Se una trota gigante
vaga per il Tamigi

Ci volle un’altra mezz’ora di strenuo lavoro per montare il tendone a dovere sulla barca. Allora, sgomberammo le panchette e tirammo fuori i viveri. Mettemmo un pentolino d’acqua sul fornello, a prua, poi ce ne andammo a poppa fingendo d’ignorarlo, mentre finivamo di togliere le vettovaglie dal cesto. Quello è l’unico sistema per ottenere che un pentolino si decida a bollire, quando si è in gita sul fiume. Se si accorge che aspettiamo con impazienza che l’acqua bolla, potete star certi che non si decide nemmeno a “cantare”. Bisogna andarsene e cominciare il pasto, se si desidera bere una tazza di tè. Non si deve nemmeno volgere lo sguardo verso il fornello. Così, in men che non si dica, l’acqua si mette a traboccare come se non vedesse l’ora d’essere trasformata in tè.

Se poi si ha molta fretta, è buona tattica parlare a voce altissima dichiarando che non c’è nessun bisogno di fare il tè e che, anzi, si preferisce rinunciarvi. Ci si avvicina al pentolino, in modo che possa udire, poi si grida: “Io il tè non lo bevo, e tu George?” Al che George grida di rimando: “Oh no, a me non piace il tè; prenderemo invece una buona limonata… il tè è così indigesto.” Allora, il pentolino si mette a bollire così forte che l’acqua trabocca e spegne il fornello.

 

***

 

Quando raggiungemmo la chiusa di Hambledon ci trovammo a corto di acqua potabile; perciò prendemmo il nostro orcio e andammo alla casa del custode per chiedere un rifornimento. George inalberò un sorriso conciliante e disse: “Per cortesia, non ci potrebbe dare un po’ d’acqua?”

“Certo,” rispose il vecchio custode “prendetevene quanto ne volete, e lasciate il resto.”

“Mille grazie” mormorò George guardandosi attorno. “Dove la tiene?”

“È sempre allo stesso posto, figliolo,” rispose l’altro in tono melenso “proprio alle sue spalle.”

“Non la vedo” insiste George, volgendosi.

“Che dio la benedica, dove li ha, gli occhi?” fu il commento del custode, mentre rigirava George e gli indicava il fiume, a monte e a valle: “ce ne abbastanza perché la veda un orbo, non le sembra?”

“Ah!” Esclamò George afferrando l’idea; “ma non possiamo bere il fiume, capisce?”

“Sì, capisco, ma potete berne una parte” insisté l’altro: “quella è l’acqua che io bevo da quindici anni in qua.”

George disse che avrebbe preferito l’acqua di una fontana. Qualche giorno dopo, facemmo il tentativo di usare l’acqua del Tamigi per usi alimentari. Il nostro orcio era vuoto e ci trovavamo a un bivio: o rinunciare al tè o attingere acqua dal fiume. Harris era propenso ad arrischiare. Disse che non poteva esserci pericolo se facevamo bollire l’acqua. Ci spiegò che i vari germi dannosi che potevano trovarsi nell’acqua sarebbero morti con l’ebollizione. Riempimmo dunque il pentolino con l’acqua stagnante dell’insenatura e lo mettemmo sul fuoco.

Il tè era pronto e ci stavamo accomodando per berlo, quando George, con la tazza a mezz’aria, si fermò esclamando: “Quello che cos’è?”

“Che cos’è… che cosa? Domandammo Harris e io.

“Là… guardate” soggiunse George che teneva gli occhi fissi verso ovest.

Harris e io seguimmo il suo sguardo e vedemmo scendere verso di noi, trasportato dal lento flusso, un cane. Era uno dei cani più quieti e placidi che avessi mai visto. Mai mi era capitato di incontrare un cane che avesse l’aria più compunta, più spiritualmente serena. Navigava sulla schiena, come se dormisse, con le quattro zampe in aria. Era quello che io definirei un cane ben pasciuto, col torace sviluppato. Continuò ad avanzarsi sereno, dignitoso e calmo, finché giunse a fianco della nostra barca e là, tra i giunchi, si arenò, sistemandosi comodamente per la notte. George dichiarò che non aveva voglia di tè, e vuotò la tazza nel fiume. Nemmeno Harris aveva sete, e seguì l’esempio di George. Io avevo già bevuto metà del mio tè, ma ne ero pentito.

Domandai a George se correvo il pericolo di buscarmi il tifo, secondo lui. Mi rispose: “Oh no” e aggiunse che avevo ottime probabilità di passarla liscia ma che, in ogni modo, se me l’ero buscato o no, l’avrei saputo da lì a una quindicina di giorni.

 

***

 

La zona di Streatley e di Goring è famosa per la pesca. Il fiume abbonda di lucci, di carpe, di ghiozzi e di anguille, in quel punto; e si può benissimo sedersi a pescare quella grazia di Dio, per tutta la giornata. C’è chi lo fa. Nessuno pesca mai niente però.

George e io ce ne andammo a far due passi a Wallingford e, prima di sera, sostammo in una piccola locanda rivierasca per riposarci. Entrammo nella sala e ci sedemmo. C’era un vecchio che fumava una lunga pipa di gesso, e naturalmente attaccammo discorso. Ci disse che “oggi” era stata una bella giornata e noi dicemmo che anche “ieri” era stata una bella giornata. Poi ci dicemmo a vicenda che,”domani”, probabilmente sarebbe stata una bella giornata.

Nella conversazione ci fu una pausa durante la quale i nostri sguardi vagarono per la sala. Finalmente, si soffermarono su una polverosa campana di vetro, collocata in alto, al di sopra della mensola del camino; e sotto alla campana di vetro, c’era una trota. Ne rimasi addirittura affascinato, tanto erano eccezionali le sue dimensioni. Anzi, a prima vista, l’avevo scambiata per un merluzzo.

“Ah” disse il vecchio “bell’esemplare quello, è vero?”

“Eccezionale” mormorai; e George domandò quanto poteva pesare.

“Nove chili e tre etti” rispose il nostro amico. “Sì,” soggiunse “saranno sedici anni il tre del mese prossimo, dal giorno che l’ho pescata. L’ho presa pochi metri a valle del ponte. Non capita spesso di vedere un pesce di quella mole. Buona sera, signori, buona sera”.

E se ne andò lasciandoci soli. Dopo quel discorso non riuscivamo più a staccare gli occhi dalla trota. Stavamo ancora ammirandola quando il portabagagli del paese fece capolino alla porta della sala, con un boccale di birra in mano, e, a sua volta, guardò il pesce.

“Che trota gigante, eh?”, osservò George rivolgendosi al nuovo venuto.

“Ah! Il signore può ben dirlo” rispose il brav’uomo. “Sono passati cinque anni, da quando ho pescato quella trota.”

“Guarda, guarda!. L’ha pescata lei, allora?” Intervenni.

“Sissignore,” rispose quel vecchio bonaccione “l’ho pescata un po’ a monte della chiusa… Quando mi son trovato quel mastodonte attaccato alla lenza, parola d’onore, sono stato lì lì per svenire. Capirà, pesava quasi tredici chili! Buona sera, signori, buona sera”.

Cinque minuti dopo entrò un terzo uomo il quale ci descrisse come lui l’aveva pescata una mattina di buon’ora. Quello se n’era appena andato quando vedemmo entrare un signore di mezza età, dall’aria stolta e solenne, che si sedette accanto alla finestra. Per qualche minuto nessuno di noi parlò, ma, finalmente, George si rivolse al nuovo arrivato e disse: “Scusi tanto, spero che vorrà perdonare la libertà che ci prendiamo… noi che siamo forestieri… ma il mio amico qui presente e io le saremmo gratissimi se volesse spiegarci in che modo ha pescato quella trota lassù.”

“Guarda, guarda! Chi ve l’ha detto, che sono stato io a pescarla?” domandò l’altro, a sua volta, in tono stupito. Gli spiegammo che, istintivamente, avevamo capito che doveva essere stato lui.

“Be’, è una cosa straordinaria” proseguì lo sconosciuto “poiché avete effettivamente ragione. L’ho acchiappata proprio io”. Disse di averla pesata, al suo arrivo a casa, e di aver constatato che pesava la bellezza di dodici chili. Se ne andò. sua volta e, non appena fu scomparso, l’oste si avvicinò alla nostra tavola. Riferimmo le varie versioni che avevamo ascoltate, riguardo alla trota, e lui si divertì un mondo: ci facemmo una magnifica risata tutti assieme. Dopo di che, ci raccontò la vera storia di quel pesce. A quanto sembra l’aveva pescato lui stesso, quando era ancora un ragazzetto; e non per abilità o astuzia, ma per quella inspiegabile fortuna che sembra sempre assistere i ragazzi quando marinano la scuola e se ne vanno a pescare in un pomeriggio di sole, con un pezzo di spago assicurato all’estremità di un bacchetto qualsiasi.

A questo punto, l’oste fu chiamato fuori della sala: George e io ricominciammo a contemplare la trota. Era proprio fenomenale. George si entusiasmò tanto che per vederla più da vicino finì per arrampicarsi sullo schienale di una sedia. A un tratto la sedia scivolò sull’impiantito; George annaspando disperatamente si aggrappò alla campana di vetro tentando di salvarsi; un istante dopo, George, la campana di vetro e la sedia piombavano al suolo con un tonfo sinistro.

“Misericordia, speriamo che tu non abbia danneggiato il pesce!” gridai allarmato, accorrendo.

“Lo spero anch’io” borbottò George alzandosi con cautela e guardandosi attorno.

Ahimè, vane speranze, la trota era sparpagliata al suolo, in mille pezzi… dico mille, ma forse erano soltanto novecento. Non li contai. MI parve strano e inconcepibile che una trota imbalsamata andasse a pezzi in quel modo. E infatti sarebbe stato strano e inconcepibile, se fosse stata realmente una trota imbalsamata, ma non lo era.

Quella trota era di gesso.

 

 

(Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca”, 1889)