutto, per quel che qui interessa, straordinario giornalista investigativo nel Trapanese, dove mafia e massoneria si tenevano a braccetto. Il processo per la morte di Rostagno è durato 26 anni e ha dovuto affrontare, come quello del 2 agosto, piste alternative e depistaggi che le moltiplicavano, come è stato puntigliosamente ricostruito dai giudici nella sentenza pronunciata il 15 maggio 2014 – venivano condannati i boss Vito Mazara e Vincenzo Virga.

Che di omicidio di mafia si trattasse lo aveva subito spiegato un bravo poliziotto, Calogero Germanà, ma il “rasoio” di Occam anche all’epoca non era molto affilato e così si arrivò ad accusare la compagna di Rostagno, Chicca Roveri, di averlo eliminato in combutta con Lotta Continua: accusa assurda, risultata presto infondata, ma costata a Roveri 11 giorni di carcere.

L’interruttore

Per la strage del 2 agosto 1980, la cosiddetta “pista palestinese” è una sorta di frutto stagionale. A ogni anniversario, libri, politici, qualche carica istituzionale, persino un presidente emerito le hanno dato una ripassatina e l’hanno riproposta con piccole variazioni. Questa volta ad evocarla sono stati Danilo Coppe, perito balistico di fama (ha curato tra l’altro la demolizione del ponte Morandi a Genova) e Adolfo Gregori, del Ris di Roma.

Sullo sfondo il processo per strage che ha già visto condannati con sentenze definitive i neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, considerati gli autori materiali, e per i depistaggi (tecnicamente, calunnia pluriaggravata) Licio Gelli, capo della P2, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi (oggi Aise) Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e che ora vede alla sbarra Gilberto Cavallini, già componente dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) guidati da Fioravanti.

La perizia di Coppe e Gregori afferma che un interruttore trovato tra le macerie del 2 agosto, e a sentir loro probabilmente usato per attivare la bomba, era simile a quello sequestrato a una terrorista tedesca, Margot Christa Frohlich, quando venne arrestata nel 1982 a Fiumicino, la cui posizione a Bologna è già stata esaminata dai Pm nell’ambito della cosiddetta “pista palestinese”, e archiviata.
La Frohlich apparteneva a un raggruppamento di sinistra e la storia dell’interruttore sembra imporre una svolta brusca e clamorosa alla direzione di un processo che ha già visto emergere le prove documentali di rapporti tra neofascisti e servizi segreti.

La prova in fotocopia

Passano pochi giorni e Coppe corregge il tiro. A convincerlo della somiglianza tra i due interruttori, quello della Frohlich e quello rinvenuto a Bologna, era stata la fotocopia di una fotografia in bianco e nero dell’ordigno trovato nell’82, ma che guardando la stessa immagine, questa volta in una foto a colori (peraltro fornita dai difensori di Cavallini), ha cambiato opinione.

il presunto interruttore della bomba
Il presunto interruttore della bomba

In udienza, due giorni fa, Coppe ha spiegato di essere stato lui ad accostare i due reperti, aggiungendo: “Se dovessi riscrivere quella relazione, non lo rifarei”. Errore riconosciuto, onore al merito. Ma errore che, stando a quanto racconta lo stesso Coppe, si sarebbe potuto evitare, magari guardando una foto e non una fotocopia. Senza dire che ancora deve essere accertata la provenienza dell’interruttore in questione: se davvero è stato parte della bomba, dovrebbe aver trattenuto tracce chimiche significative. Insomma, ogni ipotesi è legittima, ma per percorrerla occorrono, se non prove, almeno spunti investigativi di un certo spessore.

“Fu un incidente”

Da questo punto di vista, la “pista palestinese” è gravemente difettosa. Il presidente emerito Francesco Cossiga la rispolverò citando i lavori della commissione Mitrokin, nata per indagare su carte provenienti dai servizi dei Paesi dell’Est. L’ipotesi comprendeva, tra l’altro, lo scoppio accidentale a Bologna di materiale esplosivo trasportato dai palestinesi, in teoria autorizzati dal (presunto) “lodo Moro” ad attraversare in sicurezza l’Italia purché i loro obiettivi militari fossero al di là dei confini nazionali.

Licio Gelli
Licio Gelli

Qualcosa del genere aveva sostenuto anche Licio Gelli, teorizzando che l’esplosione fosse stata provocata da un sigaro gettato nei pressi dell’ordigno. Il capo della P2, come si è visto tutt’altro che estraneo alla vicenda 2 agosto, aveva dimenticato la composizione della bomba. Esplosivo sordo, almeno in parte di provenienza militare, che per deflagrare aveva bisogno di una sorta di doppio innesco. Altro che sigaro.

Servizi, Nar e Cosa nostra

Comunque ci si può scommettere, anche quest’anno molto spazio verrà dedicato a nuove piste, mediorientali (le più esotiche) e non. Sarà invece più raro leggere che sono stati trovati collegamenti tra uno dei covi milanesi dei Nar (una carrozzeria di via Ofanto) e l’Anello, struttura di coordinamento tra i servizi a cui venivano assegnate operazioni ultrariservate, come la trattativa con la camorra per la liberazione di Ciro Cirillo; che Gilberto Cavallini, l’assassino del giudice Mario Amato, era nelle condizioni di contattare una struttura riservata della Sip, verosimilmente utilizzata per intercettazioni illegali; che lo stesso Cavallini, assolto con Fioravanti dall’accusa di aver assassinato Piersanti Mattarella, era in qualche modo collegato a uomini di Cosa nostra, l’organizzazione che ordinò l’eliminazione del presidente della Regione Sicilia. Perché tediare lettori e telespettatori con fatti così complessi e spigolosi – ma veri – quando è così comodo spiccare il volo a bordo di qualche ipotesi ancora da verificare?