Compromesso in Europa
oltre mille miliardi
per battere il coronavirus

L’accordo c’è. L’Unione europea per la lotta al virus assassino e per la riparazione dei danni che sta provocando mette a disposizione più di mille miliardi di euro. Questa è la notizia ed è una notizia importante, che deve sgombrare il campo dal futile e fuorviante gioco del chi ha vinto e chi ha perso nel duro braccio di ferro che ha rischiato di mandare all’aria, insieme, la guerra all’epidemia e la tenuta stessa dell’Unione europea.

Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo

Il fondo salva-stati ma senza condizioni

La notizia è arrivata da Bruxelles verso le undici di sera. Un po’ a sorpresa perché era diffusa l’idea che la riunione dell’Eurogruppo si sarebbe protratta almeno per tutta la notte. I particolari dell’intesa, fissati sul comunicato finale che è stato diffuso a tarda notte, dovranno essere studiati attentamente perché alcune decisioni, anche importanti, sono state demandate ai capi di stato e di governo che si riuniranno nel Consiglio europeo della prossima settimana. Ma i particolari essenziali, quelli sui quali c’è stata battaglia e su cui si era drammaticamente incagliato il confronto nell’ultima riunione, sono già abbastanza chiari.

Il primo punto riguarda il MES. Le disponibilità del Fondo salva-stati, circa 400 miliardi di euro, verranno impiegate per far fronte all’emergenza sanitaria e ai problemi economici che ne deriveranno senza condizioni fino alla conclusione dell’emergenza. È stato superato, insomma, il veto del governo olandese, che sosteneva la necessità che i paesi beneficiari del MES si impegnassero comunque a rispettare gli impegni e le gravi limitazioni previste dallo statuto del fondo stesso. Soltanto quando sarà finita l’emergenza, il MES tornerà, per così dire, al suo vecchio mestiere, ovvero ad erogare aiuti agli stati che si trovassero in difficoltà a finanziare il proprio debito sui mercati e torneranno anche gli obblighi di rigore di bilancio previsti per chi riceve i contributi. Si tratta di un’evenienza, il ricorso al MES per questioni di liquidità, che il governo di Roma ha escluso che possa, anche in futuro, riguardare l’Italia, la quale non ha problemi a finanziarsi sui mercati.

 

La scelta del Fondo per la ripresa

I 400 miliardi del MES così spogliato delle odiose condizionalità negative (a questo punto forse sarebbe anche opportuno chiamarlo in un altro modo) si aggiungeranno ai 100 miliardi stanziati dalla Commissione per il programma SURE destinato a finanziare la cassa integrazione per i milioni di lavoratori che hanno perso o perderanno il posto a causa delle restrizioni imposte dall’epidemia e ai 200 che saranno mobilizzati dalla Banca Europea degli Investimenti. I singoli Stati, poi, avranno a disposizione, per le decisioni già assunte nei giorni scorsi, le risorse in più derivanti dalla sospensione delle restrizioni imposte dal Patto di stabilità e dal divieto agli aiuti di stato.
A questa massa di risorse si aggiungeranno quelle del Recovery Fund (Fondo per la ripresa), proposto dal governo francese e del quale una parte di paternità è rivendicata anche da Roma. Il modo in cui si dovrà finanziare questo fondo non viene precisato nel documento dell’Eurogruppo giacché i ministri finanziari si sarebbero accordati per demandare la decisione ai capi di stato e di governo.

Il ministro delle Finanze italiano Gualtieri

Le ipotesi possibili sono due, e tutte e due dovrebbero essere viste con favore dal governo italiano. La prima sarebbe l’emissione di obbligazioni comuni europee, i cosiddetti eurobond o i più famosi ancora coronabond. Si tratta della soluzione per la quale si è battuta l’Italia insieme con altri 8 paesi tra i quali la Francia e la Spagna. Su questo punto, come si sa, esiste non solo l’opposizione rigida dei Paesi Bassi, ma anche una forte riserva tedesca che proprio ieri Angela Merkel ha indirettamente ribadito ricordando a tutti che “io sono e resto contraria a ogni ipotesi di comunitarizzazione del debito”. La cancelliera però ha aggiunto subito dopo che comunque di strumenti e di soldi europei per combattere l’epidemia e preparare la ricostruzione economica “ce ne sono già in abbondanza”. Il riferimento all’abbondanza degli strumenti riguardava evidentemente anche il Recovery Fund suggerito da Macron con il quale Frau Merkel aveva avuto un chiarimento decisivo nel pomeriggio. Secondo voci che sono circolate a Bruxelles, ai contatti – una specie di vero e proprio negoziato in teleconferenza – avrebbe partecipato anche Conte. In ogni caso il ministro italiano delle Finanze Roberto Gualtieri prima che iniziasse l’Eurogruppo aveva espresso la soddisfazione italiana per l’intesa.

Eurobond, coronabond o altre soluzioni?

Si vedrà ora che cosa ne sarà degli eurobond al Consiglio europeo. L’ostilità del governo tedesco è motivata, oltre che dallo storico rifiuto di ogni forma di comunitarizzazione del debito e dal timore che l’Italia non riesca a mantenere l’impegno di utilizzare i coronabond solo ed esclusivamente come strumento per combattere l’emergenza sanitaria e non per altro, anche dalla pressione della grande industria tedesca, la quale teme per la perdita di vantaggi competitivi assicurati oggi dai differenziali sui rendimenti. Timori che hanno avuto uno sgradevolissimo riflesso, ieri, in un brutto commento apparso sulla Welt, giornale della destra molto vicino agli ambienti industriali: in Italia – era scritto – la mafia sta già aspettando i soldi che arriveranno da Bruxelles. C’è stata la reazione indignatissima di Di Maio che ha chiesto al governo di Berlino di “prendere le distanze”, come se i governi dovessero sindacare le sciocchezze che scrivono i giornali. Certo è che quegli argomenti hanno largo corso nell’opinione tedesca, specie di questi tempi e in certi ambienti, la finanza e la grande industria.

Possibile un aumento del bilancio dell’Unione

Insomma, sarà molto difficile per i rappresentanti italiani superare il “non possumus” tedesco sui bond (euro o corona). Potrebbe non essere, però, una tragedia. Anzi, tutt’altro se, come da giorni suggerisce Paolo Gentiloni dalla sua posizione neutrale di commissario europeo, gli italiani rinunciassero ad impiccarsi, come hanno fatto finora, alla formula, mostrassero qualche elasticità e valutassero l’alternativa che si va delineando. Nel confronto sul modo in cui si dovrebbe finanziare il Recovery Fund si affaccia infatti un fatto nuovo e potenzialmente molto importante che l’Italia ha tutti i motivi per valutare positivamente: una certa disponibilità della Germania a discutere su un aumento consistente del bilancio comunitario. Ci sarebbe questa disponibilità, del tutto inedita da parte di Berlino, che si è sempre mossa nel senso assolutamente contrario, negli affermati propositi da parte della cancelleria tedesca e della presidente (tedesca) della Commissione Ursula von der Leyen di mettere in piedi quello che, con fantasia un po’ scarsa ma con apprezzabile buona volontà, viene chiamato un “piano Marshall” post-epidemia.

Sarebbe uno sviluppo da valutare con grande interesse, non solo in relazione all’emergenza coronavirus, ma anche per i possibili effetti positivi che indurrebbe sul processo di integrazione europea. Uno sviluppo cui non a caso guarda con favore il movimento federalista, da sempre impegnato a sollecitare la creazione di un bilancio europeo all’altezza dei compiti e delle ambizioni dell’Unione. “Dopo l’emergenza sanitaria ci sarà non solo l’emergenza economica ma –ha ricordato ieri Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo – la necessità di un piano quinquennale per uno sviluppo sociale e sostenibile per tutta l’Unione. Il piano può essere garantito solo da un bilancio ambizioso che deve raggiungere fino al 2025 un ammontare pari all’1.5% del PIL globale dell’UE e cioè 2000 miliardi di euro fondati su una radicale revisione della ripartizione delle spese tali da assicurare beni comuni per le cittadine e i cittadini europei e vere risorse europee che sostituiscano gradualmente i contributi nazionali con cui è largamente finanziato oggi il bilancio europeo. Così il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale consentirà di creare debito pubblico europeo per rilanciare l’economia reale nell’insieme dell’Unione”.

Non è certo il caso di esagerare con l’entusiasmo. Finora l’Unione europea, soprattutto per colpa dei governi, non ha dato grandi prove di sé nella tragedia che ci ha investito. Oltre all’intesa che ha sbloccato una pericolosissima impasse, comunque, dalla riunione notturna un altro segnale positivo è venuto. Intorno al tavolo virtuale c’erano tutti e 27 i paesi membri dell’Unione e non solo i 19 dell’area della moneta unica. L’Eurogruppo non è più un recinto chiuso dal filo spinato degli interessi finanziari. Magari bisognerà chiamarlo in un altro modo, ma intanto va preso atto che una prima, sgradevolissima, stortura è stata corretta. A decidere che fare su una tragedia che riguarda tutti saranno tutti.