Facebook silenzia i fascisti. Ma davvero il controllo spetta ai social?

Per Gianluca Iannone, leader dei fascisti di CasaPound, “Facebook e Instagram ci cancellano perché oggi eravamo in piazza contro il governo”. Ieri molti profili Facebook e Instagram (anche questo un social network della galassia Facebook) sono stati sospesi o cancellati perché in violazione delle regole di condotta. “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia” ha spiegato un portavoce delle aziende di Mark Zuckerberg.

Le basi legali della rimozione

social mediaLe basi legali per la rimozione o sospensione di un account Facebook sono dettagliate nelle condizioni d’uso che chi si iscrive dichiara di accettare, anche se quasi sempre l’accettazione è del tutto inconsapevole. Le condizioni d’uso per l’Italia sono ben 13 pagine, più una serie di altre pagine collegate. Non credo che nessuno degli utenti di Facebook (Instagram non lo frequento, ma immagino la situazione sia la stessa) le abbia mai lette. Io stesso, che pure ne sono un utilizzatore riluttante e sospettoso, penso di non aver letto più di due o tre dei 162 paragrafi di cui sono composte. Se uno/a li leggesse tutti, ammesso che riesca a capirli, dubito che firmerebbe per accettarli. Dentro c’è tutto, compreso il fatto che immagini, articoli e altro diventano di proprietà di Facebook o Instagram o Twitter.

Facebook da tempo ha attivato una politica di tolleranza zero verso linguaggi e contenuti discriminatori o razzisti e nei confronti del cosiddetto hate speech, le parole che seminano l’odio. Così come, da ancora più tempo, cancella contenuti pornografici o supposti pornografici. Con risultati alterni. A volte paradossali. Nel 2011 eliminò la pagina di un professore francese perché aveva pubblicato la foto di “L’origine du monde” un quadro del museo d’Orsay di Parigi che riproduce una vagina. Ne seguì una causa, durata ben sette anni (la giustizia si prende il suo tempo anche fuori dall’Italia), che dette ragione in via di principio al professore ma rifiutò di ordinare il ripristino dell’account.

Algoritmi e controllori umani

Sono i limiti dei filtri automatici, i tanto osannati/vituperati algoritmi che tutti citano ma pochi sanno che cosa siano esattamente. Oggi Facebook fa molto uso anche dell’intelligenza artificiale per tenere sotto controllo i miliardi di nuovi contenuti pubblicati ogni giorno sulle sue pagine. Ma fa anche sempre più ricorso all’intelligenza umana. In Germania nel 2017 c’erano ben 65 persone che lavoravano al controllo dei contenuti messi in rete. Lo ha rivelato la stessa società nel primo rapporto in applicazione della legge tedesca Netzwerkdurchsetzungsgesetz (NetzDG), a mia conoscenza la prima e unica legge europea che tratti specificamente le problematiche del controllo dei contenuti messi in rete.

Una norma, a dire il vero, molto criticata perché accusata di comprimere la libertà di espressione, ma che ha avuto il merito di aprire il dibattito su una delle questioni cruciali del nostro tempo che rischia di cambiare completamente, in peggio, le tradizionali dinamiche che formano le decisioni politiche e plasmano le interazioni sociali. Per capirlo non occorre andare molto lontano. Salvini sta lì a gridarcelo.

social mediaMa bisognerebbe anche riflettere sullo scandalo di Cambridge Analytica, di cui in Italia si è parlato forse troppo poco e con eccessiva superficialità quasi fosse una nota di colore, qualcosa che riguarda solo quei matti che usano i social network. Ma quei matti sono oltre due miliardi nel mondo, decine di milioni Italia e rappresentano la parte più attiva della popolazione. Consiglio vivamente a chi ha Netflix di guardare, se non l’avesse visto, The Great Hack (Privacy violata in italiano), un agghiacciante racconto della vicenda e delle su implicazioni. C’è un passaggio nel video in cui una dei protagonisti dice alla commissione di inchiesta parlamentare che usavano dei software “military grade” di cui era persino vietata l’esportazione. Insomma, una guerra privata agitata contro tutti noi.

Gli hate crime e le idee di Marcuse

Per capire le inaspettate, e drammatiche, conseguenze che un uso consapevole della rete (da parte di qualcuno, ma inconsapevole per i più) val la pena di leggere le conclusioni di uno studio condotto per l’università inglese di Warwick da Karsten Müller and Carlo Schwarz, Fanning the Flames of Hate: Social Media and Hate Crime. I due ricercatori hanno esaminato 3335 episodi di attacchi anti-rifugiati avvenuti in Germania nell’arco di due anni. In tutte le località in cui l’uso di Facebook era superiore alla media nazionale, gli attacchi anti-immigrati aumentavano del 50 per cento rispetto al dato nazionale.

Anni fa, molti anni fa, nel 1965, Herbert Marcuse scrisse “Repressive Tolerance” in cui esprimeva la necessità di negare indebite tribune di massa ad una maggioranza ignorante nel senso proprio del termine. Tra l’altro la lettura del saggio di Marcuse ci apre uno squarcio sulla straordinaria capacità di predire alcuni fenomeni ancora non descritti o sperimentati che è di menti straordinarie come quella di Marcuse per un verso o di un Einstein per un altro. Credo che quando gli antichi parlavano di profeti si riferissero a intelletti come questi, non a improbabili illuminati dal signore.

Chi amministra la tolleranza repressiva?

odioMarcuse certo partiva dalla tv, ma il suo ragionamento è oggi ancora più valido e vero. Il punto non è negare il diritto di esprimere delle opinioni, quanto la necessità di non offrire indebite tribune. Ha fatto da battistrada la tv spazzatura che ci ammannisce opinionisti che neppure in una conversazione da treno nessuno di noi tollererebbe, poi sono arrivati i social di Internet dove hanno avuto via libera assieme agli ignoranti (pensiamo ai no-vax per dirne uno) gli odiatori e ai fomentatori, alcuni involontari altri invece con un preciso imperativo politico.

Il problema è chi amministra la tolleranza repressiva, chi ne decide i limiti, chi la può usare? Può lo Stato appaltare a soggetti privati, cioè ai vari Facebook, la definizione dei limiti e dei rimedi? Mutatis mutandi, sarebbe tornare in qualche modo a quando la Compagnia delle Indie aveva un esercito privato più grande e forte di quello nazionale britannico. Intollerabile allora, ancor di più oggi. Il che non toglie che sia contento, molto contento che siano stati silenziati almeno su Facebook i fascisti di CasaPound.