Fabio Pusterla, la forza delle parole
per cercare l’umanità che sfugge

Dovremmo porre maggiore attenzione (all’interno di una società così dura, così spietata, così pronta a separare chi è diverso, a identificarlo come “nemico”) al concetto stesso di umanità, e per farlo dovremmo innanzitutto ritrovare noi stessi, le nostre priorità e il senso del nostro cammino all’interno del mondo. Se dovessi immaginare un poeta che su questi aspetti ha basato il proprio lavoro penserei subito a Fabio Pusterla, colonna della poesia europea contemporanea, appena uscito per il suo storico editore Marcos y Marcos con Cenere, o terra: lavoro che raccoglie i testi degli ultimi quattro anni basandosi sui quattro elementi fondamentali (terra, acqua, aria e fuoco) che diventano le sezioni del libro ma ne riassumono soprattutto la portata simbolica.

Non è un caso a mio parere che questo libro arrivi a quasi trent’anni dalla ricerca spasmodica di Bocksten (pubblicato dall’autore nel 1989), dove il protagonista, il Bockstenmannen appunto, cerca di uscire dalla palude boscosa con la stessa disperazione con la quale quella generazione si affacciava all’età delle responsabilità personali all’interno di un mondo ostile, populista e votato al liberismo. Il bosco raffigurato negli anni Ottanta è il luogo della stessa tragedia che affrontiamo oggi, la possenza di quegli anni è stata sostituita dalla riflessione e dalla compostezza in un tempo abituato a una velocità che consuma tutto. La torba che avvolge sembra ancora oggi non essere stata spazzata via, nera, densa come certi testi di questo nuovo libro.

Ma l’uomo innanzitutto sembra dirci Pusterla deve considerare che il proprio maggiore nemico può essere se stesso, le proprie opere, il proprio pensiero, la propria volontà di distruggere ogni cosa per governare, fosse anche per governare sulle macerie o in totale solitudine. E’ questo desiderio che dovrebbe spaventarci, è questo prezzo che dovrebbe farci capire gli sbagli che stiamo commettendo, come società ma soprattutto come singoli perché questa pluralità popolare che emerge ha sempre di più una connotazione non tanto di massa quanto piuttosto di sommatorie solipsistiche accentuate dai nuovi mezzi di comunicazione e di diffusione.
Il singolo che cerca di scappare da tutto questo inevitabilmente assume l’identità del viandante, in un racconto dove difficilmente il percorso porterà a un lieto fine, ma dove comunque si deve andare per rimanere aggrappati all’umanità sfidando le correnti più atroci. La ricerca, una ricerca che richiede approfondimento, meditazione e ancora una volta tempo diventa insomma la più impari delle battaglie all’interno di una guerra atroce come l’esigenza di una direzione.

Chiedere tempo e approfondimento in un mondo che comunica, vive e ragiona con la velocità delle immagini: la sfida che ci getta Fabio Pusterla è altissima ma quello che si può ottenere probabilmente vale l’impegno quotidiano per potere essere terra feconda col nostro sacrificio per le persone che ci sono accanto, per le persone a noi care, e per tutte quelle persone per cui possiamo diventare un simbolo, nell’infinitamente privato così come nel sentimento popolare.

L’alternativa è appunto diventare cenere, svuotarsi, non esistere, non produrre alcun tipo di nutrimento fertile: che esista una pericolosa tendenza è parte del lavoro di Pusterla, violentemente contestato ad esempio quando nel precedente Argéman aveva raccontato dei cadaveri sopraggiunti dagli smottamenti delle Cinque Terre per via delle correnti fino ai lussuosi yacht di Saint-Tropez. L’alternativa è diventare terreno venefico come ancora nel Volturno raccontato in Argéman, la strada al contrario oggi deve portare a una sorgente chiara, senza rottami o tronchi madidi. Sapremo farlo ? Sapremo togliere tutta la sporcizia dai nostri corpi, dalle nostre mani, dai nostri occhi ? Non abbiamo bisogno di sporcizia nella nostra vita, né di attribuirla agli altri. Abbiamo “solo” bisogno di cercare un terreno fertile, questo ci consegna Fabio Pusterla, e non è solo una questione poetica, ma complessiva. E’ un bisogno umano, così come la poesia antropologicamente è dell’uomo.

 

 

Fabio Pusterla

Cenere, o terra

Marcos y Marcos 2018