Europa dell’est
il cuculo nella Ue

Un bel gesto che servirà a ben poco. La risoluzione che il Parlamento europeo ha votato chiedendo che il Consiglio e la Commissione attivino l’articolo 7 del Trattato sanzionando la Polonia per le ripetute violazioni dei principi fondamentali in materia di tutela dei diritti e delle prerogative democratiche ha ben poche chances di produrre una condanna. Il complicato meccanismo disposto da quell’articolo prevede almeno in un passaggio il voto unanime del Consiglio, e quindi dei governi di tutti i paesi; e è pacifico che almeno uno, quello dell’Ungheria, al dunque si schiererebbe con Varsavia. Viktor Orbán lo ha già fatto sapere. E non è detto che sarebbe l’unico.

La prima considerazione che si impone, dunque, riguarda la debolezza dei meccanismi istituzionali dell’Unione europea nella difesa dei suoi stessi princìpi fondativi, consustanziale alle incompiutezze e alle contraddizioni che caratterizzano più in generale l’integrazione europea come si è andata realizzando finora e delle quali l’obbligo dell’unanimità nelle decisioni politiche importanti è l’aspetto forse peggiore. E così si concretizza il paradosso per cui gli attuali dirigenti polacchi, ultranazionalisti e radicalmente ostili alle “imposizioni di Bruxelles”, possono trovare protezione proprio nella lettera del Trattato dell’Unione.

Ma dietro il paradosso non c’è soltanto la debolezza dell’attuale assetto istituzionale. È abbastanza evidente che esiste un altro problema, specifico, che riguarda tutti i paesi dell’est europeo, quelli che fecero parte del blocco dominato da Mosca, il loro rapporto con il resto del continente e, in generale, con l’Occidente. Questo problema è il nazionalismo o, per dirla con un termine che viene usato sempre più spesso ed ha un notevole spessore di significato (oppositivo rispetto all’idea di Europa che esiste sulla carta dei Trattati e nella coscienza di milioni di europei), il sovranismo.

L’impressione è che quando l’Unione venne allargata agli stati del fu Patto di Varsavia (2004 a Cechia, Polonia, Ungheria, Slovacchia, più Estonia, Lituania e Lettonia che erano state parte del’Urss; 2007 a Bulgaria e Romania) la percezione che l’adesione all’Europa nell’opinione pubblica e nell’ispirazione delle classi dirigenti non fu tanto quella dell’integrazione in una entità più ampia, nella riscoperta di una identità comune da valorizzare e alla cui ulteriore costruzione lavorare nello stesso modo in cui, pur con tanta fatica e tante contraddizioni, si è lavorato all’ovest quanto, piuttosto, quella dell’ingresso in una comunità politicamente, idealmente e strategicamente contrapposta al vecchio ordine della tirannia e alla sua possibilità di riproporsi. L’ingresso in Europa non fu tanto un “ritorno” da una separatezza innaturale e imposta con la forza dopo la seconda guerra mondiale quanto, più propriamente, un “ingresso” in Occidente. Un Occidente la cui capitale era, più che Bruxelles, Washington. Lontano da Mosca. Non a caso in tutti i paesi dell’Europa orientale per molti anni le trattative per l’adesione alla UE si intrecciarono molto strettamente con quelle per l’adesione alla Nato, nella ricerca, dichiarata, di una copertura militare contro il vecchio padrone-nemico, sconfitto sì ma non domato per sempre.  

Sono evidenti le radici di questo atteggiamento. Per quanto riguarda almeno la Polonia e le repubbliche baltiche esse affondano in una storia ben più antica del comunismo. Le diffidenze dei polacchi e dei baltici verso la Russia sono comprensibili e le vicende che le hanno indotte precedono di almeno un paio di secoli la Rivoluzione d’Ottobre. Quel che è tutto da vedere è se esse possano essere la base di un moderno ed equilibrato sistema di relazioni in quella parte d’Europa. L’impressione è che per quanto riguarda l’Unione europea nessuno, all’epoca dell’allargamento e dopo, si sia posto il problema e che per quanto riguarda invece la Nato su quelle diffidenze e su quelle ostilità si sia proprio puntato, costruendoci sopra addirittura una strategia. Paura e revanche ideale dei paesi dell’Europa orientale sono diventati assi portanti della politica che ha portato l’alleanza a disattendere le intese con Mosca che erano state raggiunte al momento della riunificazione tedesche e che, esplicitamente nell’accordo tra Helmut Kohl e Mikhail Gorbaciov, avrebbero comportato il non schieramento politico e soprattutto il non schieramento militare  dell’intera regione dai confini della ex Repubblica federale (quindi compresa la Germania est) ai confini dell’ancora esistente (allora) Unione Sovietica.

Dopo il collasso dell’Urss gli occidentali non solo non rispettarono quelle intese, ma si elaborò una specie di nuova teoria del containment della Russia che arrivò a un passo da attuare l’allargamento dell’alleanza all’Ucraina e alla Georgia, passo avventuroso che venne bloccato da Berlino e da altri governi europei al vertice di Bucarest del 2008, e a rinforzare notevolmente i dispositivi militari nell’area baltica nel vertice dell’anno scorso, tenutosi proprio a Varsavia.  Non è il caso qui di entrare tanto nel merito di queste scelte dell’alleanza. Basterà dire che il coinvolgimento dei paesi dell’ex blocco sovietico negli anni ’90 fu considerato probabilmente l’unica strada per mantenere in vita la Nato e con essa – così si pensava allora – un legame organico e istituzionalizzato tra gli Stati Uniti e questa sponda dell’Atlantico. Si doveva evitare il “decoupling”, come si diceva allora. Ora che lo scollamento è avvenuto per tante e tante ragioni, non ultima l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump, maturano le condizioni perché quella scelta venga riconsiderata, come suggerisce, tra tanti altri, un espertissimo osservatore della scena internazionale come Sergio Romano, il quale non è certo tra quelli che negli anni ’70 andavano a gridare nei cortei “via la Nato dall’Italia, via l’Italia dalla Nato”.

Torniamo a Varsavia e alle spinte reazionarie, autoritarie e antidemocratiche che si vanno manifestando sempre più chiaramente nel paese, così come nell’Ungheria di Orbán e prossimamente, c’è da esserne certi, nella Cechia di Andrej Babis, il politico miliardario chiamato con scarsa fantasia il “Trump di Praga” che ha vinto le elezioni dell’ottobre scorso. In Polonia, più che in altri paesi, c’è un fattore ideologico che si manifesta in settarismo religioso. È come se nell’orientamento dell’opinione pubblica pesasse la memoria storica di quando il paese era un baluardo della cattolicità tra i luterani all’ovest e al nord e gli ortodossi a est. Oggi i vicini tedeschi e scandinavi si sono secolarizzati tanto da non essere un nemico, mentre nella Russia riconvertita all’ortodossia anche per iniziativa e spinta delle autorità c’è ancora un motivo per conservare, e rinfocolare, l’ostilità. Il carattere reazionario di grande parte del mondo cattolico polacco, tanto lontano e disobbediente all’ispirazione della Chiesa di Papa Francesco, animato da conventi in cui si pratica ancora un larvato antisemitismo e accompagnato dalle litanie di Radio Maryja, ha, insomma, anch’esso una forte connotazione nazionalistica.

Che cosa c’entrano queste spinte con la debolezza dell’Unione europea e con la strategia da nuova guerra fredda della Nato? Più di quanto si possa ritenere a prima vista. Gli umori dell’opinione pubblica che a Varsavia hanno portato al potere il PiS (Diritto e Giustizia) di Jarosław Kaczyński sono molto ispirati dal nazionalismo sovranista: la sicurezza della Polonia può essere garantita solo dalla copertura della Nato, o meglio: del suo comando militare saldamente nelle mani degli americani, con una strategia che non deve essere solo difensiva entro i confini ma avere un avamposto verso la Russia a nord-est, laddove si apre la grande pianura che i russi considerano difficilmente difendibile in una guerra convenzionale. I rischieramenti continui di truppe Nato (compresi gli italiani) nelle repubbliche baltiche sono stati programmati nel vertice di Varsavia con il beneplacito del presidente Trump, per niente isolazionista e per niente amico di Putin in quel contesto.

Quanto all’economia e all’organizzazione della società, che cosa hanno da offrire “quelli di Bruxelles” ai polacchi, se non la mortificazione dello spirito nazionale, da diluire in una marea di stranieri, magari islamici come quelli che per secoli, quando a invadere non erano tedeschi o russi, minacciavano la Polonia dal sud? Tanti soldi per esempio, rispondono le persone ragionevoli: fondi, investimenti, aperture di mercati che in poco più di un decennio hanno trasformato il paese e hanno portato i consumi a un livello quasi occidentale. Ma nei discorsi pubblici degli attuali dirigenti, dalla prima ministra Beata Szydło al presidente della Repubblica  Andrzej Duda ai capi del PiS, questi particolari non compaiono mai: la demagogia vive non solo di parole ma anche di silenzi.