Manovra gialloverde:
pagheremo caro,
pagheremo tutti

Dopo tre mesi di tensioni e scontri con l’Europa, il governo del cambiamento ha alzato le braccia e si è arreso alle richieste dei terribili tecnocrati di Bruxelles, alle pressioni dei mercati, al ricatto del solito spread. Tutte queste settimane passate a litigare con l’Europa sulla legge di Bilancio, con Di Maio e Salvini ad urlare come ultras da stadio, non è stato un processo indolore, lascia un prezzo da pagare, un prezzo molto alto che, come sempre, sarà a carico dei cittadini compresi quelli che ancora si fidano di grillini e leghisti.

La legge di Bilancio 2019 è stata ridotta da 38 a 31 miliardi, le spese sono state tagliate di 9 miliardi rispetto al progetto iniziale, la previsione di crescita del Pil è stata ridimensionata all’1% dall’1,5%. Ma probabilmente cresceremo di meno, se cresceremo visto che nell’ultimo trimestre la tendenza è tornata ad essere negativa. La commissione Ue ha detto sì alla manovra, ma ha imposto all’Italia clausole di garanzia (aumenti automatici dell’Iva, in caso di conti fuori controllo) che complessivamente arrivano a 52 miliardi di euro da qui al 2021. Andremo avanti con la testa infilata nella ghigliottina in attesa forse di qualche miracolo, sempre più improbabile.

La baraonda propagandistica attorno al reddito di cittadinanza e la quota 100 per le pensioni, i due capisaldi di M5S e Lega, a un certo punto cesserà di suonare e allora gli italiani faranno due conti e si accorgeranno che resta poco delle mirabolanti promesse. Per il reddito di cittadinanza lo stanziamento è stato tagliato da 9 a 7,1 miliardi, per il superamento della Fornero i 6,7 miliardi iniziali sono stati ridotti a 3,9 miliardi. Si vedrà poi, una volta approvati i provvedimenti, quando partiranno queste riforme “storiche” del governo populista-sovranista. La grande riforma fiscale per ora è limitata a qualche regalo agli evasori, a un flat tax al 15% per le partite Iva fino a 65.000 euro l’anno, mentre non ci sono provvedimenti finalizzati a incidere sensibilmente sul cuneo fiscale del lavoro e nemmeno a sostenere politiche industriali innovative. In compenso sono stati introdotti emendamenti che ci porteranno dritti dritti sul tavolo degli imputati davanti alla Ue come la proroga per 15 anni, senza gara, delle concessioni delle spiagge ai privati.

Palais Berlaymont, sede della Commissione UE

Una legge di Bilancio densa di incognite e di problemi, dunque, in cui il governo scrive persino che l’economia crescerà meno di quanto aveva previsto tre mesi fa, mentre il rapporto deficit-Pil al 2,4%, difeso sul balcone di Palazzo Chigi da Di Maio, è stato ridotto al 2,04%, numerino frutto di una furbata mediatica di Casalino per illudere gli italiani che niente è cambiato. Con queste cifre,

con questa linea politica è facile immaginare che la legge di Bilancio non darà nuovo fiato all’economia, né tantomeno creerà le condizioni per favorire la nuova occupazione. Tuttavia bisogna segnalare che i cittadini sostengono ancora la maggioranza di governo, credono in Salvini e Di Maio, più nel primo che nel secondo. Gli ultimi dati di Ilvo Diamanti indicano la Lega al 32,2% e i grillini al 25,7%. Il Pd scende ancora al 17%. La luna di miele del governo con gli italiani continua, forse si esaurirà tra qualche settimana quando le famiglie inizieranno a fare i conti e a valutare la debolezza della manovra che avrà un costo per tutti. Per ora, però, Salvini trionfa.

Questa legge di Bilancio, che va comunque approvata dalle Camere, è stata determinata dallo scontro tra esecutivo e commissione Ue. Le proteste degli imprenditori, dei commercianti, degli artigiani hanno prodotto scarsi risultati, anche se hanno rappresentato una novità nella dialettica tra i corpi sociali e il governo e si sono fatti sentire ben più del povero Pd. Il sindacato non ha battuto chiodo. Niente, non pervenuto. Non è stato in grado di proporre un’azione di contrasto, almeno che davvero volesse farlo, a una manovra economica che peserà sul Paese pregiudicandone le prospettive di sviluppo e di occupazione. I sindacati hanno ottenuto un incontro, un saluto e poi tutti a casa. C’è la sensazione, speriamo sbagliata, che nei sindacati, ancora confederali?, qualcuno abbia pensato e si sia illuso che il decreto dignità o il reddito di cittadinanza siano provvedimenti di giustizia sociale e di redistribuzione. Chissà cosa avrebbero detto Lama o Trentin?