Europa, come battere
il liberismo

Il bilancio annuale dell’Unione europea ammonta a circa 140 miliardi di euro, il capitale sottoscritto dagli stati nella Banca Europea degli Investimenti è di 163 miliardi. A prima vista sembrano tanti soldi, ma se si approfondisce un po’ si scopre che il bilancio europeo corrisponde a poco più dell’uno per cento della somma dei PIL degli stati membri. Quanto al capitale della BEI, i criteri della contribuzione da parte degli stati sono alquanto complicati ma certo non si può dire che i paesi che concorrono alla sua costituzione si dissanguino per farlo. Attualmente, il bilancio UE si forma con un sistema di risorse proprie che consiste, essenzialmente, sui prelievi sulle importazioni agricole, sui dazi doganali, su una quota dell’IVA (al momento dello 0,5%) riscossa dai vari paesi e, infine, su un contributo dell’1,27% del PIL di ogni stato membro. È evidente che sulle ultime due risorse si può intervenire direttamente.

Se ci fosse l’accordo politico di tutti gli stati, la quota IVA e quella sul PIL potrebbero essere aumentate subito. Anche uno zero-virgola-qualcosa in più dell’uno o dell’altro produrrebbe una consistente massa di risorse. Il problema è che l’accordo non c’è. Anzi, negli ultimi anni, per le pressioni soprattutto della Gran Bretagna, ma anche della Germania e di altri paesi, il bilancio UE non solo non è aumentato, ma è stato sensibilmente ridotto, nonostante le proteste (mai spinte fino allo scontro aperto) del Parlamento europeo. Lo stesso discorso vale per la BEI: se ci fosse la volontà politica, il suo capitale potrebbe essere aumentato senza che le finanze degli stati ne soffrissero. Ma la volontà politica non c’è.

Appariremo forse un poco ingenui, ma a noi pare che quando la sinistra parla d’Europa questo dovrebbe essere il primo tema da evocare. Esercizio molto più utile del faticosissimo tira-e-molla sulla flessibilità negli sforamenti di bilancio cui alcuni governi, soprattutto quello italiano, si sono dedicati con dubbi risultati nel passato recente. Basterebbe partire da un dato di fatto: non è vero che i soldi non ci sono. Non è vero che non ci sono per mantenere i nostri livelli di welfare, per l’istruzione, per la sanità pubblica, per la ricerca, per accogliere i migranti. Pure negli anni della crisi, la ricchezza mondiale è cresciuta fortemente: circa il 6 e mezzo per cento l’anno e per una buona quota anche in Europa. Il problema è che è andata accentrandosi sempre più nelle mani di pochi aumentando le diseguaglianze globali e all’interno degli stati. Chi ama la precisione delle cifre non ha che da guardarsi i dati dell’ultimo Global Wealth Report prodotto come ogni anno dal Credit Suisse (fonte insospettabile, si converrà). E allora chi ritiene che compito primario delle sinistre debba essere quello di combattere proprio le diseguaglianze – cosa che purtroppo non è apparsa affatto scontata nelle politiche dei diversi partiti socialisti e socialdemocratici negli ultimi tempi – dovrebbe considerare le grandi opportunità che verrebbero dalla destinazione di una parte di questa ricchezza proprio nel rafforzamento e nella risistemazione in termini di funzionamento e di obiettivi del bilancio comunitario e della BEI.

Le pubblicazioni ufficiali dell’Unione europea indicano i campi di utilizzazione e gli obiettivi del bilancio comunitario in un modo che è nello stesso tempo molto vago e molto riduttivo. Vediamo: 1) migliorare le reti di trasporto, dell’energia e delle comunicazioni fra i paesi dell’UE; 2) proteggere l’ambiente a livello europeo; 3) rendere l’economia europea più competitiva a livello mondiale; 4) aiutare gli scienziati e i ricercatori europei a collaborare a livello transfrontaliero. Si tratta di un’indicazione di compiti rigidamente ispirata dal principio di sussidiarietà (l’Unione interviene solo dove gli Stati non arrivano a farlo), ma essa non è fissata in eterno, la si può cambiare senza dover mettere mano ai Trattati e va detto che perfino nel modo in cui è presentata oggi lascia buoni margini per immaginare investimenti di grande respiro. Se per esempio in fatto di infrastrutture non ci si limitasse alla promozione e al sostegno di alcune grandi opere, tipo l’alta velocità su cosiddette direttrici europee o la moltiplicazioni di inutili autostrade, ma si prevedessero piani di conversione alle energie alternative, grandi sistemazioni idrogeologiche del territorio oppure programmi transnazionali di conversione dell’edilizia abitativa secondo criteri ecologici e via immaginando, un bilancio europeo ben più corposo di quello attuale potrebbe essere una straordinaria fonte di finanziamenti e un ancor più forte fattore di volano.

Lo stesso discorso vale per la BEI. Attualmente l’organismo è concepito con i criteri di una banca “normale”, tenuta per le sue operazioni ai criteri di sicurezza e di redditività del sistema creditizio. Non a caso alla sua guida c’è un liberale tedesco, Werner Hoyer, e nella sua storia ha avuto sempre dirigenti di provenienza dall’area moderata d’ispirazione liberista. Una BEI con forti sostanze proprie che rispondesse davvero alla ispirazione politica con cui fu creata, quella di promuovere lo sviluppo equilibrato di tutta la comunità, potrebbe essere uno strumento formidabile di investimenti e di creazione di lavoro, assolvendo oltretutto in modo produttivo al ruolo che attualmente svolgono, a fondo perduto, i fondi strutturali.

Guardare all’Europa con gli occhi degli investimenti e non con quelli dei pareggi di bilancio. Sarebbe questa una vera rivoluzione contro il luogo comune che ha ammazzato il pensiero critico economico appiattendolo negli schemi prepotenti del neoliberismo. Una riappropriazione di idee e di valori della sinistra imprescindibile per tentare di far partire dall’Europa la battaglia contro la finanziarizzazione dell’economia mondiale dettata dalla logica autistica dei mercati. La debolezza più grave che la sinistra europea ha mostrato negli ultimi anni è stata l’abbandono di ogni rivendicazione di riforma del sistema finanziario. Da quanto tempo non si parla più di Tobin tax, di separazione tra banche commerciali e banche di investimento, di lotta alla finanza tossica, di armonizzazione fiscale comunitaria? Questa debolezza è l’altra faccia della mancanza assoluta di egemonia culturale che ha portato ad accettare e anzi a fare propria la riduzione delle politiche economiche a pura e semplice disciplina di bilancio. Serve un radicale cambiamento di indirizzo.